Recensioni di "Scintille" (Gad Lerner)

di Simona De Vincenzi

E' difficile per chi è nato a Rimini da genitori italiani, vissuto sempre in città, capire in un primo momento la complessa storia familiare di Gad Lerner, ma dalle prime pagine si capisce un'incomprensione o forse addirittura un malessere nel rapporto con il padre. Continuando a leggere si intuisce subito che Scintille non è un altro romanzo che parla del difficile rapporto tra generazioni ma è molto di più, è una storia alquanto complicata, anche da seguire come lettura, ma affascinante e coinvolgente di una persona adulta che cerca di capire, nella ricostruzione della storia dei genitori e dei nonni, quali cause hanno reso quel rapporto sofferto.

E' una lettura che coinvolge nei viaggi, soprattutto quello in Libano, terra natale di G. Lerner. Più difficile invece quello nell'attuale Ucraina, storia estremamente drammatica di un'intera popolazione sterminata in modo crudele. I ricordi piacevoli della vita in Libano della madre Tali si contrappongono alle vicende presenti e dal recente passato della guerra.

E' stato un libro abbastanza difficile da leggere, ma mi ha aiutato a capire quanto siano complesse certe vicende storiche come quella del conflitto tra israeliani e palestinesi, ma ancora di più dopo aver visto alcuni film e letto alcuni libri, ho sofferto per i milioni di persone sterminate così crudelmente che neanche i genitori dell'autore hanno avuto il coraggio di raccontargli. Per fortuna in mezzo a tanto sconforto una bella sorpresa: nonna Teta, tanto criticata e biasimata, si è rivelata una donna forte, coraggiosa e piena di bontà.

Siamo noi giovani che dobbiamo conoscere e far conoscere queste vicende in modo che le anime di chi ha subito queste atrocità sappiano che non le abbiamo dimenticate.

di Giulia Pesenti

“Lech lechà”, “gilgul” e “shalom”. Terminologie lontane dalle nostre consone radici latine,eppure estremamente efficaci,poiché indicano una partenza per spingersi verso un ritorno alle proprie radici e a se stessi (Lech lechà),guidati da un vortice di anime vagabonde,sradicate ingiustamente e precocemente dalle loro vite (gilgul),che spingono gli spiriti viventi frantumati a ricomporre le proprie origini per trovare una certa serenità(shalom). Sono proprio questi termini ad aprire il nuovo libro di uno dei più noti giornalisti italiani, Gad Lerner, il quale ha riportato il suo viaggio nel tentativo di scavare in “quell’amalgama impossibile” che costituisce le sua persona,ma soprattutto le sue complesse origini famigliari.

 Un viaggio che ha visto il suo inizio nella città natale, Beirut , per poi proseguire ad Aleppo e giungere in ucraina a Leopoli e infine a  Boryslaw, luogo che ha ospitato le fucilazioni di massa ebraiche durante la seconda guerra mondiale,coinvolgendo gran parte della famiglia paterna. Come meta finale, il viaggio trova termine tra il Libano ed Israele,riunendo sul fronte italiano le molteplici nazionalità del giornalista. Tuttavia sarebbe sbagliato interpretare questo libro come una sorta di tuffo nel passato all’insegna di un moralismo compassionevole o, in altri termini,del cosiddetto vittimismo ebraico, poiché lo scrittore è riuscito ad andare oltre a sentimenti nazionalistici o patriottici. Egli è stato in grado di indurre il lettore a riflettere sulla casualità che avvolge la vita e il destino di ogni uomo, sulla superficialità e l’individualismo presenti nella società, la quale è capace di strumentalizzare il passato a proprio piacimento. Una storia ancora paradossalmente inspiegabile,colpevole di aver sparso sangue innocente con la semplice motivazione che era un sangue “impuro”.

Nel frattempo di questa narrazione, nel romanzo si è di fronte a un abile intreccio consequenziale fra il viaggio intrapreso e il tentativo di spiegare le incomprensioni e le parole mai dette che hanno abitato in casa Lerner, scoprendo che spesso la maggior parte della colpa va attribuita ai diversi volti che il dolore è in grado di assumere. Basti pensare alla bellissima madre Tali, nella quale questo ha preso le sembianze di un nostalgico desiderio per una giovinezza che non potrà più tornare se non per mezzo del ricordo (”Passa giornate intere a contemplare le fotografie della sua gioventù,ho l’impressione che solo di fronte a quella sorta di specchio nel suo sguardo si rifletta di nuovo l’incanto”).

Diversamente da questi dolci ricordi, che tuttavia sembrano attribuire un irreale tono paradisiaco ad una Beirut che in realtà nasconde aspetti più cupi,è l’atteggiamento di totale silenzio che si sostituisce nel “vero” Lerner, il padre Moshe,il quale ha optato per stendere un velo oscuro sui terribili eventi che hanno sradicato la sua famiglia e che,casualmente,gli hanno permesso di formarne una propria a Beirut e, successivamente, in Italia. Tuttavia questo dolore nascosto e represso ha comportato una mancata complicità nel rapporto padre-figlio, caratterizzato da sentimenti di vergogna, competizione e silenzio.

Degno di nota è inoltre il finale, definito dallo stesso scrittore “non previsto”,in cui la figura della nonna Teta viene proiettata sotto una luce quasi eroica, come per non farci dimenticare che spesso nelle persone più insignificanti può nascondersi una ricchezza d’animo inestimabile, impossibile da scoprire se ci si fa governare dai pregiudizi. Infatti, il dolore ha indossato in lei la maschera di una donna trasandata, autoritaria e grezza,rendendola poco piacevole e poco apprezzata,”relitto di un mondo meritevole solo di essere trasportato via.” Ciò nonostante proprio questo relitto sarà in grado di mostrare “L’energia distruttiva da cui era posseduta Teta, come un vento, capace di un’intensità tale da ripercuotersi a folate,sbattendo le porte e le finestre della nostra casa”.

Per finire, definirei questo romanzo coinvolgente ed emozionante,capace di trasportare il lettore all’interno di un viaggio che si spinge oltre al semplice significato denotativo della parola. Un viaggio colmo di riflessioni e ricordi all’interno di un passato che trova ancora riscontri nel presente ,da un lato all’interno di dinamismi e problematiche inerenti al nucleo famigliare, dall’altro nell’incapacità dell’uomo di rinunciare ai propri principi nazionalistici e trovare un’armonica convivenza con le diverse culture.

di Paolo Bonora. L’identità, o la memoria delle origini

Affrontare le proprie radici, i buchi neri della propria storia; ripercorrere e ritrovare i posti in cui si è nati, se non personalmente almeno per discendenza familiare; assecondare un movimento forse obbligatorio che ingiunge di scendere al fondo del nostro retaggio storico-culturale: questo ha fatto Gad Lerner nel suo ultimo libro, Scintille.
L’impresa, già di per sé difficilissima, si complica considerando le origini ebree dell’autore e il conseguente doversi confrontare con la Diaspora, e con una ricerca che lo porterà dall’Europa Orientale al natio Libano al dilaniato Israele.
Lerner si confronta con il tema fondamentale di tutta la riflessione umana: chi sono io? Chi sono io, figlio di un ebreo senza patria e di una donna legata ad una Beirut favoleggiata, io, nato in Libano, cresciuto e vissuto in Italia?
Per rispondere si rifà ad un termine della riflessione della Qabbalah e ad uno della Genesi: il primo è il gilgul delle anime, il secondo il Lech lechà (vattene \ va verso te stesso).
Gilgul è chiamato il vorticoso movimento delle anime dei morti che ci ruotano attorno, quando la morte è avvenuta ingiustamente e dolorosamente. Lech lechà, invece, è la frase che Javeh rivolge ad Abramo, spingendolo ad abbandonare la casa di suo padre.
Andarsene dalla casa del padre per trovare la verità, il vero con cui setacciare il presente, l’oggi, la realtà interiore ed esteriore, le proprie radici: andarsene dalla casa del padre per risalire il corso della propria storia personale e familiare, per trovare la propria identità, le proprie origini, la propria memoria. Sono, questi, tre termini importantissimi nel libro, anzi sono proprio i tre concetti su cui il libro poggia, indissolubilmente legati tra loro: non si conosce la propria identità se non si conoscono le proprie origini, se non si possiede la memoria di esse. Chi sono io?, si chiede Gad Lerner, e come posso conoscermi, senza conoscere a fondo la storia di coloro che mi hanno preceduto, senza rattoppare le smagliature nella trama della mia famiglia, senza vedere e toccare con mano i luoghi in cui sono nati, vissuti e morti i miei predecessori?

Forte dell’imperativo biblico e della voce del gilgul delle anime della famiglia, Lerner affronta i buchi neri della sua storia: la Shoah che decimò la famiglia del padre; una nonna scomoda perché incompresa; il Libano idilliaco dei ricordi di sua madre; la Terra Promessa, Eretz Israel, nata dal sogno sionista e ora martoriata da un’altra favola, quella del panarabismo; e tutti i se che gli affiorano alla mente lungo tutto questo tormentato percorso.
Tappa per tappa si confronta così con le verità scomode del suo rapporto travagliato con il padre, con i molteplici non-detto che si sono accumulati negli anni, quelli di sua nonna a suo padre prima, quelli di suo padre a Lerner stesso poi. L’autore parte per luoghi vagheggiati nel ricordo dei genitori per ricostruire le vicende, tragiche o meno, che hanno creato questa catena di omissioni nell’eredità familiare, queste successive censure che, di paese in paese, di città in città, tra un’Europa dell’Est lacerata fra URSS e Terzo Reich, e un Israele dilaniato dall’annosa questione palestinese, hanno creato mancanze che si sanno incolmabili ma sulle quali si fonda l’identità individuale e storica d(e)i Lerner.

Sa di essere ebreo. Conosce le vicende della sua gente, gli orrori della prima metà del Novecento e le tensioni angoscianti del mediterraneo orientale, tutti avvenimenti attraverso i quali la sua famiglia, e quindi di riflesso una parte di lui, di ciò che egli è, è passata. Italiano? Libanese? Galiziano? Israeliano? Lungo tutto il libro siamo guidati di fronte a queste varie nazionalità, assistiamo in Libano a racconti sul “gioco dei passaporti”, su persone che, libanesi, sono riuscite ad ottenere addirittura quattro cittadinanze diverse, e alle domande che Lerner si pone su se stesso. Essere ebrei non basta. E’ troppo e troppo poco. Un popolo disseminato ai quattro angoli del globo nella Diaspora non può non chiedersi a che nazionalità appartiene. Si è ebrei prima di tutto, questo sì, segnati in minore o maggiore misura da secoli di angherie, da un credo religioso e da una cultura particolare, l’unica, forse, che sopravviva più o meno invariata nelle varie entità ebraiche del mondo, che non riesca storicamente ad integrarsi completamente nel sostrato culturale su cui s’innesta nelle nazioni che via via incontra sul suo cammino. Lerner è crudo nel dileggiare chi pensa alla dispersione ebraica come a una fortuna “sociale” o a una fantastica possibilità di sviluppo poliglotta: “Chi invidia questa specie particolare di poliglotti (coloro che, spostandosi da una parte all’altra, come suo padre, hanno avuto la possibilità di venire a contatto e di imparare la lingua di luoghi diversissimi) per il numero di lingue con cui sono in grado di arrangiarsi sottovaluta quale vuoto concettuale e sentimentale provochi dentro di loro il pensare, il sognare, l’emozionarsi senza possederne davvero neppure una. Parlare tante lingue, ma tutte male perché la tua non esiste”.
Queste poche righe forse condensano tutto il messaggio e tutti i temi del libro: la lingua, cioè la cultura, è una delle espressioni più forti dell’identità di un individuo. Chi non ha una lingua sua, chi non ha una cultura sua, chi non ha una patria davvero sua, chi sperimenta quel “vuoto concettuale e sentimentale” derivato dalla mancanza di identità, di memoria culturale, chi è? La domanda ossessiva del libro, Chi sono io?, è racchiusa tutta qui. A questo proposito, Lerner più volte nelle sue pagine lamenta il fatto di saper parlare l’ebraico, ma di non poterlo leggere né scrivere, accusando, insomma, un vuoto ulteriore nella sua memoria\identità, quello di sapersi un ebreo “analfabeta”, cui è preclusa addirittura la possibilità di usare completamente la lingua dell’unica cultura che in un modo o nell’altro è più sua. In un passo del libro, a proposito ancora della lingua, e dell’essere ebrei “soprattutto”, al di là dei confini nazionali di Israele o di quelli fisici degli shtetl europei in cui i suoi familiari sono stati massacrati, si racconta degli sguardi d’intesa e quasi di cospirazione che l’autore scambia con una donna, in Libano, proprio perché assaporano il fatto di star parlando ebraico in una nazione devastata dalla guerra contro Israele e agli ebrei avversa.
Eppure Lerner sa anche l’arabo. E il francese. E l’italiano. Sa tante lingue, ma non ne è nessuna. O le è tutte quante?

Tante sono le pagine commoventi, dal racconto degli orrori perpetrati nella città ucraina di Boryslaw dove gran parte della famiglia paterna perse la vira durante la Shoah a quelle in cui l’autore si trova, per caso o perché spinto dalle anime inquiete del gilgul, sul luogo in cui è stato ucciso Uri Grossman, e sul quale l’”analfabeta” Lerner recita un Kaddish traslitterato, fino a quelle finali nelle quali la figura della nonna Teta, scomoda e disprezzata, si colora di tinte impreviste, rivelandosi amica di premier israeliani, impegnata in aiuti umanitari, fautrice del salvataggio dell’antichissimo Codice di Aleppo, quasi a sottolineare che forse la memoria è irrecuperabile completamente quando è stata così tanto torturata e soppressa, quando così tante memorie contrastanti la compongono. La stessa chiusa del libro non può arrivare a dirci, e a dire a lui stesso, chi è Lerner, qual è la sua identità, eppure avvertiamo palpabili sotto le dita, mentre lo seguiamo sul confine tra Libano e Israele, due delle sue patrie in guerra, assieme a militari italiani, la presenza viva e forte di tutte le varie memorie che lo compongono, le varie identità che non ne dànno una sola.
Bisognerebbe ringraziare Lerner per l’onestà e il coraggio con cui ci ha concesso di entrare nella sua personale ricerca, nelle ferite insanabili del suo essere, nei “vuoti concettuali e sentimentali” della sua identità, della sua memoria, delle sue origini.

di Valentina Montevecchi

Già da subito, leggendo Scintille, si percepisce il bisogno di Lerner di analizzare la storia dei suoi antenati per capire se stesso e la propria famiglia, dato che nemmeno loro sono stati in grado di raccontargli le vicende accadute.

Con questo intento affronta svariati viaggi, il più piacevole sarà quello a Beirut, città natale sua e del padre Moshé. Questo viaggio sarà accompagnato da una lettera della madre Tali con dei suoi ricordi riguardanti il Libano, un paese totalmente diverso da quello che gli viene descritto. Tali  descrive il Libano (particolarmente le città dove lei e la sua famiglia erano vissuti dopo essere scappati da Boryslaw) come un paese pacifico. In particolare racconta delle gite al mare, in montagna e in Palestina. Ovviamente Gad Lerner davanti ai suoi occhi trova un paese totalmente diverso, contrastato da guerre e attentati.

Più traumatico sarà il viaggio in Ucraina e nella città natale della madre e dei nonni materni. In particolare in Ucraina ci furono veramente pochi sopravvissuti ebrei alla Shoah, infatti oltre alla madre e ai suoi genitori nessun’altro dei loro parenti dalla parte materna sopravvissero.

Iniziando a leggere Scintille si percepisce subito un’incomprensione nel rapporto col padre Moshé, che infatti si definisce il “vero Lerner”. Lo scrittore descrive il padre come  una persona che finge una vita fantastica al contrario di quella che ha vissuto, e ipotizza che sia proprio questo il motivo dei loro problemi.

Lerner però non ha un brutto rapporto solo con il padre, bensì anche con la nonna Teta. La descrizione che più mi ha colpito al riguardo è la seguente: << Di che cosa mi sono reso conto, dunque? Dell’energia distruttiva da cui era posseduta Teta, come un vento, capace di un’intensità tale da ripercuotersi a folate, sbattendo le porte e le finestre della nostra casa. Non può essere un caso se fra le tre espressioni con cui nella Bibbia viene definita l’anima di una persona vi sia anche ruach, che nell’ebraico moderno significa proprio vento.>>

Lerner ci lascerà alla fine del libro la sorpresa. La nonna che tanto disprezzava era forse la migliore della famiglia, visti gli aiuti che aveva dato a svariati ebrei bisognosi e che aveva tenuto nascosti, di cui lui è venuto a conoscenza grazie ad un articolo di giornale del 5 maggio 1961 che trattava appunto l’argomento.

Questo libro, infine, è stato molto complicato da leggere e da capire, ma sicuramente mi ha chiarito le idee su svariati argomenti, ad esempio anche i conflitti fra israeliani e palestinesi di cui lui tratta.

Nonostante io abbia visto svariati film e letto qualche libro sull’argomento, la testimonianza di “Scintille” mi ha fatto capire ancora di più le sofferenze che ha dovuto subire la popolazione ebrea ingiustamente. Grazie a Gad Lerner, ho appreso che è importante non dimenticare queste vicende, anche per far trovare pace alle “ Anime che vagabondano” (come le definisce lui stesso).

di Felis Hagmann

Spero vivamente di non ricadere nella banalità scrivendo questa recensione anche perché delle parole adeguate sono difficili da trovare; ho deciso di iniziare con una considerazione di quello che del libro di Gad Lerner mi ha colpito maggiormente ovvero la straordinaria elasticità di passare da un luogo a un altro da Beirut, città natale del padre, all’Ucraina, città natale della madre, sempre con la voglia intensa di trovare risposte in ogni luogo e in ogni istante.

Un ardito desiderio di ricostruire una storia familiare, rivisitando luoghi, ascoltando racconti, raccogliendo articoli di giornale antichi e vecchie fotografie come una spugna per non lasciarsi sfuggire neanche un minimo particolare.

Il libro attraverso viaggi e pensieri racconta delle scintille ovvero dei frammenti di vita familiare ormai sepolta che stenta a voler riaffiorare. Le cose con il trascorrere del tempo sono cambiate e come gli edifici attorno alla loro vecchia casa a Beirut non sono più gli stessi anche i rapporti tra le persone di una famiglia mutano.

Scorrendo le pagine si viene a conoscenza delle continue incomprensioni con il padre, della figura quasi trasparente della madre e degli incomprensibili comportamenti della nonna paterna poi rivalutati alla fine della storia.

Libro molto difficile, a parer mio, nella lettura ma allo stesso tempo affascinante e soprattutto vero, senza troppe pretese di stupire e, proprio per questo, emozionante nella sua franchezza.

È stato davvero un libro importante per la mia conoscenza personale e sono davvero contenta di aver affrontato questa lettura perché davvero illuminante.

Anche se come afferma Lerner le persone che non hanno vissuto quegli anni non possono ricadere in un vittimismo che non gli appartiene RICORDARE rimane sempre fondamentale e questo libro ne è una forte testimonianza.

di Martina Tiddia  

Edito da Feltrinelli, “Scintille” è l’ultimo libro di Gad Lerner. Difficile, quasi impossibile riassumerne il contenuto senza rischiare di banalizzarlo. E’ la storia di un viaggio, nel tempo e nello spazio. La storia dell’incontro tra presente e passato. Storia di vite. Storia di anime. E seguendo il movimento vorticoso di queste, l’autore, con la curiosità del giornalista, turba l’ordine delle generazioni cercando non le radici, perché non siamo alberi, ma risposte e luce sopra le ombre calate sulla sua famiglia. Una storia a tratti complessa , ma sempre coinvolgente e di grande interesse. Leggendo le descrizioni dei paesaggi e impossibile non desiderare vederli con i proprio occhi. Come è impossibile non provare dispiacere sapendo di non poter camminare sulle stesse vie della Beirut, così dolce e viva nei ricordi della madre, ormai dilaniata dalla guerra. In tutta la storia è grande il peso del “non detto”, di tutte le cose non raccontate, di tutti gli orrori vissuti e spinti nel profondo dell’animo, nel tentativo di dimenticare. A volte tante, troppe, pennellate di vernice passate sul passato, fino a dimenticarne il vero colore. Così appare notevole la forza dell’autore, pronto a mettere a nudo le proprie vicende familiari e a riconoscere anche le ingiustizie, come nei confronti di nonna Teta, nel tentativo di guardare le cose sotto una nuova prospettiva e ridare un senso in più alla sua vita di oggi. Da Beirut ad Aleppo, da Leopoli a Boryslaw. In Italia, Libano e Israele. Il libro permette di avvicinarsi a luoghi, culture diverse restandone affascinati e desiderosi di saperne di più, come per l’ammaliante tradizione ebraica e le sue parole dai ricchi significati. Contemporaneamente l’incontro con altre culture non è sempre facile. Possono crearsi difficoltà e incomprensioni. Facile sentirsi diversi e scherniti in un mondo che non ci appartiene, non ci riconosce e non è pronto ad accertarci. Ma le difficili vicende vissute da parte della famiglia Lerner, possono essere un grande insegnamento per imparare, oggi, ad aprire le mente verso orizzonti più ampi. Insegnamento più che attuale per la nostra moderna società. Grazie all’abilità dell’autore , la narrazione di vicissitudini familiari intreccia i grandi eventi della storia, spesso drammatici, che travolgono i personaggi e ne modificano la persona. Così non è solo il racconto di una personale biografia, ma diviene anche la testimonianza di un pezzo di storia. Un libro certamente complesso e affascinante. Un libro che vale sicuramente la pena leggere.

di Martina Tiddia - I libri citati da Gad Lerner in "Scintille"

“Gli scali del levante”   Amin Maalouf
“Il cigno nero”   Nassim Nicholas Taleb
“Ogni cosa è illuminata”  Jonathan Safran Foer
“Gli scomparsi. L a ricerca di sei, fra sei milioni”  Mendelsohn
“Il violista sul tetto”  Aleichem
“Il libro nero”   Vasilij Grossman e Ljsa Eremburg
“Le benevole”    Jobathan Littell
“La via dei coccodrilli”  Bruno Shulz
“Il messia”   Bruno Shulz ( perduto)
“Le botteghe color cannella” Bruno Shulz
“Il processo”   Kafka
“Vedi alla voce: amore”   David Grossman
“Il vecchio maestro”   Vasilij Grossman
“Vita e destino”    Vasilij Grossman
“I sommersi e i salvati”   Primo Levi
“Se questo è un uomo”   Primo Levi
“L’infelicità araba”   Samir Kassir
“In lotta con la verità”   Gitta Sereny
“Jasmine”   Eli Amir
“Tredici soldati”   Leshem  da cui il film  “Beaufort”  Cedar
“La porta del sole”  Elias Khuri
“Sconfiggere Hitler”   Avraham Burg
“La storia di Tevje il lattivendolo”   Shalom Aleichem
“Il cammino dell’uomo”   Martin Buber
“Il guardiano”   Marek Edelman
“C’era l’amore nel ghetto”   Marek Edelman
“Kaddish”   Leon Wieseltier
“La porta del sole”   Elias Khuri
“Il profeta”   Khalil Gibran
“Caramel”
“Valzer con Bashir”

di Giulia Santinello

Una storia di anime vagabonde quella della famiglia Lerner,un gilgul,come viene chiamato nella Qabbalah ebraica,dovuto al blocco del passaggio della chochmà,cioè della saggezza tra padre e figlio.Ecco il nodo che prova a sciogliere il ben noto giornalista Gad Lerner con la stesura del suo nuovo libro “Scintille”.E’ un viaggio agli antipodi,un tentativo di venire a capo della sofferenza e dell’agitazione interiore della nonna Teta,della conseguente inadeguatezza del padre,il vero Lerner come egli stesso si dichiara,e della nostalgia della madre Tali nei confronti del suo amato Libano.Non è una storia tenta a cercare l’ieri,ma l’oggi.E’ una storia testimone di una volontà di riscoperta della confidenza con i genitori,di visitare i loro luoghi e di superare la censura famigliare che è stata attuata fin dall’infanzia del padre.Il percorso comprende Beirut,identificata con la figura raffinata della madre Tali,ma anche la cittadina di Boryslaw,identificata col padre Moshè,nella Galizia ebraica,ovvero l’attuale Ucraina,dove si è svolta la tragedia della famiglia Lerner e il conseguente trauma della nonna Teta,e infine Israele e il suo confine con il Libano presidiato dai soldati italiani.Tutte realtà che vanno a formare quello che è il mosaico dell’identità personale di Gad Lerner.Questo libro dipinge l’esperienza della shoha vissuta dalla famiglia Lerner,il senso di inadeguatezza che spesso l’essere ebrei può causare e tratta soprattutto della storia del levante dal ‘900 alla nostra contemporaneità in pagine che meritano senza dubbio di essere lette e apprezzate.