Seminario di formazione per studenti 2014/2015

Vedi alla voce: umano. Vittime, carnefici, spettatori nell'universo concentrazionario nazista (1933-1945)

“Non ho più avuto una vita normale. Non ho mai potuto dire che tutto andasse bene e andare, come gli altri, a ballare e a divertirmi in allegria… Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre nello stesso posto. E’ come se il “lavoro” che ho dovuto fare laggiù non sia mai uscito dalla mia testa…Non si esce mai, per davvero, dal Crematorio.”
Shlomo Venezia dal suo libro testimonianza Sonderkommando Auschwitz. La verità sulle camere a gas. Una testimonianza unica.
Rizzoli, 2007


Il Comune di Rimini promuove fin dal 1964,in stretta collaborazione con le scuole della città, un progetto chiamato Educazione alla Memoria, che consiste in un programma di iniziative legate al tema della deportazione e della Shoah e, più in generale dell’Europa fascista e nazista. Lo scopo che ci proponiamo è quello di promuovere lo studio e la conoscenza della storia, tenendo viva la memoria di tutti coloro che, per ragioni diverse, sono state vittime di discriminazioni e persecuzioni. In particolare, agli studenti di quinta superiore di tutte le scuole di Rimini, viene proposto un seminario di formazione che dura da fine ottobre 2014 a fine marzo 2015, che indagherà il tema dell’umano, o quel che resta di umano, nell’esperienza dei lager nazisti e della Shoah, dove non solo la vittima ma il senso stesso della vita fu umiliato, distrutto, negato dai carnefici (SS, guardie, kapò, sorveglianti, medici di servizio nei campi di concentramento…). Il titolo a cui abbiamo pensato come filo conduttore del percorso a cui ti proponiamo di partecipare sarà dunque il seguente Vedi alla voce: umano. Vittime, carnefici, spettatori nell'universo concentrazionario nazista (1933-1945). Vogliamo riflettere sul fatto che la maggioranza delle vittime e dei carnefici della Shoah non furono esseri umani straordinari per qualità morali elevate o spregevoli, per capacità intellettiva o per le azioni compiute, ma furono invece uomini e donne comuni, quasi banali, nella loro normalità. Furono però le circostanze dell’epoca in cui vissero a influenzare pesantemente e a rendere la loro vita drammaticamente fuori dal comune (quindi stra-ordinaria), ovvero il contesto storico-politico che corrispose all’ascesa e caduta di Adolf Hitler e al regime nazista che per 12 anni influenzò le sorti di milioni di persone. Non si tratta, quindi, di indagare genericamente l’astratta capacità dell’uomo di compiere le peggiori nefandezze o gli atti più eroici e caritatevoli, ma di indagare cosa resti di umano in un contesto politico specifico come quello di una dittatura totalitaria, il nazionalsocialismo (ma anche il fascismo a cui faremo frequenti accenni), segnato da un’ideologia razzista e antisemita, dall’omologazione, dalla paura, dall’opportunismo, dall’assuefazione alla violenza. Vogliamo riflettere su come in circostanze estreme, l’uomo risponda ai propri dilemmi morali e al peso della sopraffazione, decidendo se restare, appunto, umano e con quale significato per il termine di umanità. Cosa rimane di umanità nella vittima a cui hanno tolto tutto, nome, dignità, rispetto del proprio corpo, speranze? E’ possibile rimanere umani anche col corpo nudo e offeso? Inoltre, la vittima di un lager o di un ghetto che compie scelte moralmente complesse (ad es. il kapò che picchia i suoi compagni, il presidente del consiglio ebraico del ghetto che è costretto a compilare liste per decidere come nutrire la popolazione prigioniera ma anche liste per decidere chi deve essere deportato col trasporto successivo) resta innanzitutto vittima o diventa suo malgrado carnefice? E chi è realmente un carnefice? Solo colui che materialmente uccide? O anche chi pensa un crimine e vi partecipa in qualche modo? Adolf Eichmann, responsabile della deportazione verso i centri di sterminio di oltre un milione di persone, al processo di Gerusalemme che lo vedrà condannato a morte, si discolpò sempre sostenendo di non avere mai nutrito un odio particolare per le vittime, né di avere mai ucciso nessuno con la sua pistola d’ordinanza (il che è probabilmente vero). In sostanza avrebbe “solo” obbedito agli ordini. I carnefici furono molto raramente persone psicolabili e sadiche, la maggioranza assoluta furono uomini e donne che accettarono con solerzia ed efficienza di compiere il male o di parteciparvi, mossi dall’entusiasmo per il progetto generale a cui sentivano di appartenere (creare “l’uomo nuovo nazista” e l’Impero dei Mille Anni della Germania), dalla convinzione che fosse un male necessario per il progresso dell’umanità e il benessere della “razza ariana”. Infine, come facciamo a parlare di esseri umani pensando ai carnefici della Shoah che spesso furono ottimi padri, mariti, figli, e spietati assassini di persone inermi? Stando lontani dalla tentazione superficiale di indurci a credere che in qualunque uomo o donna comune sonnecchi un potenziale carnefice, cercheremo invece di capire cosa faccia di un uomo un carnefice quando si verificano determinate condizioni culturali e politiche. In questo tentativo di stare rigorosamente ancorati alla narrazione storica del nazismo – senza la quale nulla si spiega – ma al contempo di ricondurre la tragedia della deportazione e della Shoah all’uomo e all’umano, cercheremo di stimolarvi a formulare ipotesi interpretative e giudizi politici (oltre che morali) sull’adesione o, al contrario, sulla resistenza al male, per coerenza con il principio di educazione alla responsabilità individuale che regge tutta l’Attività di Educazione alla Memoria di cui il Comune di Rimini si occupa da oltre mezzo secolo. Vogliamo dunque provare ad approfondire queste tre categorie, troppo spesso banalizzate e rinchiuse in definizioni non adeguate alla complessità umana che spinge ogni essere a compiere scelte o non scelte, anche in condizioni estreme come quelle di un genocidio come la Shoah.
Vogliamo interrogarci sui dilemmi umani che ci spingono a reagire o a non reagire al male, o viceversa a compiere il bene. Ma soprattutto vogliamo discutere di come il valore della vita umana non possa essere materia politica. Cosa ci insegna allora il nazismo, con la sua visione dell’umanità brutalmente razzista e animalista, fondata sia su idee razziali tradizionali che sull’idea del sangue puro da non contaminare e da non disperdere? Qual’è il legame con la nostra vita di oggi? Forse il punto essenziale da cui potremo partire per il nostro lavoro collettivo è proprio uno solo: nessun uomo, nessuno Stato, sia esso democratico o dittatoriale, può arrogarsi il diritto di discriminare tra umanità ed esistenza meritevole di attenzione, inclusione e sostegno e viceversa umanità ed esistenza considerate inutili, improduttive, indegne per la società. Perché nessuna logica economico-sociale, all’insegna di quell’efficienza ed economia di cui si sente spesso parlare in tempi di crisi, può giustificare la necessità di sostenere vite umane rispetto ad altre considerate non utili, non produttive, non di valore, magari appellandosi a una presunta diversità (l’origine, la cultura, il colore della pelle, la religione, l’identità sessuale…) da utilizzare come ostacolo all’integrazione nel gruppo degli umani.