Riflessioni del viaggio Austria 2012

Viaggio studio a Mauthausen, Hartheim (Austria) 2-5 maggio 2012
Qui di seguito le riflessioni di alcuni partecipanti.

Ora, alla fine del percorso che ho affrontato seguendo questo seminario, posso affermare che ho ricevuto una seconda educazione, dei diversi occhi per guardare il mondo. Io stesso, nel mio passato, ho ricevuto scherni di tipo razziale, e non nascondo che anche io dentro di me custodivo infelicemente dei piccoli pregiudizi verso persone di terre lontane. E ora, visto l'obiettivo del seminario - di creare menti con la capacità di comunicare con persone di culture differenti, di confrontarci con loro, di viverci e di apprendere quello che hanno da offrire - sono pienamente convinto di aver appreso il massimo che il seminario potesse offrire.
Il percorso formativo con tutti i docenti e i collaboratori che vi hanno partecipato, mi ha dato una chiave di lettura che è stata fondamentale, una volta giunto nei campi, per poter aprire la mia mente e vedere oltre o ciò che vedevo. Le guide sono state impeccabili, grazie alle loro spiegazioni non solo ho ricordato un momento di storia ma in qualche maniera l'ho anche vissuta, ho camminato sulla stessa terra dove hanno camminato migliaia e migliaia di innocenti, ho toccato con mano i muri delle loro camere, ho vissuto un' esperienza che nessun libro di storia mi possa offrire. E proprio il fatto di camminare sui stessi passi fatti dai deportati pochi decenni fa che mi ha fatto molto riflettere su quanto rispetto dobbiamo dare a questi luoghi e meditare attraverso loro sulle pagine nere della storia purché non accadi più una tragedia simile.
Prima del seminario non conoscevo l'esistenza di questi campi e penso che non ero l'unico a non esserne ma la cosa che mi tormenta è che molti genocidi sono sconosciuti da molti ma ancor peggio negati da alcuni. Come è possibile che l'uomo non faccia una piega davanti alle vite degli Ebrei passate dai camini dei forni crematori e poi dissolte nel vento? Dov è finita la sua coscienza, la sua ragione o il suo amore? Mi rivolgo a quelle bestie che volevano persino radere al suolo i campi di concentramento come se uccidere fosse stato un gioco al quale non volevano più giocare e buttarlo via. La cosa più sconvolgente è stata vedere quelle case reggersi sui muri di Gusen, vedere quelle persone affacciarsi alla finestra e non rendersi conto di abitare sotto uno dei cimiteri più grandi d'Europa. Come possono le persone passare davanti, non alzare la testa e incoscienti tirare per la loro strada?
Attraverso immagini, video e racconti delle nostre guide ho visto tanta morte, distruzione, vere carneficine, cumuli di corpi che non sembravano nemmeno più umani e ho provato un senso di paura, ma non per coloro che sono morti, loro innocenti ora hanno la loro pace, paura per l'indifferenza della gente, per il menefreghismo di alcuni ragazzi che sono venuti in questi luoghi come in vacanza o come ottimo momento per saltare qualche muretto a modi lezione di ginnastica. E spero solo che il pensiero, a differenza degli animali, sia un grido civile contro il rumore dei fucili.
Borakovskyy Serghei - 5° Istituto Tecnico Industriale L. Da Vinci 


Ho deciso di iscrivermi a questo progetto grazie a testimonianze di ragazzi che lo avevano già effettuato l'anno passato e l'argomento di quest'anno mi interessò parecchio, in quanto non tutti sanno il vero significato della parola "razzismo".
Durante questi mesi passati insieme ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze sul pensiero di Hitler, del popolo tedesco e di quello austriaco. Questo progetto mi è anche servito in ambito scolastico, in quanto ho deciso di includere nella mia tesina l'incontro avvenuto sui gruppi antinazisti. Alla fine del corso degli incontri il viaggio in Austria mi ha portato chiarimenti su cosa era accaduto durante il regime hitleriano e capire realmente quanti uomini fossero stati uccisi solo per quello che erano. Mi ha un po’ sconvolto il fatto che gli austriaci vogliano nascondere quel che successe, soprattutto che di Gusen, sottocampo di Mauthausen, non rimanga praticamente nulla e solo una piccola sala per ricordare le vittime di quel terribile atto con targhe commemorative. Anche Mauthausen fu smantellato ma almeno qui sono ancora presenti i luoghi di tortura; entrando in quelle stanze mi è come venuto un nodo allo stomaco, sapendo che lì, anni prima, milioni di persone venivano uccise senza pietà. Di Mauthausen mi hanno colpito molto i monumenti commemorativi di ogni paese per le proprie vittime, in quanto ogni paese aveva dato una sua interpretazione al ricordo;  quello che mi è piaciuto maggiormente è quello ungherese, con gli uomini con le mani alzate in segno di libertà. La crudeltà degli uomini è evidente anche nella "Parete dei Paracadutisti", come si può pensare buttare giù da un precipizio una persona come te!? E come puoi far fare a degli uomini denutriti con dei massi sulla schiena una scalinata così ripida e scivolosa?! Anche Hartheim mi ha lasciata un po’ basita, un castello dall'esterno bellissimo che nasconde all'interno tanta disumanità. Anche se gli insegnanti agli incontri ci avevano preparato a ciò che avremmo visto non pensavo che gli austriaci avessero così tanto tentato di nascondere la realtà accaduta e ringrazio tutti per la possibilità che ho avuto di partecipare a questo viaggio e incrementare le mie conoscenze.
Corbelli Elena - 5a  Istituto Tecnico per il turismo Marco Polo


Al termine di questo percorso, posso dire che è stato estremamente interessante ed importante. Interessante perché, pur sapendo, in modo generico le cose che ci sono state dette, abbiamo avuto la possibilità di approfondire la mentalità e tutto ciò che sta dietro a gesti tanto orribili, e questo è importante perché attraverso la conoscenza di queste dinamiche abbiamo la possibilità di evitare di emularle e, soprattutto, combatterle.
Nonostante questo viaggio non puntasse ad impressionarci attraverso immagini crude, la tristezza che si prova pensando agli innocenti, uccisi senza motivo ne utilità dopo innumerevoli umiliazioni, fa sentire inermi ed arrabbiati. Ed è anche per commemorare queste vittime che questo viaggio è un’esperienza unica: vedere i nomi e le foto sulle lapidi commemorative è una delle cose che mi ha colpito di più, quando si parla di un totale di vittime, ti può impressionare il numero ma non ti coinvolge emotivamente come vedere i loro visi e sapere che quante famiglie hanno sofferto.
Mi ha incuriosito anche il tentativo, da parte degli abitanti di Linz, di lasciare ciò che è avvenuto nei campi fuori dalla città e di dimenticare proprio ciò che sarebbe obbligatorio ricordare, inoltre sono dell’idea che non è cancellando le prove fisiche di cosa è successo, che cancellerai le macchie del tuo popolo ma è ricordando questi fatti e così, in qualche modo, chiedendo scusa.
Al campo di concentramento d Mauthausen, la cui visita è stata emozionante ed interessante, mi è sembrata strana la parte con i memoriali di ogni nazione: da un lato è un gesto bellissimo ricordare i propri caduti, ed alcune opere erano veramente suggestive, dall’altra mi è parsa una specie di gara al monumento più bello e più grande (che non fa onore). Ma questa è un’impressione del tutto personale. La scalinata della morte, invece, me la immaginavo molto più angosciante: la sua storia è terribile ma intorno cresce una vegetazione rigogliosa (anche vicino alla cava) che da invece un senso di speranza e una sensazione di  rinascita dalla morte e dalla disperazione. Anche il castello di Harteim è singolare: è uno splendido edificio, in un magnifico contesto, testimone però, di cose tanto orribili, che non ti aspetti potessero avvenire proprio lì. La sistematicità e la freddezza con cui questi omicidi di disabili venivano effettuati mi lascia senza parole. Erano drammatiche anche le lettere che le donne inviavano ignare che il loro bambino o marito sarebbe morto di lì a poco o lo era già. Del memoriale di Gusen mi ha colpito la struttura, adatta ad evocare sentimenti quasi di angoscia e il fatto che le persone siano d’accordo a vivere nelle case costruite dove c’era il campo.
In conclusione è stato un progetto con incontri, per la maggior parte, davvero coinvolgenti che si è concluso con un viaggio unico all’insegna dei contrasti.
Boffa Caterina- 5a  Istituto Tecnico per il turismo Marco Polo


Il viaggio in Austria è iniziato con un lungo tragitto , la vasta gamma di ore ci ha permesso di  discutere delle mete , guardare film (Swing kids e Freedom writers) e instaurare rapporti con ragazzi che non conoscevamo,  di altre scuole ma con lo stesso interesse verso un argomento così importante della nostra storia. Nostra perché tutto ciò che è accaduto ci tocca in prima persona , è importante che le generazioni future vengano a conoscenza dello scempio compiuto nei lager nazisti. Il primo luogo visitato è stato il campo di concentramento di Mauthausen che sorge su una bellissima collina verde. Nel mattino abbiamo visitato le docce , le baracche , il muro dei lamenti , la quarantena e le camere a gas. E’ possibile che molti abbiano già in mente una visione del campo grazie ai numerosi film e documentari , impossibile è riprodurre le sensazioni che il complesso trasmette. Non sono rimasta delusa dal campo , avevo già una visione chiara e lucida di quello che mi aspettava , non sapevo che ci avrei perso un pezzo di cuore. Il dolore è stato lancinante . C’era una targhetta presso le camere a gas con scritto : qui sono stati giustiziate le vittime del nazismo , sopra la parola ‘giustiziate ’c’era un enorme barra , la parola più appropriata aggiunta era : ‘massacrate’ , la parola giustizia non deve essere nominata in questo contesto , la giustizia era un illusione. La domanda che mi sono posta più volte durante la visita è stata la seguente : ho capito come venivano massacrate milioni di persone ma perché?  Tutto è uno , quest’idea della dicotomia , del diverso è completamente errata.  Siamo tutti figli dello stesso mondo , esseri umani : tutti con un cervello , tutti con due occhi tutti con un cuore. Le etichette sono state create dagli uomini e ci hanno portato alla totale decadenza dell’umanità. La storia deve insegnarci a non ricadere negli errori del passato , la violenza e la guerra non sono più soluzioni accettabili e dopo duemila anni di massacri ancora non l’abbiamo capito, come affermava Antonio Gramsci : la storia insegna ma non ha scolari. Importante è trasmettere tramite testimonianze visive e fisiche ciò che è avvenuto affinché non si cada nell’errore di dimenticare. La visita è continuata il pomeriggio con la visione dei monumenti delle nazioni , la scala della morte e il memoriale in onore delle vittime.  Il ritorno in pullman è stato ricco di riflessioni personali , può tutto ciò avvenire di nuovo? Mi sono riproposta di dare una risposta solo a fine del viaggio. Non si parla solo di morte ma del processo di disintegrazione dell’io , infatti le persone sopravvissute non sono riuscite a convivere con questa esperienza dolorosa e atroce.  Un ‘altra parola che mi è ronzata in testa durante il percorso è stata quella del rispetto. Non c’è rispetto nel commemorare questi luoghi : negli ultimi anni sono stati rovinati i muri delle docce con delle svastiche naziste che ricompaiono anche nel quaderno delle firme e delle dediche. Il giorno successivo siamo andati al castello di Hartheim , luogo in cui venivano soppressi  i malati di mente di ogni età , perché la loro presenza al mondo era un insulto per la razza ariana. Anche questa esperienza è stata molto toccante , vivo a contatto con persone disabili che sono un ‘ infinita fonte di ricchezza , ci permettono di osservare il mondo con un’altra ottica , non peggiore  ma diversa.  La diversità è la fortuna dell’uomo ma ancora questo concetto non è accettato dall’intera popolazione , il diverso spaventa, disturba , occupa spazi e risorse perciò deve essere eliminato. L’ Omologazione che Hitler desiderava non è altro che un embrione del moderno conformismo, causa principale delle sventure di questa società malata. Non siamo stati mai così poco liberi pur nella nostra apparente enorme libertà. Abbiamo proseguito con lo spostamento a Gusen che oggi è una bellissima città in cui una minima porzione di terreno è destinata al ricordo. Gli abitanti non vogliono struggersi con troppe domande sul passato ,vogliono vivere il presente e nascondere nell’oblio quello che i loro nonni , i loro genitori hanno fatto negli anni precedenti.  Sono tornata a Rimini con un bagaglio pieno di riflessioni e conclusioni. Peno che sia possibile che si ripresenti un regime dittatoriale che esalta la conquista di una “razza” , penso che sia nostro impegno trasmettere le conoscenze e nozioni per confutare questa tesi.  Nel secolo della razionalità e dell’innovazione tecnologica bisogna ragionare con il cuore, bisogna che non succeda mai più.
Caramanna Giorgia Cosetta - 5° Liceo della Formazione Valgimigli


Ammetto di non aver mai approfondito il tema riguardante campi di concentramento o di sterminio e di conseguenza non ho mai visitato luoghi dove sono avvenuti genocidii, sfruttamenti di lavoro, omicidii, prima che il comune mi offrisse la possibilità di compiere il viaggio a Linz, e le visite a Mauthausen, al palazzo di Hartaim e al sottocampo di Gusen.
A Mauthausen ciò che mi ha colpito maggiormente è stato il fatto che molte parti degli edifici, ad esempio le mura o le baracche siano state ricostruite, invece che lasciate com’erano. Anche le stanze dove vivevano i prigionieri mi sono sembrate piuttosto nuove, così come i letti e gli armadietti. Ugualmente ‘’la scalinata della morte’’, della quale ora i gradini sono completamente ristrutturati. Mi aspettavo, inoltre, un campo di dimensioni molto più vaste, nota la celebrità di questo campo ad essere uno dei più grandi e famigerati dell’Austria. Ma è anche risaputo che gran parte delle baracche vennero distrutte dagli stessi nazisti o dalla popolazione locale che necessitava, di qualsiasi materiale pur di ricostruirsi un rifugio o comunque di sopravvivere nello scenario di miseria e degrado che la guerra aveva portato. Sono rimasta molto disorientata quando siamo arrivati a Gusen e abbiamo trovato invece che dei resti del sottocampo di concentramento, solamente un blocco abbastanza grande di cemento che fungeva da memoriale e un piccolo museo con alcune foto. Credo che sia scandaloso cancellare dalla memoria tutti gli orrori e gli scempi che sono accaduti all’interno di quel campo di lavoro. Soprattutto per coloro che vorrebbero conoscere e capire il perché, ad esempio per i  più giovani che sono ben lontani dagli anni della guerra e dei campi, il luogo offre ben poche possibilità di venire a conoscenza, di osservare, di richiamare alla memoria i fatti avvenuti all’interno di Gusen. In particolare ciò che mi ha sconvolto maggiormente è stata la vista di case e villette di famiglie austriache costruite attorno al memoriale, o addirittura gli stessi edifici utilizzati come baracche per i prigionieri del campo ora sono rimodellate e abitate da famiglie. Tutto questo mi ha lasciata spiazzata, nonostante i nostri accompagnatori ci avevano avvisato della situazione a Gusen, in quanto non mi immaginavo questa totale voglia di dimenticare il passato. Sebbene sia  anche il palazzo di Hartheim, un luogo nel quale sono accadute vicende pietose e vergognose, credo che sia stato il memoriale che io abbia apprezzato maggiormente. Infatti, nonostante le camere a gas siano state quasi del tutto distrutte dai nazisti, all’interno delle altre sale invece sono stati creati dei memoriali, dei video,  e riportate delle immagini, fotografie, documentari e oggetti delle vittime proprio per ricordare l’orrore che queste persone, seppur brevemente, hanno dovuto subire. Una parte del palazzo è dedicata anche alle storie di certe persone di oggi giorno che vivono in situazioni di disabilità; l’ho ritenuto veramente interessante e importante dal punto di vista della ricostruzione della memoria. Ho apprezzato anche la creazione accanto al palazzo di un ristorante gestito da persone diversamente abili, un modo per ricordare il tipo di persone che venivano assassinate in quelle camere a gas.
Inoltre mi è parso altrettanto interessante l’incontro con la guida, in quanto ci ha dato non solamente informazioni riguardanti al palazzo e alle atrocità che avvenivano al suo interno, ma anche informazioni sulla situazione sociale e politica attuale dell’Austria. Credo che sia stato un ottimo incontro per  conoscere come alcuni austriaci la pensino su ciò che è avvenuto nel passato.
È  importante secondo me ricordare ciò che è accaduto in modo tale che si sia consapevoli delle atrocità e mostruosità che hanno coinvolto milioni e milioni di persone affinché in un futuro prossimo, ma anche nel presente di oggi, non si ricreino circostanze possibili ad atti razzisti simili.
Ringrazio i nostri accompagnatori, fonti di sapere, e tutti gli altri volontari che hanno contribuito alla formazione di questo viaggio attraverso le loro lezioni.
Franka Annika - Liceo A. Serpieri


L'esperienza del viaggio d'istruzione è stata un'esperienza costruttiva, profonda, che mi ha dato molti spunti di riflessione e ampliato le mie conoscenze rendendomi più consapevole della storia, della mentalità razzista: dai procedimenti di pensiero alle azioni che hanno portato l'uomo a creare strumenti di reclusione, tortura e umiliazione di categorie umane che riteneva dannose e inferiori. Il clima si rivelò positivo fin dall'arrivo: sia i miei compagni, che soprattutto gli animatori contribuirono a creare un'atmosfera accogliente, dove non fu difficile il dialogo, la comunicazione, e il confronto. Il giorno in cui andammo a visitare il campo di Mauthausen fu pieno di emozioni forti: vedere le strade, il percorso che portava al campo, fino a vedere i letti dei detenuti, le camere a gas, e i forni crematori, fu un impatto molto forte, mi ricordo il silenzio, c'era silenzio, c'era il ricordo, l'emozione, e la commozione. Con la mente cercavo di ripercorrere ciò che mi era stato spiegato la sera precedente, immaginavo le persone, lì, in quei posti, immaginavo il dolore, sentivo l'umiliazione. La curiosità che avevo nel ripercorrere e immaginare la “storia” dei detenuti e il loro percorso nel campo fu subito soddisfatta dalle foto presenti nel museo, documentazioni esaustive di quella che era la condizione di vita dei detenuti, ma soprattutto, quello che mi ha colpito, fu il filmato che ci è stato mostrato nel pomeriggio, ricordo che ero un po assonnata, all'inizio il filmato mostrava delle testimonianze di superstiti, in lingua straniera, ricordo di non essere riuscita a seguirle con attenzione per la mancanza di sottotitoli, ma poi, dopo le testimonianze, il filmato si concluse, e partì un video girato nel campo, dove uomini di cui erano rimaste solo ossa, ormai morti, venivano caricati su un camion, con una specie di “pala”, come se fossero merce da caricare, o terra, ma non uomini. Il video fu mostrato senza alcun suono, e ricordo che tra noi calò il silenzio, vedere, documentata, una scena così cruda, forte, dura e ai nostri occhi così assurda, così crudele e priva di umanità o rispetto mi sconvolse, soprattutto essendo cosciente del fatto che a quell'epoca fosse abitudinarietà, fosse considerata come necessaria, e giusta.
Un altro episodio che ricordo nitidamente fu la scalinata della morte, Fabio ci spiegò che è in qualche modo il simbolo della fatica, del lavoro, del dolore, e spesso anche della morte che i detenuti stanchi e denutriti provarono percorrendo quei 186 scalini. Ogni scalino era pieno di quel dolore, ogni scalino mi rendeva sempre più consapevole.
La sera in albergo ci ritrovammo per parlare, ricordo che non riuscii a dire nulla, perchè avevo nelle orecchie ancora il silenzio agghiacciante che accompagnava quelle immagini, che ha accompagnato tutta la visita al campo, e avevo negli occhi il dolore che avevo visto, e i visi seri e provati dei miei compagni.
Il secondo giorno andammo al castello di Hartheim. Dopo aver ascoltato una breve introduzione al luogo, ho avuto occasione di poterlo visitare autonomamente, da sola. All'interno del castello venne allestita una mostra, che documentava la “storia dei disabili” dall'epoca della dittatura nazista ai giorni nostri, con i cambiamenti, le leggi, le conquiste e la lotta per i diritti di queste persone. Leggevo con molto interesse le insegne che, purtroppo essendo solo in tedesco non comprendevo a pieno, seppur studiando la lingua da qualche anno, ero molto coinvolta all'idea di saperne di più, in quanto quello dei disabili, è un argomento che viene ignorato o trattato poco nell'istruzione che ci viene fornita. Percorsi le stanze cercando di assorbire ogni immagine e informazione che questo luogo aveva da offrire e mostrare. Trovai molto intelligente, coerente e apprezzabile l'idea di un ristorante con personale disabile, con relativo mercatino con cose create da disabili, ciabatte, magliette, vasi, eccetera...La visita al castello di Hartheim mi toccò molto, e mi diede molti spunti su cui riflettere. Infine, la visita a Gusen fu quella che mi colpì meno, rispetto ai due luoghi precedenti, c'era una sala che documentava i luoghi e la storia del posto, c'erano alcune foto...ma l'impatto dei forni crematori fu comunque forte, in quella stanza infatti (quella dove c'erano i forni crematori) facemmo la cerimonia e fu un momento carico di emozione, eravamo uniti, nel ricordo.
E' stata un'esperienza completa, piena di momenti forti come quelli che ho descritto prima, ma anche di momenti di spensieratezza e conoscenza di noi ragazzi: ricordo con gioia i tragitti in pullman, i canti, i sorrisi, la disponibilità. Credo che il clima così positivo e favorevole alla socializzazione fosse dettato soprattutto dal fatto che fossimo tutti lì, in quel luogo, in quel momento, perchè VOLEVAMO esserci, avevamo scelto di esserci, senza obblighi o pressioni, avevamo in comune la curiosità, la voglia di conoscere.
Ringrazio tutti i miei compagni per avermi accompagnato in questa esperienza profonda, ringrazio gli animatori, che sono stati punti di riferimento importanti, guide, ma anche amici che hanno reso il viaggio piacevole ed estremamente costruttivo.
Ringrazio il comune per continuare a sostenere questo progetto della memoria, che ritengo di fondamentale importanza e rilievo, in quanto mantiene vivo il ricordo in generazioni ormai lontane dal periodo della shoa, generazioni sempre meno informate, e sensibili a questo argomento. Ringrazio per avermi dato la possibilità di prendere parte a questo viaggio.
Fioretti Giannina - 5° Liceo Linguistico Valgimigli


Mauthausen, Hartheim, Gusen. Questi sono i luoghi della memoria che, dopo svariati incontri, siamo andati a visitare in Austria. Prima di questo viaggio siamo stati preparati a ciò che avremmo visto, abbiamo parlato del razzismo in generale con vari relatori (professori, storici, genetisti…), letto un libro su questo argomento (“Sono razzista ma sto cercando di smettere”, Guido Barbujani – Pietro Cheli), venendo quindi a contatto con una tematica spinosa e spesso trattata in modo superficiale. Tramite questo percorso abbiamo cercato di capire questo argomento, di sviscerarlo, di risalire fino alle sue origini per poi ripercorrerlo arrivando sino alla situazione odierna. E in mezzo c’era la grande, indelebile macchia della Shoah. Una macchia che spesso non si vuole ricordare, perchè scomoda, perchè incredibile, perchè dolorosa. E noi invece ci siamo buttati a capofitto, proprio lì, in questa voragine della storia umana. Allora, iniziamo a raccontare.
Dopo un viaggio interminabile e una volta sistemati, al mattino siamo partiti per Mauthausen. Arriviamo, e ci accorgiamo di essere sopra ad una altura. Perchè? Perchè era un monito per tutti, la punizione visibile che attendeva coloro che si opponevano al regime. C’è un vento gelido ad attenderci, ed è maggio. Davvero non voglio pensare alle temperature percepite in inverno, non voglio nemmeno provarci. Entriamo, dopo aver visto l’amabile piscina delle SS (eh sì, perchè in estate il caldo non manca) e passiamo il primo cortile, circondato da portici. Saliamo, oltrepassiamo una statua che sembra scolpita a metà, e poi finalmente oltrepassiamo il vero ingresso, quello che escludeva le abitazioni delle guardie. Sinceramente all’inizio non mi sembrava così terrificante, ma basta poco tempo, poco davvero, per cambiare la situazione. Il tempo necessario per sapere che il monumento appena passato celebra un ufficiale russo che venne lasciato dinnanzi al muro dove facevano attendere i prigionieri (ribattezzato “muro del pianto”) in una notte di gennaio, al quale veniva continuamente gettata acqua addosso. All’alba era un pezzo di ghiaccio.
Poi scendiamo nella sala d’attesa, se così vogliamo chiamarla, nella lavanderia e in seguito nelle docce. Nel frattempo erano passate vicino al nostro gruppo allegre bande di ragazzini austriaci molto garruli, lasciandoci/lasciandomi sconcertato. Ma ritorniamo alle docce: ciò che mi ha colpito di più non è stata la stanza in sé, bensì gli scarabocchi che si trovavano su ogni muro, principalmente italiani. E poi vieni a sapere che tra qualche giorno tutto ciò verrà ricoperto da una barriera di plexiglass, per due motivi: il primo è quello sopra menzionato, il secondo riguarda la gente che piscia nelle camere a gas. Ecco, inizi a capire che ci vuole un attimo per far accadere una seconda Shoah, che l’uomo sicuramente non è cambiato, che abbiamo la memoria sempre troppo breve. Passiamo tutta la mattinata a Mauthausen, tra le poche baracche rimaste, che sembrano troppo pulite per essere vere, tra il grande cortile asfaltato, nella quarantena, dove sorge un prato fiorito che cela ai nostri occhi migliaia di scheletri. Visitiamo anche una mostra all’interno di un edificio del campo, cerchiamo di approfondire più che possiamo la nostra esperienza, di renderla totale. Percorriamo i corridoi della prigione, la piccola camera a gas in cui venivano stipate sino a 80 persone alla volta, il letto di marmo dove sezionavano i cadaveri, la stanza frigorifera dove venivano ammassati in attesa del forno crematorio, di cui rimane un solo, toccante, esemplare. Vagando da solo cerco di immedesimarmi nella situazione, in ciò che accadeva in questi luoghi 70 anni fa, cercando il silenzio, cercando la solitudine, ma non è così semplice: tutto sembra irreale.
Dopo aver pranzato in un ristorante con vista sul Danubio, lo stesso bel danubio blu dove venivano gettate anche le ceneri dei deportati, ritorniamo al campo. Il pomeriggio è più libero, più introspettivo, abbiamo più spazio per far correre la mente. Far correre la mente tra i giganteschi monumenti, tra cui possiamo notare una ragazza del posto che fa jogging o gente che va a passeggio con i cani. Incredibile. Mi dirigo verso la scalinata della morte, verso i 186 gradini tristemente celebri. Rimango deluso nel constatare che sono stati completamente rifatti, ma scendo comunque sino ad arrivare alla cava, che nel frattempo è diventata un lago, popolato da rane, insetti, bisce. Sembra quasi che la natura abbia cercato di nascondere i mali compiuti dall’uomo, e di riprendere il controllo della situazione. Sopra lo specchio d’acqua c’è un dirupo, la “parete dei paracadutisti”. Da qui, nei momenti di massima espressione della loro fantasia, le SS lanciavano i prigionieri, in modo da divertirsi a vederli rimbalzare sulla parete. Invece, nelle giornate comuni, si accontentavano di giocare a bowling con i deportati sulla scalinata, già di per sé irta, irregolare, ghiacciata o arroventata. Ora la mente inizia a perdersi, a pensare che questo, che ora sembra un tranquillo angolo di natura, un tempo era l’inferno. Dei veri e propri inferi, che corrispondono anche all’immaginario popolare, che ora sono tornati ad essere ciò che erano in origine: acqua, erba, terra, roccia. Adesso non ci sono più mostri in divisa o scheletri che cercano di sopravvivere, semplicemente non c’è più nulla, se non il mio ricordo, il mio inutile tentativo di immedesimarmi in quella situazione, di provarla a vivere appieno. Risalgo i gradini, uno alla volta, contandoli. A metà ho già il fiatone, e senza alcuna zavorra sulla schiena, senza alcun blocco di pietra da 50 kili. Arrivo fino alla zona dei monumenti, dove teniamo una cerimonia di commemorazione, e poi vago tra i luoghi del ricordo. Ci sono monumenti delle nazioni più disparate, e sul retro di ognuno foto, nomi, date. Non finiscono più, non riuscirò mai a leggerli tutti, l’oblio incombe su di loro. Stop. Visita finita.
Mi ero scordato un piccolo inciso, che mi fa piacere ricordare: usciamo dal campo per il pranzo, e vi troviamo parcheggiato un enorme tir della coca-cola. Lascio tutte le riflessioni del caso al lettore. Ora dovrei parlare delle visite ad Hartheim e a Gusen. Cercherò di stringere il più possibile: è tardi, sono stanco, e provato dal ritorno delle emozioni che mi hanno toccato in quei momenti.
Cosa mi ha colpito di Hartheim? La faccia sorridente e serena di Franz Stangl, che dopo aver “studiato” qui in Austria fu comandante del campo di Treblinka, dove riuscì nella mirabile impresa di sterminare mezzo milione di ebrei. Una foto di famiglia, con le figlie, un tranquillo quadretto familiare. E allora mi viene da pensare che il germe della follia è in ognuno di noi, e non ci vuole niente ad attivarlo. E a riattivarlo, di nuovo, in futuro. Non dobbiamo immaginarci le SS come mostri, come peculiarità del ventesimo secolo. No, loro erano tali e quali a noi, e noi potremmo essere tali e quali a loro: basterebbe veramente poco. Dobbiamo stare sempre attenti, sempre all’erta, non abbassare mai la guardia e tenere sempre acceso il lume della nostra ragione.
Passiamo ora a Gusen. Bene, sopra alle rovine di quello che era uno dei principali sottocampi di Mauthausen, e che arrivò ad avere dimensioni pari a quest’ultimo, ora sorge un anonimo villaggio. Il memoriale è circondato da abitazioni, da strade, da vecchie baracche del campo riadattate. Come si può vivere sopra tali orrori? Come ci si può svegliare ogni giorno sapendo che sotto al nostro letto potrebbero essere sepolte cataste di corpi umani? Io sinceramente non ce la farei, e non so come loro, gli abitanti del posto, possano fare ciò. Sono rimasto veramente sconcertato. Oltre a ciò mi ha colpito una cosa che potrebbe risultare banale, ma che conservo ancora oggi nella mente. Tra le varie fotografie scattate dagli alleati nei momenti della liberazione ve n’erano diverse, tutte terribili. Mucchi selvaggi di cadaveri, persone senza un grammo di carne addosso che provavano a vivere, e un ragazzo, ormai morto, ormai disidratato, che rappresentava per me l’incredulità di quel posto, e di tutta la Shoah in generale. Francamente non pensavo che un uomo potesse raggiungere tali limiti: mi colpì la sua pancia, se così posso chiamarla, per le sue dimensioni. Dimensioni non umane, adatte più ad un manico di scopa che a qualsiasi essere vivente. E assieme a ciò l’espressione di un ragazzo, all’interno di un video che avevamo visto a Mauthausen,  al momento della sua liberazione. Ebbene, quel viso era senza espressione. Non aveva più la capacità di formulare espressioni, di sorridere, di rattristarsi, di muoversi. Pur rimanendo vivo, era senza vita. Ecco ciò che volevano fare nel campo: togliere la vita, prima ancora della morte.
Fabbri Mattia - 5° Liceo Giulio Cesare


Il via ggio a Linz per me è stato un’esperienza straordinaria che mi ha toccata nel profondo e ha suscitato in me emozioni mai provate prima. La preparazione  dei mesi precedenti, la conoscenza dei compagni di viaggio, la loro simpatia e affabilità mi hanno disposta a vivere al meglio questa esperienza. Prima di partire ero già sicura di non voler tornare a casa. Tutte le mie aspettative  sono state soddisfatte, anzi, superate. Vedere l’immagine della scalinata dal vivo è tutt’altra cosa: mi veniva da svenire. Sapevo che cosa rappresentano queste scalinate perché il filmato proposto prima della visione lo spiega dettagliatamente. Il contrasto fra il panorama fantastico e l’orribile strategia ideata dai nazisti per sterminare gli ultimi ebrei sopravvissuti mi ha commossa fino alle lacrime.
L'esperienza più  struggente del mio soggiorno in Austria è stata la visita al Castello di Hartheim dove prima della guerra le suore accudivano i disabili, dopo l'arrivo dei nazisti venne trasformato in un centro d'esperimenti del progettoT4. Il progetto T4 prevedeva L'Aktion T4, nome dato dopo la prima guerra mondiale al Programma nazista di eutanasia che sotto responsabilità medica prevedeva la soppressione di persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da più o meno gravi malformazioni fisiche. Non ho potuto fare a meno di pensare che, se fossi nata in un'altra epoca, forse sarei stata coinvolta in quella situazione; non è un caso che mi sia stato chiesto di leggere le riflessioni sorte spontanee nei ragazzi e da loro scritte in quel contesto.
Ringrazio infinitamente tutti gli insegnanti e gli accompagnatori che ci hanno guidati con competenza e umanità straordinarie.  
Ringrazio di cuore la prof.ssa Tamburini per avermi dato l'opportunità di seguire questo seminario, per avermi sollecitata a concludere e spedire la relazione. Grazie a questo viaggio ho cominciato ad aprirmi con ragazzi e ragazze simpatici e divertenti che hanno interessi  in comune con me, dai quali non vorrei mai separarmi.
Bartolini Miriam - 5° Istituto Prof.le di Stato per i Servizi Commerciali e turistici L. Einaudi


Per prima cosa voglio ringraziare coloro che hanno reso possibile questa bellissima esperienza: il comune di Rimini, gli organizzatori, i collaboratori del Progetto Memoria. In sostanza tutte le persone che ci hanno sostenuto e guidato nel corso di questa esperienza, che è iniziata con la voglia di sapere ed è approdata nell’esperienza di un viaggio che non può non lasciare una profonda traccia di sé.
Credo che questa iniziativa abbia raggiunto lo scopo prefisso di sensibilizzarci sull’argomento, di farci capire quanto importante possa essere il valore di una vita, ma anche di renderci consapevoli che senza memoria quasi non resta traccia di tutti coloro che sono ingiustamente morti, e di insegnarci l’importanza che il ricordo di tutti gli avvenimenti accaduti sotto il Secondo Reich sia mantenuto vivido, perché la storia non sia un semplice resoconto, scritto in un qualche libro, ma diventi parte viva e vigile di quello che continuamente proviamo e facciamo, nel nostro essere cittadini, persone, uomini e donne.
l viaggio che ci è stato offerto, ha contribuito a farci capire la concretezza delle azioni che ci sono state raccontate nel corso degli incontri preparatori. Lo scontro tra teoria e realtà è stato abbastanza forte. Spesso infatti la mente umana, o almeno di certo la mia,  non arriverebbe in alcun modo a concepire che possano essere veramente accadute le stragi di cui siamo venuti a conoscenza, che si sia potuto davvero pensare all’eliminazione in massa di persone, responsabili soltanto di appartenere a questo o a quel gruppo etnico, politico, religioso o ideologico. Si ha, dunque, quasi la necessità fisica di trovarsi davanti a prove tangibili.
In effetti, nel nostro viaggio, non abbiamo trovato riferimenti troppo espliciti rispetto all’idea che ci eravamo formulati nel corso di tutti gli incontri, su come dovesse essere costruito un campo di concentramento, o rispetto a cosa potesse esservi accaduto davvero. E questo, almeno in un primo momento, ci ha quasi spiazzati, anche se siamo comunque stati aiutati dalle mostre fotografiche che erano allestite lungo le tappe del nostro percorso.
Ho comunque trovato il progetto memoria una splendida iniziativa, perché mi ha aiutato nella scuola, ma mi sento di dire che mi ha soprattutto fornito strumenti anche per affrontare la vita, facendomi ragionare su argomenti che altrimenti non avrei approfondito, e che avrei dato per scontati, magari anche arrivando a formulare (o assorbire) un’idea sbagliata. Io personalmente, prima del lungo iter degli incontri della memoria, potevo dichiararmi una perfetta ignorante in questo ambito, nel senso che ignoravo molti avvenimenti che poi in realtà una volta scoperti e capiti è davvero difficile non considerare. Per esempio, alla parola “campi di concentramento” io avrei sempre associato solo la parola “Ebrei”, senza mai pensare che in realtà gran parte degli internati furono anche tedeschi. Onestamente sono partita senza sapere cosa avrei trovato, diciamo forse anche in modo incosciente ma, probabilmente grazie a questo, posso dire che non sono stata delusa da come mi si sono presentati i luoghi. Di alcune cose però mi sono davvero stupita, cose che non hanno a che fare con i luoghi, ma con l’uomo. Sono rimasta stupita del fatto che, in specie a Gusen che è stato un campo di concentramento addirittura più grande di Mauthausen, tutto ciò che è rimasto sia un memoriale dalle dimensioni davvero ridotte, creato dai superstiti che non hanno voluto lasciare senza memoria il loro passato. Sono rimasta stupita di come vaste aree di villeggiatura si distendano su quello che solo qualche decennio prima è stato un luogo di messa a morte collettiva, dove coloro che entravano una casa neppure sapevano più se ce l’avevano. Sono rimasta stupita di come tutte le indicazioni, le didascalia, e le spiegazioni all’interno dei vari memoriali fossero solamente in lingua tedesca. Come se si trattasse di qualcosa di locale, di privato, di ristretto, riservato ai soli in grado di decifrare la lingua. Non dico che sia necessario tradurre in tutte le lingue del mondo, ma quantomeno l’idea di una traduzione in una altra lingua (scontato, ma non obbligatorio, l’inglese) darebbe l’impressione di voler condividere con il resto dell’umanità un’esperienza di questa portata. Sono rimasta stupita del fatto che l’uomo cerchi così facilmente di dimenticare il suo passato, ritenendo più importante avere la coscienza pulita, piuttosto che far sì che resti vivo il ricordo di tutti coloro che sono morti solo per le manie di grandezza e il carisma di un uomo. Sono rimasta stupita del fatto che, dopo tutto ciò che il partito nazista ha causato in Austria, ci sia ancora un partito (l’ Fpö) che propugna le idee che avevano infervorato gli animi nella prima metà del 1900 (xenofobia, razzismo) e che queste idee vengano espresse, forse inconsapevolmente, nelle più diverse occasioni anche qui in Italia: non solo nell’arena politica, ma anche allo stadio, quando si parla di emigranti o di immigranti, quando ci si prende gioco di un omosessuale, quando ci si sente sicuri e forti non per ciò che si vale, ma perché ci si offre la possibilità di annientare gli eventuali avversari. Ancora di una cosa sono rimasta stupita, che molto probabilmente vi sembrerà sciocca: che la natura sembra rispettare i luoghi della memoria. Non ci sono rumori, non si sentono i versi degli animali, non vola una mosca. Davanti al memoriale di Gusen ho visto una distesa di soffioni, quasi che la natura voglia ricordare tutte le anime di coloro che sono morti, spazzati via dal vento che ne ha disperso le ceneri, e che l’uomo copre di pesante cemento.
Bavestrello Gaia - 5° Liceo Giulio Cesare


“Il processo di distruzione degli Ebrei d’Europa – che fu condotto in maniera sistematica dal regime nazista negli anni  1933-1945, e che provocò 6 milioni di vittime – secondo lo storico americano Raul Hilberg si articolò in tre grandi fasi: 1) definizione; 2) concentrazione; 3) annientamento.”
Così Francesco Maria Feltri scrive nel volume di storia “I giorni e le idee” per le quinte.
Tre fasi, troppi morti.
“… lo sterminio degli Ebrei rappresentò un’operazione economicamente non vantaggiosa; l’impresa nel suo complesso fu progettata e condotta avanti non per ragioni di profitto, ma per motivi di tipo ideologico.”
L’ultima fase, quella dell’annientamento inizia solo nel 1941. I primi 8 anni sono dedicati alla definizione e alla concentrazione.

Mauthausen fu costruito nel 1938, pochi mesi dopo l’invasione dell’Austria. Abbiamo visitato questo campo di concentramento il 3 maggio, con condizioni climatiche che sembravano volerci comunicare tutto il dolore che una persona può provare entrando in un luogo del genere. Un piazzale in cui venivano accolti oppositori politici, comunisti, coloro che potevano in qualche modo distruggere quel sistema che Hitler e seguaci stavano creando; dopo una scalinata e un imponente statua rappresentante un comandante russo (il quale era stato lasciato congelare in una notte di inverno con una temperatura di -15°) il lungo corridoio all’aria aperta in cui si riunivano i prigionieri per gli appelli giornalieri. Baracche ai lati di questo lungo corridoio, alcune risalenti al 1938, altre ricostruite quasi interamente, cercano di riportarci indietro in quegli anni in cui sofferenze e violenze sostituivano la razione quotidiana di cibo.
Probabilmente essendo la prima volta che visitavo un campo di concentramento la reazione è stata completamente diversa da coloro che avevano già visto Dachau o Auschwitz. Parlandone in serata hanno detto che Mauthausen, a differenza di questi, è molto meno originale e quindi non li ha molto impressionati; a parer mio è stato devastante. Vuoto, freddo, brividi, lacrime che hanno iniziato ad inumidire gli occhi.
Forse perché sono troppo sensibile ed emotiva o forse perché non riesco a controllarmi? Ma perché mai avrei dovuto farlo? Quelli che noi definiamo carnefici si sono controllati nel commettere questa lunghissima serie di atrocità irripetibili?
Vagavo alla ricerca di spiegazioni, cercavo di capire, all’interno delle docce, delle camere a gas, dei forni crematori, il perchè. Ho ascoltato per un anno intero esperti, professori, scrittori, studiosi, pensavo di avere percepito qualcosa, di aver accettato che così doveva andare, che Hitler con tutti i suoi discorsi e le sue opere non era assolutamente un folle che trascinava con sé altri milioni di folli.
Mi sono resa conto che in realtà non era così.
Dopo avere osservato le foto esposte nelle baracche ho voluto scendere e visitare camere a gas e forno crematorio da sola. Mancava l’aria, le stanze erano piccole, le pareti bianche, solamente alcune erano azzurrine a causa dello Zyclon B, poiché non vi erano finestre per arieggiare e il gas intaccava le pareti sporcandole.
I forni crematori erano circondati da ricordi, foto, oggetti, bandiere portate sicuramente da quelle persone private di chi amavano, di mariti, fratelli, figli.
Placche di metallo e di marmo appese ai muri. Nazionalità diverse: italiani, spagnoli, francese, svedesi, russi, ebrei, e chissà quanti altri uomini e donne non menzionati sono stati uccisi. Mi sembrava assurdo pensare che a 67 anni dalla liberazione di Mauthausen mi trovavo lì a fissare sguardi catturati da delle fotografie: uomini nati nel 1887 e morti nel 1943 che non sembravano certamente avere 56 anni. La guerra li aveva uccisi, privati di quel valore, di quella gioia di vivere, di quella speranza di pace e fine delle sofferenze che non sono mai riusciti ad ottenere. Oppure uomini morti poco prima della liberazione del campo. Appena 2 mesi prima.
Mi sembrava tutto così assurdo e non riuscivo ad accettare la triste verità dei fatti. È come se il campo di concentramento fosse una realtà a sé e una volta uscita da quelle mura tutto rimanesse dietro quel portone.
Non è così. La vita di uomini, donne e bambini vale sempre molto di più di ideologie razziali che portano solamente alla morte....bambini. Anche loro, insieme ai disabili, costretti ad una fine che non può assolutamente essere descritta. Come si può definire l’omicidio di un bambino o di un disabile che secondo il regime tedesco avrebbe contaminato la razza ariana? Decidevano anche chi aveva il diritto di vivere e chi doveva morire. Un labbro leporino, la depressione di una donna, gli handicap fisici e soprattutto mentali erano difetti che non si potevano curare e andavano debellati. Stiamo parlando di malattie, batteri, virus, che secondo la mentalità tedesca, anzi ariana, avrebbero fatto ammalare il corpo sano rendendolo vulnerabile. Così dal 1940 il Castello di Hartheim, che dal 1800 era stato trasformato dalle suore in un ospizio munito di scuole per disabili, diventa un centro di messa a morte. Con l’Aktion T4 vengono uccise (numero accertato) 15.000 vittime. Cercavo di immaginare gli sguardi di tutti quei bambini, gli occhi di quei disabili, la dolcezza che portavano con sé, l’affetto che sicuramente provavano per quei medici che promettevano loro una guarigione, una condizione di vita agiata, normale; come hanno potuto? Perché l’hanno fatto? Sono domande a cui non trovo spiegazione e non so se mai la troverò, anche se Laura, Carla o tutti coloro che hanno lavorato al Progetto Memoria l’hanno chiarito in tutti i modi e maniere a loro possibili.
È stata un’esperienza istruttiva, accompagnata dalla conoscenza di nuovi posti e amicizie. Credo che il progetto dia a noi ragazzi la possibilità di capire meglio tutto ciò che c’è stato in un passato di violenze e sangue; forse può aiutarci a rispondere ad alcune domande, forse no, ma sicuramente sono emozioni che rimangono e fanno crescere. Purtroppo la nostra è l’ultima generazione che può ascoltare direttamente la narrazione di questi eventi, che può conoscere i partigiani, i sopravvissuti perché gli anni sono ormai passati e il tempo porta via con sé le persone. In futuro tutto ciò sarà appreso dai libri di storia: come è stata descritta la Prima Guerra Mondiale così si farà per la Seconda. Magari noi, possiamo nel nostro piccolo cercare di evitare determinate azioni di cui abbiamo compreso l’atrocità, sperando che a poco a poco tutto questo sentimento negativo sparisca. Ringrazio il Comune di Rimini, Laura Fontana, Carla Monti e tutti coloro che ci hanno accompagnato in questo viaggio, non solo fisicamente.
Derosas Tatiana - 5° Liceo A. Serpieri


L’esperienza del “viaggio della memoria” è stata molto importante per me, ed inoltre un momento che aspettavo da tempo. Sicuramente è stato un viaggio molto difficile dal punto di vista morale, perché, come mi aspettavo, andare in luoghi dove 70 anni fa circa sono successe cose orribili e disumane ha un peso enorme. Mentre visitavo il campo di Mauthausen ho provato soprattutto rabbia. Vedere le baracche dove dormivano e mangiavano i prigionieri, stipati come “larve”, la stanza con cento docce circa, è stato qualcosa che mi ha fatto pensare tanto, soprattutto perché il campo si amministrava da solo (ovvero coloro che erano prigionieri da più tempo assumevano livello più alto di quelli che lo erano da meno tempo). Inoltre questo sistema li metteva uno contro l’altro. I prigionieri avevano dei segni di riconoscimento sulla divisa a righe bianche e nere (contrassegni di colori diversi per categorie diverse- omosessuali, zingari, repubblicani, ebrei....). Come hanno potuto portare avanti per anni e anni qualcosa di simile? Tutti i prigionieri si rendevano conto di avere la morte in faccia, eppure continuavano a vivere, perché la loro voglia e la loro speranza andava oltre a quella vita disumana che trascorrevano. Un altro fatto che mi ha colpita tanto è che nei campi come Mauthausen c’era una percentuale bassissima di suicidi, anche questo fatto evidenzia appunto la loro forza nei confronti della vita. Oltre a questi campi dove, come ho già detto, i prigionieri erano ridotti a vivere in condizioni non umane, c’erano dei veri e propri centri di uccisione, come ad esempio il castello di Hartheim, dove persero la vita più di 15000 persone (venivano uccisi nella camera a gas e poi eliminati attraverso i forni crematori). Mi chiedo come gli abitanti della zona abbiano potuto non avere dei dubbi riguardo al fumo nero che usciva continuamente dal camino del castello. Perché nessuna ha reagito? La paura era tanta, ma se avevano la forza di essere uniti, certamente si poteva fermare prima questo “sistema malato”, che era stato istituito sotto il regime di Hitler. Probabilmente erano talmente tanto provati psicologicamente da quello che stava succedendo intorno a loro, che non avevano nemmeno le forze di reagire.  E un’altra cosa che mi lascia ugualmente esterefatta è come delle persone, che dopo quello che hanno pensato e fatto non dovrebbero essere nemmeno considerate tali, abbiano potuto dare vita a un regime di questo genere. Per i nazisti tutti i prigionieri erano protagonisti di un triste spettacolo che potevano portare avanti con le loro idee più infelici, un qualcosa di cui oggi noi non ci possiamo neanche rendere conto, noi che non abbiamo vissuto quella vita così disumana.  Mentre visitavo questi posti ho pensato spesso ad un verso della poesia “Veglia” di Ungaretti. “Non sono mai stato tanto attaccato alla vita”. Ho provato insieme a una fortissima rabbia, un sentimento di attaccamento a quello che ho, e che persone come quelle di cui ho parlato non hanno potuto avere, o perlomeno non hanno potuto vivere. Non sono potuti stare con il loro figlio, hanno dovuto lasciare la propria moglie o il proprio marito, non hanno potuto avere la loro libertà, la serenità. Erano semplicemente matricole, ridotti ad essere tutti uguali. Il loro ego veniva annientato da questo sistema. Infine ringrazio l’amm.ne comunale, che dopo il lungo percorso del seminario di  quest’inverno, mi ha dato la possibilità di compiere questo viaggio, che sicuramente sarà (come lo è stato in questo mese), nella mia memoria e nel mio cuore.
Spero che attraverso la memoria appunto, episodi del genere non verranno mai dimenticati. I dieci milioni di civili che hanno perso la vita a causa dei loro ideali non devono essere dimenticati, non verranno dimenticati.
Bianchini Beatrice - 5° Liceo Scientifico A. Einstein


“Sono successe cose terribili qui e, forse proprio per la difficoltà che ho nell'elaborarle, non riesco a pensare che a una cosa. Penso alla quiete di questo luogo, alla vegetazione rigogliosa che si riflette nel lago, ai salici che piangono sfiorando le ossa degli uomini. Penso ai girotondi dei soffioni nel vento, ai ranuncoli, a quella singola, ostinata cicala che canta da questa mattina. I sassi che ho sfiorato sono gli stessi che rotolavano giù per la scala della morte, ed è assurdo averli qui. La bellezza di questo luogo è nelle foglie che galleggiano, tra l'acqua in cui io e loro ci siamo specchiati e l'aria che insieme abbiamo respirato. E' difficile sostenere il peso di un'immagine così facile nella mente: orbite senza volto che si trascinano sui piedi feriti, che coglieranno la fine divorandola a morsi. Li vedo e non provo pietà. Provo amore. Non c'è un alito di vento, ora. Tutto è immobile, stretto nel rispetto. Sarebbe così istintivo rimuovere dalla mente quell'immagine elaborata macchinosamente, con la fatica di un sogno i cui angoli si tenta di afferrare inutilmente, perché subito svaniti. Sarebbe tutto evanescente, se io oggi non fossi qui. Sarebbe difficile credere a quel che è successo. Ma io sono qui, con la mia esistenza e con la mia morte. E loro sono qui, tra le mie dita e i miei capelli. Sono un pensiero di ossa dure e cenere, un luogo dipinto sulle iridi del petto.” Cava di Mauthausen, 3 maggio 2012
E’ difficile ripensare a quei momenti, credo di non averlo ancora fatto seriamente. La cosa che più mi ha colpito è l’irrealtà con cui ho percepito quei luoghi, quelle situazioni. Per quanto avessi tutto sott’occhio, per quanto abbia camminato sulle stesse pietre dei tanti prigionieri, la mia mente era costantemente tentata di rimuovere. Cancellare, chiudersi di fronte a tanto orrore e fingere che fosse solo un parco tematico in cui spendere qualche pomeriggio. Non credo che questa mia sensazione sia dovuta alla consistente ricostruzione avvenuta nei campi – ben visibile, certo, ma non al punto da risultare falsa o eccessiva. Credo piuttosto che sia una questione emotiva, il tentativo di una difesa mentale che può risultare, però, incredibilmente pericolosa. Infatti, se è facile rimuovere qualcosa che si è visto e respirato con i propri occhi, ancor più facile è negare che campi di concentramento e di sterminio siano mai esistiti, non avendo preso parte ad un viaggio della memoria. E’ anzi più che facile, è banalmente semplice convincersi che i sistemi di messa a morte come Hartheim siano solo un’invenzione un po’ troppo fantasiosa. Il punto è che la realtà si spinge più in là dell’immaginazione: l’uomo fa cose che neppure riesce ad immaginare. Era questo, soprattutto, l’orrore cui facevo riferimento in precedenza. Ciò a cui sono stati sottoposti i prigionieri è terribile, ma ancor più terribile è la lucidissima razionalità con la quale sono stati progettati i processi di annullamento identitario, e l’obbedienza di tutti quelli che hanno collaborato, la loro fervida convinzione. Nulla è stato lasciato al caso e ogni gesto quotidiano, solitamente piacevole e dato per scontato, diventava strumento di tortura – credo sia questa la cosa che mi ha colpita maggiormente.
Vista la facilità con cui si tende a dimenticare (negare, addirittura) ritengo che i viaggi della memoria siano uno strumento importante, perché  - se preceduti da una buona preparazione come è stato per il nostro – consentono di non minimizzare quella che è stata la più grande tragedia di sempre. Ho apprezzato molto le riflessioni che sono state fatte in merito alla cosiddetta “zona grigia”, e credo che l’approccio con il quale ci siamo avvicinati all’argomento sia stato ottimo. Siamo riusciti a non banalizzare e a non concentrarci solamente sull’orrore.
La mente fatica a credere a quello che vedono gli occhi, a quello che le orecchie sentono – tanto più difficile è quindi rendersene conto se lo studio si limita alle pagine dei libri.  Sono emozioni che non so riportare in un foglio di carta, neppure sono riuscita a parlarne subito con la mia famiglia. Al ritorno, sono stata assalita dalle loro richieste – cosa avevo visto, come era stato, come mi ero trovata… Non avevo le energie mentali per rispondere, all’inizio, e chiedevo loro di lasciarmi tempo (pensando tra me e me che forse non gliene avrei parlato mai). Poi ho capito l’importanza del racconto, l’assoluta necessità di dare massima diffusione a questa mia esperienza, come hanno fatto i sopravvissuti dei campi e i partigiani della lotta armata. Le prime parole che si raccontano sembrano bolle di sapone, sembra quasi di starsi inventando una storia – è troppo logica per essere solo finzione, però. Bisogna imporre alla mente il grande sforzo mentale di parlarne, perché tutti devono conoscere. L’ignoranza, in questo come in tanti altri casi, è il nemico più temibile, l’esercito da abbattere. Personalmente, ho assunto questo impegno e tenterò di portarlo a termine, sempre.
In conclusione vorrei ringraziare tutti i compagni di viaggio, perché non sarebbe stata un’esperienza ugualmente stimolante, se essi fossero stati diversi. Ho conosciuto persone splendide, che vogliono far sentire la propria voce, persone critiche, che non si accontentano di sentire una sola voce, persone che hanno voglia di fare, persone che conoscono l’importanza di valori considerati sempre meno importanti. Lo stesso vale per il Comune di Rimini e gli accompagnatori, che hanno saputo organizzare tutto alla perfezione, pur dandoci tempo per riposare e comprendendo il nostro bisogno di momenti di svago. Peccato per il poco tempo a Linz, mi è parsa una splendida città e sarebbe stato bello avere l’occasione per scoprirla meglio. Sono grata per aver avuto la possibilità di prendere parte a questa esperienza, che ha toccato delle corde profonde della mia anima, e che sono certa mi accompagnerà per molto tempo ancora. Per una vita intera. 
Calise Anna - 5° Istituto Tecnico per il Turismo Marco Polo     


L'aspetto che più mi ha colpito e che ho trovato più interessante di tutta l'esperienza è stato senza dubbio la riflessione sul razzismo, in particolare riferito all'”oggi”: la prima lezione sull' origine storica e filosofica del Razzismo, che continuamente ha cercato di darsi basi scientifiche, fino all'agghiacciante degenerazione nazista; la lettura del libro di Barbujani, che mi ha chiarito non solo il perchè non esistano “razze umane” ma anche concetti importanti più dal punto di vista “umano”, come quello di identità dell'ultimo capitolo, che ho molto apprezzato! Dopo tutta questa formazione, si può dire che l'impatto con la realtà austriaca sia stato ancora più forte. Pare che gli Austriaci facciano molta fatica a fare i conti con il loro passato, ma anche con un presente multietnico e multiculturale. La tendenza comune sembra (premettendo che baso queste osservazioni su due giorni di viaggio e su cose che ci sono state riferite) un voler cancellare ciò che è stato: del sottocampo di Gusen è rimasto solo un memoriale, che non ha nemmeno lo spazio per “respirare” dato che tutt'intorno sono state costruite case (in certi casi sono anche state usate le baracche preesistenti) e a Mauthausen le persone fanno jogging fin sotto alle mura. Al castello di Hartheim la guida ha parlato della difficoltà di integrazione per gli immigrati in Austria, di certo resa difficile da comportamenti razzisti e a volte addirittura violenti (aggressioni verbali o fisiche a immigrati ogni volta che salgono sull'autobus). E il clima che si respira nella vita di tutti i giorni è riflesso nell'amministrazione politica del paese, che ha visto negli ultimi tempi leggi di respingimento dell'immigrazione. Questo modo di agire – ha ipotizzato la guida – è stato probabilmente anche causato da una percentuale significativa di voti alle elezioni per un partito nazionalista di estrema destra, percentuale abbastanza alta da non poter essere ignorata. Gli ultimi tempi hanno visto un aumento di voti a partiti di estrema destra anche in Francia e in Grecia, e penso che questi siano tutti dati che debbano fare riflettere, soprattutto in momenti di “crisi” come il nostro. A esperienza conclusa però non ho ancora trovato una risposta alla domanda “e se ci fossimo stati noi, Italiani, a fare i conti con un passato così “ingombrante”?”. Sicuramente sono convinta che uno studio approfondito e critico della storia sia dei fatti che del pensiero sia decisivo, ma anche il mettersi in testa che le verità assolute sono pericolose.
Botteghi Marinia - 5° Liceo Scientifico A. Serpieri 


Dopo una serie di incontri organizzati dal comune per sensibilizzare i ragazzi sul discorso della shoah (alcuni molto interessanti, altri un po’ meno, ma sicuramente tutti utili), ho avuto la fortuna di poter partecipare al viaggio studio dalle tre importanti mete precise: Mauthausen, castello di Hartheim, Gusen. Gli accompagnatori ci avevano subito avvertito che sarebbe stato un viaggio divertente, ma non di svago: avremmo visitato questi posti per poterli studiare, per approfondire le nostre conoscenze, per imparare qualcosa di più di ciò che potevamo già sapere. Così il 2 maggio, alle 06.00 di mattina, ancora tutti un po’ assonnati, abbiamo intrapreso questo viaggio, arrivando a Linz verso le 18.00. Inutile dire che eravamo distrutti dalle ore passate in pullman, ma ciò nonostante, dopo cena, ci siamo riuniti tutti sotto richiesta dei nostri accompagnatori, per parlare e discutere su ciò che avremmo visitato l’indomani: il campo di concentramento di Mauthausen. Oltre a questo, abbiamo letto anche alcune pagine di ciò che veniva insegnato ai bambini al tempo del fascismo, ovvero una serie di domande e risposte volte ad imparare le regole fissate dalla dittatura. Ciò che mi ha colpito è il modo esplicito e senza mezzi termini usato in questo libro, tanto che era impossibile avere dei dubbi. Spesso ci si chiede come la gente abbia potuto seguire le idee nazifasciste, come abbia potuto permettere che fosse fatto il lavaggio dei cervelli ai propri figli. Tuttavia spesso mi domando: io avrei reagito diversamente? Non sono favorevole al nazifascismo, ovviamente, ma bisogna anche capire cosa ha spinto tanta gente a non ribellarsi alla dittatura. Innanzitutto è da specificare che così come questa sorta di lavaggio al cervello veniva fatto ai bambini, esso veniva fatto anche sugli adulti. Sono state promesse tante cose di cui la maggior parte della popolazione aveva realmente bisogno, e parte di queste promesse furono soddisfatte. Non c’è da stupirsi se una popolazione povera, in periodo di piena crisi, si senta così favorevole nei confronti di chi promette e mantiene certe cose. Voglio che sia chiaro, non giustifico in nessun modo ciò che è successo, ma in parte lo capisco. C’è inoltre un altro fattore importante: la paura. Chi non seguiva le regole, chi si opponeva, metteva a rischio non solo la propria vita, ma talvolta anche quella dei cari. Molte persone dicono che se fossero appartenute a quel momento storico non avrebbero mai appoggiato la dittatura. E’ una cosa molto bella da dire, ma mi chiedo se queste persone sarebbero davvero disposte a mettere a rischio la propria vita e quella di altri.
Il 3 maggio abbiamo visitato Mauthausen. Un’accompagnatrice ci ha chiesto di notare, durante il viaggio di andata dall’ostello verso il campo di concentramento, le indicazioni stradali, e di dire, una volta arrivati, se c’era qualcosa che ci sembrava strano. In effetti, le indicazioni erano numerose, ma tutte molto piccole, cosa che non è sfuggita agli occhi di nessuno e che è stata quindi fatta presente a fine viaggio. Durante gli incontri a Rimini avevamo imparato che l’Austria non si era ancora voluta prendere la piena responsabilità di ciò che era accaduto durante il nazismo, attribuendo la colpa dello sterminio ai soli tedeschi. Chiunque ha pensato che quelle indicazioni per Mauthausen, così piccole, ne fossero una prova. In realtà una delle accompagnatrici, Francesca, ci ha spiegato che erano stati fatti dei passi avanti, poichè le indicazioni erano comunque numerose. Pare infatti che, fino a pochi anni fa, i cartelli in direzione del campo di concentramento fossero davvero pochi.
La visita di Mauthausen è stata tanto lunga quanto dettagliata e interessante. Tre sono le cose che mi hanno colpito di più: la piscina dei nazisti davanti all’entrata, la stanza delle docce e la scala della morte. La prima cosa citata sembra assurda: cosa ci fa una piscina davanti ad un campo di concentramento? Bene, anch’io sono rimasta sbalordita. Veniva usata dai nazisti come semplice svago nella stagione calda. Pensare ai prigionieri assetati, stanchi e accaldati, che avevano appena percorso una salita lunga ed estenuante (il treno non arrivava direttamente al campo, ma si fermava molto prima e da lì si era costretti a proseguire a piedi su un terreno molto ripido) e che si ritrovavano di fronte un gruppo di guardie che si rilassavano in piscina, metteva angoscia. Erano immagini crude, che a tratti ti sembrava di poterle vedere da vicino. Che fosse meditato come tale o meno, anche quello era un metodo di tortura.
La stanza delle docce è un’altra zona che mi ha colpita. Era infatti uno dei primi luoghi che davano il “benvenuto” ai prigionieri, probabilmente può essere considerata come l’anticamera dell’inferno.
I prigionieri qui venivano posti al lavaggio, con acqua gelida o bollente (studiati metodi di tortura), completamente nudi (questo era un ulteriore shock emotivo, soprattutto con la mentalità che si aveva allora riguardo al pudore). Le porte inoltre erano fatte in modo tale che l’acqua non potesse passarci sotto, e quindi se ne formavano centimetri.
Come ho già scritto l’ultimo elemento che mi ha colpito più degli altri è stata la scala della morte. Questa è una scalinata formata da 186 gradini, tutti irregolari (uno era più alto, l’altro più basso, uno poteva essere più largo e l’altro più stretto…) cosicchè la fatica di chi li saliva fosse resa ancora più estenuante. Inutile specificare che a salirli erano proprio i prigionieri, costretti per di più a trasportare grossi blocchi di pietra, per ritrovarsi poi, nei peggiori dei casi, una guardia che li aspettava in cima rispingendoli a terra, per puro divertimento.
Il 4 maggio è stato il giorno dedicato alla visita del castello di Hartheim e di Gusen.E’ stato interessante visitare il castello, perchè dell’omicidio dei disabili durante il nazismo non se ne parla mai abbastanza. Questo è uno dei tanti motivi per la quale sono contenta di avere partecipato al corso ed al viaggio: esso infatti non si è limitato a parlare dello sterminio degli ebrei (che è comunque giusto non dimenticare), ma ci ha ricordato costantemente che esistevano tanti altri prigionieri, e che anche disabili sono state delle vittime nel periodo del nazismo. Son rimasta colpita da come fosse semplice essere considerati come malati mentali all’epoca. Bastava un piccolo stato di tristezza, un semplice periodo di crisi, e ci si ritrovava condannati a morte. Tra le torture peggiori c’era quella di iniettare semplice aria nel midollo osseo: ciò creava terribili emicranie e violenti problemi di stomaco per almeno tre giorni.
Sono contenta, quindi, di avere visitato il castello di Hartheim, ma sono rimasta molto delusa da una cosa non da poco: era tutto scritto in tedesco! Non era presente nemmeno la lingua inglese, e in questo modo non si è potuta apprendere fino in fondo ogni nozione sull’argomento.
Dopo pranzo ( svolto nel ristorante a fianco del castello, dove lavora gente disabile) c’è stata una breve cerimonia con deposizione di corona.
La ragazza che si è proposta di leggere un breve testo era emozionata, si è commossa, e sembravano lacrime sincere. Ho apprezzato come sentisse la cosa, come non fosse un pianto fatto tanto per fare una sceneggiata, ma di pura emozione. A dirla tutta, anche a Mauthausen è stata fatta questa cerimonia, così come sarebbe stata fatta poi a Gusen, ma sarò sincera, non mi hanno colpita. Mancava l’emozione, credo, mancava qualcosa. L’unica che ho apprezzato davvero è stata la cerimonia fatta al castello di Hartheim, poichè il testo non è stato letto perchè “era bene farlo”, ma perchè chi l’ha letto “voleva farlo”! L’ultima tappa è stata al memoriale di Gusen, non mi ha colpita tanto quanto Mauthausen, ma questo credo sia normale. Rimane comunque un luogo che va assolutamente visitato.
Alla fine di questo viaggio, ho tratto le seguenti conclusioni: tutti abbiamo il diritto e il dovere di ricordare. Ricordare per non negare; ricordare perché la storia insegna; ricordare perché uomini, donne e bambini senza colpa sono stati torturati e portati alla morte. Non a caso la comunità ebraica ha voluto usare per l’avvenuto proprio il termine “Shoah”, che in ebraico ha il significato di “annientamento”. Uno degli obiettivi del nazismo era annientare gli ebrei, ed esso riuscì nel proprio intento, perchè anche i superstiti vissero disperati e colpiti nell’anima per tutta la vita. Ma non bisogna tuttavia commettere un errore comune, ovvero di ricordare solo lo sterminio della comunità ebraica. Il nazismo si attivò per eliminare tante altre categorie, come: testimoni di Geova, zingari, asociali, oppositori politici, malati mentali, omosessuali...disabili… .
Mi piacerebbe poter affermare con certezza che l’uomo può sempre imparare dalla storia, ma lo credo a metà. Se è vero che nessun paese sviluppato potrebbe mai ricostruire campi di concentramento, è vero anche che in quei paesi colpiti dalla crisi, e in questo caso sto prendendo particolarmente in considerazione il mio stato, si sta ricreando la paura verso il prossimo, l’avversione verso gli extracomunitari, o semplicemente verso il “diverso”. 
Galli Elena - Istituto Professionale di Stato per i Servizi Alberghieri e della Ristorazione S.P. Malatesta


Sono passati 23 giorni dal mio incontro con Mauthausen, 22 con Hartheim e Güsen, eppure credo di non aver ancora realizzato di averli assaporati e vissuti. Sono certa che mi abbiano cambiato, che questo viaggio mi abbia scosso qualcosa dentro e mi abbia soprattutto, insegnato a definire ogni azione con un’attenzione particolare. Ho capito che ogni parola ha un proprio peso e valore e che la storia che leggiamo e studiamo, non è fatta di virgole e numeri;  che i nomi di chi ha cambiato il corso degli eventi possedeva una coscienza ed un’anima come noi, che con saccenza e presunzione raccontiamo le loro vergogne e con umiltà, le loro glorie. Sono tornata raccogliendo tuttora, i frutti del mio percorso, mettendo in pratica le riflessioni suscitate durante gli incontri dai diversi relatori. Questo progetto ha agito su di me come una sorta di terapia: un’analisi tanto interiore quanto esteriore, che ha dato voce ad emozioni e pensieri, soffermandomi prima su quello che dirò e dopo, su quello detto dagli altri. Sentenze sputate per caso, per ignoranza, che nel sentirle ribatto con quello memorizzato e reso mio grazie a quelle riunioni pomeridiane. Gli accompagnatori, nelle loro esposizioni sono sempre stati esaustivi, dando spiegazioni ampie ed approfondite, a cui non sentivo il bisogno di rivolgermi per ulteriori chiarimenti, tanto fossero preparati e coinvolgenti. È stata senza dubbio un’esperienza unica, che non mi vergogno di dire, spesso evito di ripercorrere in ogni minimo dettaglio. Non mi vergogno di ammetterlo perché mi rendo conto, che argomenti del genere devono essere trattati e riconsiderati con consapevolezza e responsabilità; che anche solo scorrere le immagini di quei luoghi vivi di ricordi putridi, meriti una particolare attenzione e non possano essere rievocati, giusto il tempo di  passare da una diapositiva all’altra. Quelle foto vanno assaporate, così come ho potuto assaporare gli scalini maligni sotto i miei piedi: chissà quante volte sono stati maledetti, per la facilità nel far cedere e ribaltare quei corpi inermi ed arrendevoli. Li ho scesi ad uno ad uno. Con una pausa fra un gradino e l’altro. Un pensiero, un brivido, il passo successivo. In silenzio sono arrivata alla cava e ho avuto come la sensazione che la natura volesse comunicarmi qualcosa: il gracidare delle rane rimbombava come un’eco, un’agonia remota sembrava esser stata memorizzata dagli animali circostanti, che con altrettanta sofferenza riproducevano versi malati, strozzati. Quell’atmosfera mi ha quasi intimorito, come se la voce che sentissi, corrispondesse alle grida di coloro che spiccavano il volo verso la morte. Il colore della vegetazione era splendente e rigogliosa, ma si sa, la natura si adatta meglio all’ambiente, e cresce anche se questo è contaminato, ma i ciuffi d’erba che noi abbiamo calpestato, se analizzati presentano delle malformazioni, perché avvelenati dal sangue che hanno assorbito. Sangue puro, reso indegno di scorrere nelle vene e solo meritevole di defluire fuori dai corpi stremati. Sono momenti che nel mio piccolo, ho tentato di rivivere: per un innato istinto empatico ed una forte necessità di comprendere anche quegli aspetti irrazionali ed enigmatici, che hanno portato a tanta malvagità e sofferenza. Custodisco con gelosia gli arricchimenti emotivi e culturali tratti da questo percorso formativo, un bagaglio riempito volta per volta che mi ha dato la possibilità di partire per una meta importante, da scoprire con cognizione e rispetto. Rispetto per quello che ha visto, udito, toccato e gustato, anche quando questi sensi si rivelavano sgradevoli e amari da sopportare. Ce l’hanno sempre spiegato che la storia non si fa con i “se” ma solo con i fatti che hanno portato alle conseguenze che ancora oggi subiamo. Fare supposizioni, chiedersi come sarebbe potuta andare, in qualche modo rinnega quello che è realmente successo. Per questo motivo occorre smettere di ipotizzare, cercare vie d’uscita che purtroppo, non sono state intraprese, si può solo studiare ciò a cui altri sono stati costretti a sopportare, cosicché nel  presente e futuro le medesime ripercussioni non si scatenino su di noi. Non studiare a memoria date, nomi e dinamiche, ma studiare nel senso di capire a fondo ogni aspetto logico od irrazionale di ciò che è accaduto, tenendo anche in considerazione il periodo storico in cui ciò si è sviluppato. Non si può intendere il passato proiettando la società di quel tempo, al tempo odierno, adattando il suo modo di pensare al nostro. La storia è composta di singoli fattori che vanno esaminati nella loro individualità, per poi essere riuniti in una panoramica generale che ci permette una visione più ampia, e per quanto  possibile, ragionevole dei fatti.
Ringrazio chi ci ha seguito e “cresciuto” in questi mesi, chi  ha finanziato questo progetto economicamente ma anche culturalmente, investendo tempo e passione. Investendo, ma soprattutto credendo in noi, che non trascureremo e non dimenticheremo le riflessioni fatte, le domande poste e i dubbi non sempre risolti. Ringrazio i ragazzi che ho conosciuto: ottimi compagni di viaggio che hanno rallegrato e riempito ogni istante di quei giorni. Mi ritengo fortunata per aver avuto modo di  dare anche il mio modesto contributo, partecipando fisicamente ma anche emotivamente a quest’esperienza, che se potessi, ripeterei.
Grazie di cuore per quest’opportunità.
Floriana Buongiorno - 5° Istituto Tecnico per il Turismo Marco Polo


Il viaggio studio a Mauthausen, Gusen e al castello di Hartheim è stato il coronamento di un percorso lungo ed impegnativo ma ricco di spunti interessanti. Sono stati affrontati temi importanti con il giusto peso, in netto contrasto con la superficialità del pensare comune. La visita diretta dei luoghi coinvolge interamente ed integra le conoscenze approfondite durante il corso pomeridiano. La lettura del libro di Barbujani “Sono razzista ma sto cercando di smettere” ha messo in luce il tema del razzismo sotto un punto di vista non lontano da noi, attuale ed incisivo. Ciò ci ha permesso di entrare nell’ambito del razzismo con la consapevolezza di trattare un tema delicato che causa atteggiamenti e drastiche prese di posizione ancora oggi non scomparse.
È stata un’esperienza che sicuramente renderà più sensibili e cauti nei confronti della realtà; questo grazie anche a coloro che ci hanno seguito da ottobre ad aprile, agli accompagnatori che ci hanno reso partecipi a tutti gli effetti.
Guarino Gabriele - 5° Liceo Linguistico Valgimigli


Dopo aver partecipato al corso del progetto Educazione alla memoria, approfondendo temi legati al nazismo, al fascismo e allo sterminio degli ebrei, ho avuto la possibilità di partecipare al viaggio studio in Austria, durante il quale abbiamo realmente visto quello che abbiamo studiato a scuola e durante il corso. Inizialmente ho partecipato al corso perché, dopo aver letto il programma degli incontri, ho pensato che mi sarebbe piaciuto parlare dell’Azione T4 come argomento nell’approfondimento per l’esame di maturità. Poi però frequentando il corso ho capito che, nonostante l’aiuto che mi avrebbe dato per l’approfondimento, era comunque interessante ed importante partecipare a tutti gli incontri durante i quali si approfondivano argomenti trattati a scuola ma non così nello specifico, e capire l’importanza della memoria, del ricordare tutte le atrocità che sono state commesse, in un passato neanche troppo lontano, da uomini convinti di agire giustamente; atrocità che non devono più ripetersi  e che non possono essere dimenticate o nascoste. Gli uomini non dovrebbero proprio permettersi di pianificare e realizzare stermini del genere! Ma ciò che ho davvero capito è  l’importanza di non assistere passivamente, l’importanza di far valere le proprie idee, di ragionare con la propria testa e conservare la propria libertà, che è un valore fondamentale troppo spesso sbandierato ma che spesso si dà per scontato. Invece la libertà va salvaguardata sempre, in particolar modo dai regimi totalitari, come quelli del ‘900, che hanno soppresso ogni personalità perché tutti dovevano uniformarsi a quelle che erano le idee del dittatore. Entrando a Mauthausen, a Gusen e nel castello di Harteim quello che mi colpiva non erano i luoghi che vedevo, soprattutto nel castello di Harteim che esteticamente è bellissimo, ma pensare a quello che le persone, lì dentro, hanno potuto farvi. Oltre a visitare questi luoghi per me è stato utile la sera, in albergo, confrontarci, parlare di quello che avevamo provato durante il giorno, tra noi ragazzi e con i nostri accompagnatori, che sono sempre stati disponibili ad ascoltarci e a rispondere a ogni domanda. Dalle nostre riflessioni in quelle sere, ma anche nei pensieri dei gruppi di ragazzi che hanno organizzato la cerimonia in ogni luogo che abbiamo visitato, è emersa proprio l’importanza della memoria, il dovere di ricordare tutte le persone innocenti morte ingiustamente in quei luoghi affinché tutto quello che è successo non si ripeta, affinché gli uomini non ripetano gli stessi errori.
Per questo quello che mi ha colpito, e anche un po’ spaventata, durante il viaggio sono state le parole della guida nel castello di Harteim che ci ha spiegato che ancora in Austria (ma come del resto anche in molti altri paesi) ci sono persone che non si vergognano di dichiararsi razziste; che se una persona di colore sale su un tram è possibile che subisca della violenza verbale; che ci sono addirittura partiti, che ovviamente non possono apertamente dichiararsi razzisti perché la legge lo impedisce, ma che comunque attraverso alcune loro azioni si dimostrano razzisti. Se esistono questi partiti vuol dire che ci sono ancora persone razziste che, come abbiamo letto anche nel libro di Barbujani, nonostante la scienza abbia smentito l’esistenza delle razze ricorrono ancora al razzismo quando la diversità fa paura. Sappiamo invece che bisogna imparare dalla storia, dagli episodi peggiori, per riconoscerli e non ricadere negli stessi errori.
Tra tutti i viaggi che si fanno nella vita penso che questo viaggio in Austria sia uno di quelli che non si dimentica, che non si può dimenticare.
Sessa Laura - 5° Istituto Economico Valturio


Bella l'Austria, bella davvero. Non c'ero mai andato, anzi è un po' che non viaggiavo. Male. Bisognerebbe viaggiare spesso: conoscere nuove persone, nuove culture e… no! stavo per scrivere "nuove storie", ma la storia è una e unica per tutti! Anzi, l'Austria ha una gran storia alle spalle, una storia cupa e drammatica, che ancora fatica ad accettare. Cupa quanto quella italiana e drammatica quanto quella tedesca, salvo però che queste ultime la propria storia l'hanno accettata, ci han fatto i conti e ancora si lotta per tenerne viva la Memoria. Infatti particolare impressione mi ha fatto il campo di Gusen in cui, tutto attorno al memoriale costruito per il campo di concentramento (che tra l'altro è stato pagato dagli stessi internati, indecente!) sono state costruite villette e palazzi e strutture condominiali… Posso capire alla fine degli anni '40 e inizio anni '50, che la situazione economica e sociale era un disastro e anche il legno di quei campi era utile per il riscaldamento, posso capire, dicevo, chi ha tolto questo o quel bancale, chi ha portato via quel letto, chi ha smontato il tal mobile, ecc. Ma oggi dopo 67 anni di storia, dopo i vari processi nazionali e internazionali, dopo che anche Germania e Italia hanno riconosciuto le loro colpe, come è possibile poter dimenticare, o peggio, voler dimenticare tutti quegli avvenimenti?
A Gusen ho visto due cose terribili: una, le foto. C'erano foto di cataste di corpi, di mucchi di cenere, di interminabili distese di corpi, che a guardarle troppo faceva male. La seconda erano tutte le persone che vivevano intorno, con una tranquillità e una serenità che io non riuscirei mai ad avere in quel luogo.
Anche Mauthausen, sebbene meglio tenuto, corre il rischio di essere dimenticato (o meglio nascosto): cartelli troppo piccoli e indicazioni generali sono l'unica segnalazione del campo. Non ero mai stato prima d'ora in visita a un campo di concentramento e, sebbene non avessi mai provato ad immaginarmi come sarebbe stato, una volta sul posto ho sentito che tutto era proprio come me lo aspettavo: un lungo corridoio centrale con baracche ai lati e ovunque un senso di squallore e grigiore. Mi ha fatto strano ci fosse un cimitero. Quando poi ci han detto che in realtà eravamo sopra una fossa con migliaia di corpi, un po' ti viene male.. Altra cosa da notare è il confronto fra il paesaggio attorno e Mauthausen e la sua storia: da una parte monti, colline, siepi e boschi e verdi prati, persino un laghetto, e dall'altra tutto l'orrore nazista e i suoi prodotti.
L'altro posto visitato, il castello di Hartheim, è stato quello che più mi ha colpito, per una serie di motivi. Innanzitutto per la sua magnificenza e maestosità, non capita tutti i giorni di vedere una tale opera architettonica, davvero imponente e situatai n un bel posto, con tutto il giardino attorno. Poi perché era pieno di resti di oggetti ritrovati e di documenti, che le cose a vederle fanno tutto un altro effetto, piuttosto che a parlarne solo. Infine il momento che più mi ha colpito in assoluto, è stato quello della celebrazione con la corona di fiori, quando Miriam ha letto quelle poche righe e si è emozionata fino a piangere…È una piccola cosa, ma ti fa davvero capire il valore della vita.
Concludo rimarcando che non bisogna mai scordarli questi avvenimenti, e che ancora oggi è importante parlarne: parlare di nazismo e di fascismo, non deve farci vergognare o intimidire, ma anzi dobbiamo urlare forte che quelli che si devono vergognare sono loro, con tutte le loro azioni spregevoli, e che noi i fascisti in Italia non li abbiamo mai voluti, né più li rivorremmo! Basta dittature e basta colpi di stato…
C'è bisogno di più Storia, di più Memoria e di più Libertà, per conoscere quello che è stato, ricordarci del nostro passato e poterne parlare liberamente.
Gualdi Francesco - 5° Istituto Tecnico Industriale L. Da Vinci 


Con questo viaggio mi sono potuta confrontare in due modi diversi. Il primo, e più importante, è stato il confronto con i luoghi del nazismo. Il secondo è stato quello con le idee delle altre persone.
Il percorso che abbiamo fatto sul nazismo durante quest’anno ci ha preparati per questa esperienza, e gli incontri serali in Austria per riflettere sull’argomento ci ha permesso di confrontare le nostre idee. Ma c’è una grande differenza tra sentire parlare degli stermini del nazismo e visitare i posti dove sono realmente accaduti. Forse perché vedendo di persona i luoghi dove è successo ci sentiamo più coinvolti. Non significa che anche se non visiti un posto ciò non ti tocca, ma solo che venendone a contatto puoi comprendere meglio, paragonandolo all’idea nella tua testa. Quando il secondo giorno abbiamo visitato Mauthausen, ho trovato una grande differenza con l’idea che avevo di campo di concentramento. Immaginavo un campo di concentramento come un posto caotico, disordinato. Ma vedendolo, diviso in parti e organizzato con baracche identiche, in fila mi è sembrato molto contrastante col metodo con cui trattavano i prigionieri. Avevo l’idea che un posto così disumano non poteva essere ordinato.  Visitando la scalinata della morte, la lunga scala irregolare che portava alla cava e che i detenuti risalivano portando grandi massi, sono rimasta stupita dal grande sforzo che dovevano fare. La scalinata già è faticosa in condizioni normali, ma ancora di più doveva esserlo nelle loro condizioni di fame e sfinimento. Sembra impossibile pensare come potevano resistere, anche se per poco tempo, a quella pena. I monumenti posti all’esterno del campo mi sono sembrati dei modi molto belli per ricordare i caduti nel campo, tutti posti insieme, provenienti da vari paesi. Allo stesso modo però sapendo il motivo per cui la stanza della camera a gas e dei forni verrà chiusa al pubblico, cioè la presenza di persone che al loro interno fanno gesti irrispettosi, e vedendo la stanza delle docce coperta di scritte sui muri mi fa capire come l’argomento può essere sottovalutato, dimenticandosi di tutto il dolore che ha portato.
Il terzo giorno lo abbiamo dedicato alla visita del castello di Hartheim, luogo dove persone con handicap sia mentali che fisici finivano la loro vita, messi a morte dai medici e poi bruciati nei forni. Con la visita al castello mi sono trovata veramente a confronto con i numeri di questo massacro. In una sala del castello erano scritti sui muri i nomi delle vittime. Entrando riuscivo a vedere solo una parete su cui erano scritti, e non essendo neanche piena, il numero non mi aveva colpito. Ma poi, girandomi e vedendo altri due muri ricoperti di nomi, ho compreso veramente la quantità di persone che erano state uccise in quel posto. Altro fatto che mi ha colpito, era il modo con cui i dipendenti di Hartheim reagivano al massacro di persone. Dalle foto e dai racconti sembrava che per loro fosse normale routine quella di uccidere uomini, donne ma anche bambini. La nostra guida è stata molto disposta a parlarci della situazione sia di ieri che di oggi nei confronti del nazismo dell’Austria. Forse è stata una delle parti più interessanti di quella giornata, dato che abbiamo potuto constatare come sia possibile arrivare ad avere ideali razzisti, anche al giorno nostro.
Gusen è un posto particolare. Mi sembra strano vedere sorgere su un posto dove persone venivano trattate in maniera disumana delle case, dove si conduce una vita normale nei stessi posti dove camminavano i prigionieri, e che l’unica cosa posta come ricordo sia un piccolo memoriale. Credo che il memoriale di Gusen sia esempio che anche se si tende a nascondere le cose di cui ci si vergogna, di cui non ci si vuole ricordare, esse riescono sempre a riemergere e a farsi vedere.
Ho trovato molto coinvolgenti i momenti in cui lasciavamo le corone nei posti che visitavamo. Mi è sembrato un bel modo per ricordare le persone che sono morte, il modo con cui sono state trattate e la speranza che un fatto del genere non accada più. Grazie a questo viaggio, non dimenticherò mai perché è importante ricordare il nazismo.  Sapere che è possibile arrivare a trattare altri esseri umani in quel modo, a renderli in una condizione di completa sottomissione attraverso il maltrattamento, e allo stesso tempo di sentirsi giustificati di farlo o di non intervenire, può aiutarci a evitare che qualcosa di simile si ripeta. E allo stesso modo sapere come la gente risponde a questi fatti, con o senza rispetto, o volendo dimenticare, ci fa capire come è importante che ancora oggi si mantenga viva la memoria, conservando le testimonianze e trasmettendole agli altri.
Giulianelli Ambra - 5° Liceo A. Serpieri


Penso che cominciare dai ringraziamenti sia il minimo, proprio perché col tempo ho capito che ci tenevo fortemente a prendere parte a questa esperienza formativa e grazie al progetto me ne è stata data la possibilità. Quindi grazie alla dott.ssa Fontana e a tutti i relatori, agli accompagnatori durante il viaggio e a chiunque abbia contribuito a realizzare e sviluppare il “Progetto memoria”. Ora, come mi è stato chiesto, mi accingo a riportare qualche riflessione personale, anche critica, sul percorso affrontato. Premetto però che, purtroppo, non sarò in grado di esprimere tutto ciò che ho provato o di rendere quanto importante sia stata per me questa esperienza, in quanto le parole non bastano quando si tocca con mano un argomento così forte.
Innanzitutto ammetto di essere venuto la prima volta al “Progetto memoria” non mosso da una forte motivazione interiore, ma, piuttosto, per una certa curiosità relativa al periodo storico trattato e alla “gita”. Però, come spero sia accaduto anche ad altri, a mano a mano che il percorso da affrontare veniva svolto si è svegliata in me una certa coscienza critica che mi ha spinto ad interessarmi veramente agli argomenti proposti: quindi certamente ha influito in positivo il fatto che i relatori abbiano creduto veramente nel loro compito e siano riusciti a trasmettere sia nozioni che interesse e motivazione. Quest’ultima non solo è necessaria, ma è stata anche essenziale per me in quanto, e qui prendete nota, gli orari della maggior parte degli incontri mi sono risultati ostici: infatti tutti i martedì/giovedì uscivo da scuola alle 14.00, facendo il corso PNI (Piano Nazionale Informatico) al liceo sc. A. Einstein, ed essere alle 15.00 puntuale a “lezione” mi è costato non pochi sacrifici. Sorvolando su questo punto ed entrando un po’ più nello specifico dei meetings, posso dire che alcuni sono stati interessanti perché hanno saputo scardinare convinzioni molto radicate (quello sugli zingari ad es. o anche, non è però il mio caso, sulle razze), mentre altri forse un po’ troppo pesanti (come quello dedicato all’ascesa al potere di Hitler, probabilmente meno date e un relatore più coinvolgente sarebbero stati più efficaci). Sono rimasto, invece, molto soddisfatto dall’incontro con Barbujani, sia perché trovo molto educativi gli incontri con gli autori in generale, sia perché la personalità del soggetto in questione è affascinante: non solo è “sharp” (termine inglese che calza alla perfezione), ma diretto ed ha permesso riflessioni profonde sui comportamenti di noi esseri umani in società. Ne segue che abbia apprezzato anche il libro Sono razzista, ma sto cercando di smettere; anche qui, però, ho un consiglio da darvi: sia per invogliare alla lettura, che inizialmente è sentita come una pesante imposizione dall’alto, che per interessare ulteriormente il “pubblico” potreste invitare qualche partecipante dell’anno precedente che riporti le sue esperienze dirette e, in quanto coetaneo, avrà un altro impatto sugli ascoltatori.
Dopo aver preso parte a tutte le “lezioni” mi sono sentito preparato ad affrontare coscienziosamente il viaggio-studio, quindi questo è senz’altro merito vostro e ora sono convinto che, senza l’adeguata preparazione che mi avete saputo dare, non avrei potuto fare veramente tesoro di ciò che è avvenuto dopo gli incontri. Comunque, a prescindere dal viaggio, la presenza stessa agli incontri ha modificato il modo di vedere la realtà di molti, ora molto più aperti a nuovi punti di vista e, soprattutto, più critici e consapevoli.
Bisogna però riconoscere che la sublimazione di questo cammino è stata certamente l’Austria,  con il campo di concentramento di Mauthausen e il castello di Hartheim. Qualcuno di voi starà già storcendo il naso perché non ho riportato il Memoriale di Gusen, ebbene non l’ho fatto perché penso sia stata la visita meno significativa in quanto un importante memoriale l’avevamo già visto a Mauthausen. Con questo non voglio dire che Gusen sia stata una tappa inutile, però certamente non è stata la più incisiva, forse anche per via delle abitazioni costruite tutto attorno o per l’assenza, fatta eccezione dei forni crematori, di elementi che ricordassero in qualche modo le pene dei lavoratori (più ancora che i morti stessi). A proposito delle case adiacenti al memoriale, faccio presente che durante i momenti collettivi dopo cena, o anche durante le visite guidate stesse, è stata fatta una cosa molto importante: è stato dato tempo per riflettere, perché è importante porsi delle domande, su diversi argomenti (come l’hanno presa gli abitanti del posto durante e dopo la guerra, come vivevano la situazione i prigionieri o perché non si ribellavano, distinzione tra i diversi tipi di campo, quali sono state le tecniche naziste per privare l’uomo della propria dignità …). Purtroppo per raccontare tutto in dettaglio mi ci vorrebbe troppo, inoltre è più immediato se lo si fa di persona, spero capirete che avendo l’esame a breve faccio fatica a dedicare più di qualche ora a questo lavoro, che meriterebbe molto più di qualche giorno. Comunque, tornando ai punti salienti del viaggio, non voglio raccontare cosa abbiamo visto o cosa abbiamo fatto, per questo potete rifarvi al programma, e non penso neanche sia ciò che a voi interessa veramente sapere. Piuttosto proverò a descrivere quale bagaglio mi abbia lasciato l’esperienza complessiva: sicuramente una comprensione più approfondita dell’argomento nazismo, della sua evoluzione e messa in pratica, ma, soprattutto, ho potuto vedere con i miei occhi, dal vivo, ciò che un libro, o anche una persona, non potrà mai trasmettere. Certo, bisogna lavorare un po’ di immaginazione in quanto non si ha la possibilità di assistere realmente agli avvenimenti del passato, però respirare l’aria di quei luoghi, vederne le strutture, riuscire a comprendere le dimensioni sia reali (misure delle stanze, delle strade), che ideali (la fatica necessaria a trasportare massi dalla cava fino al campo ad es.) di cosa è stato lascia il segno. Dopo aver affrontato tutto il percorso a Rimini si è quasi in grado di immergersi e ritrovarsi in ciò che ci si presenta all’arrivo al campo o al castello, quindi se si riesce a “vedere“ allora si può in una certa misura anche “comprendere”. Personalmente non è stata né la vista dei forni, né quella dei memoriali, né quella della struttura del campo ad impressionarmi, bensì il poter immaginare e “vivere” dentro di me le esperienze dei detenuti che ci venivano raccontate dalle nostre guide, grazie al loro apporto sincero sono stato in grado di sentire mia la causa dei prigionieri, di essere per un momento parte di loro, li ho capiti nelle loro sofferenze, indignazioni, paure, speranze e pianti, sono quasi diventato loro fratello.
Forse non sono riuscito a rendere bene l’idea di quello che tutto ciò ha rappresentato per me, forse sono stato troppo conciso, ma non me ne abbiate, è difficile dare sfogo all’anima davanti ad uno schermo di computer.
Sperandio Andrea - 5° Liceo A. Einstein


Ogni esperienza mi ha segnata enormemente; nonostante avessi già visitato i campi di Bergen Belsen e Buchenwald durante soggiorni linguistici organizzati dalla mia scuola, Mauthausen mi ha trasmesso un significato più profondo, forse perchè appunto ora ho una formazione molto più approfondita grazie al corso e un livello di maturità superiore, ma anche e soprattutto per una situazione strana nel quale mi sono trovata. Mentre gli accompagnatori spiegavano le varie parti del campo e lo svolgimento quotidiano delle attività, io mi immaginavo le persone protagoniste di questa tragedia, dalle vittime ai colpevoli.
“Il sistema dei lager ha distrutto l'umanità, sia chi lo esercita, che chi lo subisce in ugual misura”- questa è una frase di Primo Levi di risposta ad un intervista, che mi ha lasciata inizialmente spiazzata, e in seguito concorde. Sicuramente anche i nazisti, per poter esercitare questo massacro in massa, dovevano avere una psicologia distrutta, come quella rimasta ai pochi sopravvissuti ai lager; e se questi uomini non sono morti fisicamente in questo periodo, sicuramente erano morti dentro, perchè un uomo sano, vivo, non può arrivare a questo!
Mi continuavo ad immaginare uomini che entravano in massa nel campo, vedendo i Sonderkommando che sguazzavano felicemente nella piscina posta proprio davanti alla porta di accesso, pullman pieni di questi prigionieri, che poi venivano schierati per non so quante ore o giorni davanti ad un muro, prima di essere visitati, se sopravvivevano al freddo, al caldo o alla fame. Le immagini che avevo in mente mi ghiacciavano, per non parlare di quelle che mi affioravano alla mente quando siamo scesi verso i forni.
La mostra fotografica ha poi confermato queste scene, anche se alcune foto mostrano una crudità che non può essere immaginabile.
Di Gusend mi ha impressionata anche e soprattutto il modo in cui questo luogo di massacro sia stato integrato nella struttura urbana, tra strada e quartiere abitato. Senza lasciar il giusto spazio che questi ricordi meritano e l'adeguato silenzio.
Il castello di Hartheim mi ha infine trasmesso un'ondata di emozioni irrefrenabili, apice delle quali è stato il vedere gestito il ristorante dentro al castello da loro, i ragazzi che si sentono maggiormente colpiti da questa atrocità. Mi sentivo io in imbarazzo, quasi colpevole di ciò che era successo, perchè se ciò è accaduto a loro e se questi ragazzi ancora tutt'oggi non sono integrati del tutto nella nostra società, la colpa va ad ognuno di noi. Sicuramente questo dispiace a me e a chi, ugualmente, cerca di non creare queste mura psicologiche e questa distanza che, inevitabilmente rimane.
Ringrazio organizzatori, collaboratori e accompagnatori al viaggio, un grazie in particolare a Laura Fontana per aver dato a me, a noi ragazzi , la possibilità di arricchirci con questa esperienza davvero ricca di insegnamento ed emozioni.
Zangheri Lucia - 5° Istituto Tecnico per il Turismo Marco Polo 


Dopo una intensa e interessante preparazione eseguita dal Progetto di Educazione alla Memoria 2011-2012, dal 2 al 5 maggio 2012 con una cinquantina di ragazzi provenienti da tutte le scuole del Comune di Rimini, abbiamo fatto un viaggio studio a Mauthausen, Castello di Hartheim e Gusen in Austria. Il primo giorno è stato quasi tutto di viaggio e ci ha permesso di socializzare al meglio con gli altri ragazzi e ragazze delle altre scuole; la sera stessa è stato molto utile grazie all'introduzione approfondita sul campo di Mauthausen dei nostri responsabili di viaggio: Fabio, Elisa e Francesca; illustrandoci anche la mappa del campo che avremo visitato il giorno seguente. Che differenza c'è tra un campo di sterminio e di concentramento? La differenza non viene sempre spiegata al meglio dai nostri libri di storia, spesso le due cose vengono confuse o assimilate in una sola. I campi di sterminio venivano utilizzati per sterminare la razza ebraica e le persone, appena entrate nel campo, venivano spogliate e mandate immediatamente nelle camere a gas e i loro corpi bruciati nei forni crematori. Solo una parte dei detenuti veniva “risparmiata” perché serviva per la autonomia del campo e quindi utili nei lavori del campo stesso. Invece, i campi di concentramento venivano utilizzati per “rieducare” le persone che andavano contro le idee e la mentalità del regime nazista. Nel campo di concentramento erano presenti varie categorie di persone che venivano segnate da un codice e da un triangolo di colore diverso a seconda della categoria: troviamo i repubblicani spagnoli, oppositori politici italiani, criminali, manifestanti nelle fabbriche, testimoni di Geova, omosessuali, sovietici, ecc. Un'altra differenza è la minor presenza dei forni crematori nei campi di concentramento rispetto ai campi di sterminio, questa sta a significare che i campi di concentramenti, non venivano utilizzati per lo sterminio ma per “rieducare”; anche se moltissime persone sono morte a causa del massacrante lavoro e condizioni di vita dei campi.
Il secondo giorno l'abbiamo trascorso interamente nel Campo di Mauthausen: la mattina abbiamo visitato interamente il campo con la spiegazione di ogni posto da parte dei nostri responsabili; il pomeriggio è stato dedicato alla visita personale ed autonoma all'interno del campo al fine di creare in noi una seria riflessione interiore. A parer mio è stato molto interessante veder che ancora molte cose sono rimaste intatte così com'erano circa 80 anni fa quando era attivo il campo; veder con i proprio occhi ti rendi conto effettivamente dei fatti storici che ti raccontano, spiegano i parenti o gli insegnanti durante tutti gli anni scolastici dalle elementari alle superiori. Non capita tutti i giorni di visitare un campo di concentramento e son sicuro che le immagini delle baracche e dei forni autentici mi rimarranno sempre impressi nella mente, indelebili; e quando sentirò parlare qualcuno dei campi di concentramento potrò arricchire il loro discorso con le informazioni e l'esperienza acquisita in questo viaggio studio e contemporaneamente avrò impresse le immagini indelebili. Mi ha colpito molto il campo di Mauthausen perché, appena tornato ho condiviso con i miei genitori e parenti questa esperienza del viaggio studio e, ho scoperto dallo zio di mio babbo che il mio bisnonno paterno è stato un deportato proprio in questo campo di concentramento. Lui si salvò perché entrò, per fortuna, nei primi mesi del 1945 e quindi ha vissuto pochi mesi all'interno del campo. Quindi sapere che ho visitato e camminato nello stesso luogo dove il mio bisnonno visse in prima persona quelle atrocità e barbarie del regime nazista crea in me un'ulteriore interesse verso questo campo di concentramento.
Il terzo giorno abbiamo visitato il Castello di Hartheim dove venne eseguita l'operazione “Action T4”, poi chiamata “14F13”. Il fatto che mi ha colpito di più è che una persona del numeroso personale del castello fosse disabile; essa non era obbligata a fare questo tipo di lavoro ma veniva remunerata dal regime come se fosse un lavoro qualunque come gli altri: il suo lavoro consisteva nel bruciare i corpi di bambini e adulti disabili tedeschi e austriaci che prima venivano uccisi nelle camere a gas. Sottolineo il fatto che questa persona era disabile come loro, come le persone che venivano uccise nel castello; e quindi mi domando come sia stato possibile che una persona disabile uccidesse altre persone disabili come lui???
L'ultimo giorno abbiamo visitato il sottocampo di Gusen, che è rimasto solo un memoriale con un forno crematorio autentico all'interno. La vastità del memoriale non copre tutta la reale superficie che aveva il sottocampo e quindi possiamo notare come ci sia stata una massiccia costruzione di case e villette sopra alla moltitudine di morti che ha provocato questo sottocampo. Questo fatto mi ha colpito molto perché in questo modo la popolazione locale se ne frega altamente di cosa è successo gli anni precedenti sotto i loro piedi, non dando il giusto valore ai fatti storici realmente accaduti. Così si rischia col passare degli anni di dimenticare questi fatti e di conseguenza di non far più tesoro delle cose passate per costruire un presente e futuro migliore. Secondo il mio umile parere è molto importante, a distanza di anni, conoscere la storia del passato e fare tesoro di esperienze come queste perché questa conoscenza crea in ognuno di noi le basi e i pilastri fondamentali della nostra vita che serviranno per capire e guardare con “occhio critico” il presente e il futuro; perché siamo e saremo chiamati a fare delle scelte in cui è essenziale conoscere il passato per prendere decisioni più consapevoli e giuste per tutti.
Rossi Paolo - 5° Istituto Tecnico Economico Valturio 


Il viaggi-studio in Austria ha lasciato dentro di me emozioni e ricordi forti e precisi, e’ stato interessante vedere i luoghi in cui vennero messe in atto le atrocita’ del regime nazista, con quanta poca sensibilita’ e umanita’ gli esseri umani sfruttarono e sterminarono i loro simili. Secondo me, e’ impressionante vedere come i cittadini residenti vicino a questi “luoghi dell’orrore” riescano a vivere serenamente ignorandone l’esistenza e considerando tutto cio’ solo un frangente della loro storia passata. Questo lo si puo’ ben capire dalla costruzione di abitazioni ed edifici pubblici nelle immediate vicinanze, per esempio, del memoriale di Gusen o del Castello di Hartheim, che sono stati inglobati nel piano urbanistico delle rispettive citta’ cercando addirittura di rubare spazio all’edificazione di un memoriale simbolo della testimonianza del passato, e quasi ad impediare a parenti, amici e a popolo di ricordare le vittime di quel disumano sterminio. Durante la visita di Mauthausen, ho notato che altri ragazzi come noi, probabilmente di provenienza austrica o tedesca, avevano un comportamento abbastanza superficiale perche’ di fronte all’evidente prova delle azioni compiute dai nazisti, riuscivano a ridere e scherzare fra loro dimostrando scarso rispetto per le migliaia di persone uccise, alle quali venne tolta ogni forma di dignita’.
E’ importante continuare a parlare di nazismo: bisogna istruire i giovani e le generazioni future su cio’ che e’ accaduto circa mezzo secolo fa, perche’ tramite la conoscenza ed una cultura approfondita si potra’ evitare che cio’ avvenga di nuovo. E’compito di oguno di noi ricordare e fare in modo che non regni l’ignoranza nella societa’ moderna, senza dare per scontato che nulla di simile si possa ripetere. Nel 2012 tutti dovrebbero sapere che le “razze” non esistono, ma ci sono soltanto varie sfacettature di un’unica specie umana; e’ necessario che ci sia semplicemente piu’ rispetto, non si puo’ neanche parlare di tolleranza perche’ il termine preclude gia’ uno stato di inferiorita’ di un individuo nei confronti di un altro. Quando ci si trova all’interno del campo di Mauthausen si prova quasi un senso di vergogna della specio umana, spesso si dice che gli animali abbiano degli istinti primordiali che spesso non riescono a controllare, ma nell’azioni di sterminio di milioni di persone non penso che il comportamento dell’uomo sia stato tanto diverso da quello animale.
Pestritu Ana Maria - 5° Istituto Tecnico per il Turismo Marco Polo


Dal due al cinque maggio, ho avuto la fortuna e l'occasione di partecipare ad un interessantissimo viaggio d'istruzione in Austria, in particolare nella zona di Linz, Mauthausen, Gusen e Hartheim. Dopo aver seguito le lezioni del corso sulla memoria della Shoa e sul razzismo più in generale, l'opportunità di vedere e di visitare i luoghi tristemente testimoni delle atrocità e delle sofferenze a cui avevano portato i totalitarismi e il razzismo del novecento è stato il coronamento di un'esperienza che definirei indimenticabile. Il primo giorno è stato speso praticamente interamente per il viaggio in pullman e la sistemazione in hotel. Il secondo giorno ci siamo recati a Mauthausen. La visita al campo di concentramento di Mauthausen è stata davvero impressionante: camminare negli stessi luoghi in cui erano stati compiuti tanti orrori, vedere gli stessi paesaggi dei deportati, conoscere e immaginare la ferocia con la quale si disintegrava la dignità degli individui mi ha portato ad una profonda riflessione sulla natura umana. Quando abbiamo visitato il campo il silenzio è diventato l'unico strumento con il quale sentivo di poter comprendere appieno quello che stavo vivendo. Quando siamo scesi nelle camere a gas il senso di impotenza e l'incomprensione sono state le mie prime sensazioni. La discesa della cosiddetta “scala della morte” e il soffermarsi nella cava è stato forse il momento più difficile: qui, mi sono chiesta se sia davvero possibile cambiare il mondo, se la crudeltà sia insita nell'animo dell'uomo e dunque inestirpabile. Le mie riflessioni si sono sovrapposte e unite a quelle dei miei compagni anche grazie ai numerosi spunti di dibattito e confronto che i nostri accompagnatori avevano preparato. La cerimonia nel campo di concentramento, con la quale si è conclusa la visita e anche la prima giornata, è stata la prima ed è stata accompagnata da un silenzio sospeso, da una celata commozione. La cerimonie sono state, secondo me, dei momenti fondamentali, importantissimi per comprendere appieno il valore di quei luoghi. Il terzo giorno, abbiamo visitato il castello di Hartheim, inutile dire che i sentimenti sono stati quasi gli stessi del giorno precedente, sebbene nel castello si siano conservati molti meno strumenti. Ho trovato molto stimolante la chiacchierata con la guida austriaca, con la quale abbiamo avuto la fortuna di parlare anche della situazione attuale dell'Austria, ma anche dell'Italia e dell'Europa in generale. Questo confronto mi ha permesso di capire quanto lavoro ci sia ancora da fare e quanto utili siano esperienze come quella che ho vissuto. Alle emozioni del giorno precedente se ne sono sommate di nuove, infatti il pranzo nel ristornate dove lavorano persone disabili mi ha aiutata a capire che le cose sono di fatto migliorate e sebbene spesso ci siano fatti e persone che ti facciano credere il contrario, ci sono anche molti esempi di solidarietà e integrazione. Il pomeriggio dello stesso giorno siamo andati a Gusen, uno dei tanti campi satellite di Mauthausen dove ora non è rimasto praticamente più nulla perchè sopra le macerie del campo è stata costruita una vera e propria cittadina. Il vedere come con tanta facilità siano state costruite case ed edifici dove un tempo erano state commesse tante barbarie mi ha fatto pensare all'indifferenza umana, indifferenza che spesso è l'arma più tagliente e crudele. L'ultimo giorno infine è stato nuovamente impiegato quasi interamente per il viaggio di ritorno, nel pullman però si respirava senz'altro un'aria differente, più consapevole e matura, come se le esperienze vissute avessero permesso a tutti di crescere.
In conclusione penso che questo viaggio mi abbia dato molto più di quello che mi aspettavo: mi ha arricchito dal punto di vista della cultura personale, della morale e dei valori che andranno a costruire il tipo di persona che diventerò, mi ha permesso di conoscere persone fantastiche con le quali posso condividere le mie idee perché so di trovare appoggio e fonte di confronto, mi ha condotto in luoghi fondamentali per la memoria collettiva e infine mi ha aiutata a comprendere che per permettere il cambiamento mi devo mettere in gioco io stessa, per prima.
Gabrielli Martina - 5° Liceo della Formazione Valgimigli


Grazie al progetto Educazione alla Memoria, promosso dal comune di Rimini, anche quest’anno un gruppo di 50 ragazzi ha avuto la possibilità di partecipare al viaggio studio al campo di concentramento di Mauthausen, al castello di Hartheim e al memoriale di Gusen in Austria.
Questa esperienza mi ha toccato in maniera profonda: è paralizzante pensare a quanti errori sono stati commessi dall’uomo, alla superbia della cosiddetta “razza ariana” nei confronti di persone innocenti che venivano colpevolizzati solo perché diverse. Uomini trattati come bestie, privati di qualsiasi forma di identità, dignità e individualità, annullati e resi inermi di fronte alla vita. É stato impressionante per me ripercorrere la cosiddetta “scala della morte”: lungo questo scalinata, 186 gradini sconnessi e irregolari, i prigionieri erano costretti a scendere e salire trasportando pesantissimi blocchi di granito, e se qualcuno si fermava o cadeva veniva duramente e selvaggiamente  punito, perfino con la morte stessa. Un altro luogo che mi è rimasto impresso sono state le camere a gas: l’ aria che si respira in questi ambienti è intrisa di morte e di orrore e non si può non pensare a come sia perversa la mente umana. Visitare questo luoghi mi ha aperto gli occhi su quanto possa diventare debole e crudele la coscienza: concepire la possibilità di uccidere  un uomo o scegliere consapevolmente di seguire la mente malata e perversa di un leader come Hitler, sembrerebbe pura follia; eppure è successo. L’umanità ha assistito, prima di tutto, all’annientamento della coscienza umana, alla fine della libertà, e all’emergere di una forza di odio e violenza inconcepibile, ma reale. Non a caso l’espressione ebraica “ shoa” indica appunto annientamento, distruzione totale di un popolo; e secondo me questa è stata LA tragedia umana,  inconcepibile e senza precedenti, solo con lo scopo di seguire una ideologia assurda e insensata, purificare l’inesistente “razza ariana”, e dimostrarne l’assoluta superiorità nei confronti degli altri, dei “diversi”.
Renzi Silvia -  5° Liceo della Comunicazione Valgimigli 


Oggi abbiamo visitato il campo di Mauthausen. Silenzio. Un vento gelido avvolgeva le mura di quello che è stato un luogo di assassinio. Gli occhi aperti vedevano scene orrende a testimoniare quello che è stato, per capire e raccontare e non dimenticare. Un lungo corridoio sotto un cielo di nuvole grigie, affiancato da vecchie baracche. Un’immagine mi si ferma davanti: un giorno di pioggia, SS che iniziano ad urlare e picchiare corpi esili tutti in fila. Una schiera di persone che risaliva tutta la strada. Le mie orecchie sentono voci lontane. La disumanità che ancora oggi si percepisce. Entrare in una baracca e affacciarsi ad una finestra, vedere a pochi metri il lungo filo spinato e sapere che al di là vi è la libertà. Una libertà che non è mai stata dimenticata, una libertà sperata sino alla fine ma mai concessa. La forza che spingeva questi innocenti a far valere il loro diritto di vivere, la forza di essere migliori di quelle guardie e di non sottomettere a queste i loro sentimenti e le loro idee. Oggi a interrompere quel silenzio c'era solo il canto di una cicala, un canto che ha accompagnato tutta la giornata. Sempre presente. Un canto come testimonianza di quelle persone a cui è stato tolto il diritto alla vita e che ancora oggi vogliono essere vive nelle nostre menti.”
Prima di partire mi era stato detto di cogliere questa occasione per capire, raccontare ma anche per indignarsi. Un viaggio che per noi ha rappresentato un compito fondamentale: non dimenticare quello che è stato e reagire. Portare avanti la memoria che niente e nessuno avrà il potere di cancellare. La preoccupazione di oggi è tanta. La paura che qualche mente possa di nuovo basarsi sulle vicende del passato e che riesca ad imporsi come è già successo. Ma non per questo voglio mettere da parte il lavoro che mi spetta. Voglio che tutti sappiano, che tutti conoscano e riescano a comprendere quanta crudeltà ha caratterizzato una parte della nostra storia. E’ importante approfondire il passato e credo che questo corso abbia dato una grande opportunità a noi giovani di conoscere, imparare e vedere da vicino i luoghi del massacro. Immaginavo sarebbe stata una forte emozione e infatti non è stato facile ripercorrere gli stessi passi di ieri. La rabbia era ed è ancora oggi tanta ed è proprio questa che mi da la forza di voler urlare al mondo la grande ingiustizia che ha riguardato un intero popolo e anzi di più.
Ringrazio a chi mi ha concesso l'opportunità di poter vivere questa esperienza, chi mi ha insegnato a capire e comprendere questi avvenimenti. La storia dell'intera umanità che ha bisogno ancora di farsi conoscere e, per quanto possa riuscirci, sarà proprio quello che cercherò di portare avanti.
Tordi Federica - 5° Istituto Tecnico per il Turismo Marco Polo


Sono sicuro di aver fatto bene ad accettare questa sfida che i collaboratori del comune di Rimini hanno voluto proporre alla scuole del territorio; la sfida cioè di seguire con costanza un percorso di approfondimento e di immersione nella storia dell'ultimo secolo, che per le persone dell'epoca è stata un vaso di tragedie inaudite, per noi un ricco forziere di moniti da tenere sempre in considerazione. Durante le lezioni del corso infatti noi studenti abbiamo potuto approfondire non solo il periodo della storia europea segnato dall'avvento dei totalitarismi, ma anche molti altri aspetti che hanno mostrato chiaramente come il nazismo e la negazione del valore della vita delle sue vittime siano state frutto di un'ideologia positivista che nasce già dall'800 e ha visto allora il suo più triste epilogo. Abbiamo infatti visto come la nascita di una concezione razzista che discriminava le persone in base a caratteri antropometrici abbia portato l'idea che qualcuno possa essere legittimamente considerato inferiore, e poi come l'idea dell'uomo dal punto di vista della produttività abbia fatto sì che qualcuno potesse essere considerato inutile, quindi eliminabile.
Un'altro spunto interessante è che l'abiezione a cui la politica nazista è pervenuta nei confronti degli ebrei, dei disabili e di tutti gli "asociali" non può essere considerata una generale deviazione verso la follia, ma l'effetto di una suadente campagna ideologica che ha addormentato le coscienze della cittadinanza tedesca.
Con il viaggio-studio, perfetto coronamento di questo percorso, abbiamo non solo visto, ma toccato con mano la realtà dei campi di concentramento e dei luoghi di sterminio. Mi sembra però che quei luoghi non permettano una banale fruizione, cioè mi sembra che non siano molto d'aiuto nell'arrivare a cogliere il loro vero significato. Il visitatore distratto infatti rischia di non essere colpito neanche dal punto di vista emotivo, perchè effettivamente quei luoghi ora non hanno l'aspetto terribile che uno si potrebbe immaginare, e se uno non è particolarmente sensibile, anche la visione di un forno crematorio potrebbe lasciarlo indifferente. Questo è dato dal fatto che il campo di concentramento di Mauthausen, così come il castello di Harteim, ora sono molto diversi da come sono stati lasciati dai tedeschi al momento della ritirata, a causa della volontà di nascondere le tracce e della leggerezza di cui si macchiò la popolazione austriaca nell'immediato dopoguerra. Quindi quello che si vede potrebbe lasciar delusi, perchè non colpisce con violenza le corde dell'animo, ma piuttosto ti da un senso di normalità. Questa è la cosa più terribile e interessante: il senso dell'ordine, del rigore, della pulizia, nonchè dello squallore che si recepisce nelle stanze del campo di concentramento ti fa sembrare strano che lì migliaia di persone siano morte dopo aver toccato gradi di alienazione e disumanizzazione incredibili. Si percepisce veramente la "banalità del male" di cui parla Hannah Arendt, per il fatto che i carnefici erano bravi padri di famiglia, metodici, fissati con la pulizia, innamorati del propri figli e del giardinaggio, che quel luogo aveva davvero l'aspetto di un campeggio, e tutttavia pochissimi sono usciti vivi.
Anche il castello di Harteim si presentava come un'efficientissima industria di morte, pur mantenendo l'aspetto di una lussuosa residenza di villeggiatura, i carnefici vivevano insieme spensieratamente pur avendo sempre davavnti agli occhi una fila continua di malati e prigionieri che venivano sterminati e quel forno rigurgitava tanta cenere che non sapevano più dove metterla!
E tutto questo sarebbe solo un brutto incubo se anche oggi l'Austria (e non solo) non si mostrasse ancora come un paese xenofobo, razzista e antisemita, cioè con tutte le premesse che a quel terribile disastro del secondo conflitto mondiale hanno portato.
Zavatta Tommaso - 5° Liceo classico G. Cesare


Da questo viaggio ho avuto un’ulteriore conferma del fatto che la crudeltà dell’ uomo non ha limite. E’ incredibile come una sola persona (Adolf Hitler) sia riuscita ad ottenere, in così poco tempo, una forza ed un potere così smisurato per vie legali, riuscendo a formare un regime totalitario basato sul terrore e non incontrando alcuna massiccia opposizione nella sua ascesa al potere. Chissà se non fosse stata elaborata una nuova costituzione, che riconosceva al presidente il potere di sospendere, in caso di emergenza, le libertà civili  e di disporre tutte le misure considerate necessarie per mantenere l’ordine, Hitler sarebbe riuscito a trovare un “capro espiatorio” che riuscisse a motivare le persecuzioni politiche e antisemite?
Penso che bisogna avere una mente genialmente fredda e spietata per riuscire ad eliminare ogni opposizione politica, facendo passare i partiti contrari al regime come nemici dello Stato attraverso delle fortissime campagne propagandistiche e dichiarandoli fuori legge. La cosa che fa ancor più rabbrividire è come Hitler sia riuscito a condizionare fortemente l’opinione pubblica (anche se di opinione non ce ne doveva essere), prendendo il piene controllo della vita sociale e culturale e creando consenso con carisma e terrore, mettendo vittime, carnefici e spettatori sullo stesso piano di impotenza in tutto ciò che stava accadendo perché ci doveva essere una sola mente ad avere il potere e a dirigere tutto. I Campi di concentramento vennero studiati, in principio, per eliminare ogni opposizione del regime (a partire dagli stessi tedeschi antinazisti) e  dove le persone venivano usate come schiavi a lavorare in condizioni disumane.  Successivamente vennero usati per eliminare i cosiddetti “parassiti della società”, anche mediante l’utilizzo dei campi di sterminio, dove le persone venivano deportate per essere direttamente uccise. E’ incredibile come gli Austriaci non abbiano ancora la piena consapevolezza di ciò che è accaduto in “casa” loro e che ancora non se ne assumano le piene responsabilità, attribuendo la colpa al regime di Hitler (anche se la popolazione, in realtà, accolse con entusiasmo la cosiddetta “invasione” delle truppe tedesche). Mauthausen, come il castello di Hartheim, mi hanno creato sì, tensione e ansia, ma non quanto Aushwitz, anche perché si nota molto come sia stato tentato di nascondere ciò che è accaduto o che ancor peggio non ne sia stata attribuita alcuna importanza, che è il motivo per il quale ora c’è solo un memoriale (molto ristriminzito) di Gusen ,e che siano state le stesse vittime a cercar di salvare un piccolo pezzo del passato per poter ricordare. La storia viene insegnata per imparare dagli errori del passato e per non commetterli di nuovo, ma è anche vero che la storia si ripete ininterrottamente come in un circolo. Penso che una persona per poter realmente apprendere la realtà delle cose debba vederla con i propri occhi e che tutti dovrebbero provare esperienze simili alla mia in questo viaggio studio e quel senso di rispetto , di colpa non colpa, di angoscia, rabbia, impotenza e la vera consapevolezza per il quale bisogna rendere giustizia alla memoria delle persone che hanno vissuto tutto quella crudeltà umana sulla propria pelle.  
Vigorito Sabrina - 5° Istituto Professionale per i Servizi Alberghieri e della Ristorazione