Recensione La notte (Elie Wiesel)

LA NOTTE
di Elie Wiesel

Un titolo emblematico che racchiude nella sua apparente banalità l’angoscia distruttiva del lento processo di materializzazione e della progressiva perdita d’identità quale essere umano dell’autore dell’opera, nonché protagonista indiscusso, insieme ad altre milioni di persone, dell’evento più tragico del Novecento: il genocidio degli ebrei. Elie Wiesel nasce a Sighet, un villaggio dell’attuale Romania, allora territorio ungherese; è solo grazie alle persuasione dello scrittore, nonché amico, François Mauriac che egli decide, in età adulta, di riportare alla luce la brutalità della sua esperienza nel campo di steriminio di Auschwitz, dopo viene deportato nel 1944 insieme ai genitori e alle tre sorelle. Per la scorrevolezza del linguaggio con cui vengono narrati i fatti, l’opera sembra svolgere una funzione quasi terapeutica per lo scrittore, che non risparmia al lettore nessun dettaglio, né formale né (e questo è sicuramente ciò che distingue l’unicità della sua testimonianza da qualsiasi surrogato sterile che tenti di riportare le ferite di un sopravvissuto ad uno scempio simile) tanto meno interiore. In una sorta di flusso di coscienza, infatti, Wiesel fa dono di ogni singola considerazione, sottile percezione o cruda verità che lo partano all’abbandono in primo luogo, della spensieratezza giovanile ingenuamente custodita fino al suo internamento, appena sedicenne; è come se man mano che i fatti si delineano e la tragedia assume le sue ben note fattezze, Diesel si liberi momentaneamente di un germe recondito che gli ha ammorbato l’animo da sempre e che di questo gli rimarrà incondizionatamente parte per tutto il resto della sua esistenza. La narrazione è quindi semplice e diretta: insieme al padre, viene selezionato per i lavori pesanti ed inviato nella fabbrica di gomma nel vicino villaggio di Buna. Lavorando in seguito in un deposito di materiale elettrico, la situazione si distende impercettibilmente: il lavoro non è faticoso e le razioni di zuppa concesse loro, per quanto modeste e appena sufficienti per sopravvivere, sono, se non altro, assicurate. Nel 1945, però, i sovietici si avvicinano ad Auschwitz ed il campo viene subito evacuato e le SS, che scortano i prigionieri, a piedi ed in pieno inverno, fino a Gleiwitz e pio, in treno, fino a Buchenwald. Infine, nell’aprile del 1945 gli americani raggiungono la suddetta località, liberando Diesel e le due sorelle. La narrativa riguardante l’abominevole pianificazione della distruzione di massa che ha interessato gli ebrei nel corso della Seconda Guerra Mondiale può, per certi versi, considerarsi alquanto satura, povera di nuovi spunti o di considerazioni diverse da quelle a cui le generazioni successive sono giunte in quasi sessant’anni di storia e di rispettiva presa di coscienza; questo, però, non può valere se a parlare sono le tristi pagine de “La Notte”. Quel che, a mio avviso, costituisce l’originalità e la forza della suddetta opera è, in primis, la voce narrante; l’incommensurabile atrocità e, soprattutto, l’insiegabilità del piano omicida hitleriano sono filtrate attraverso l’ingenuità di un ragazzino di appena sedici anni, che è così chiamato prematuramente a fare i conti con una realtà cruda, che non può mostrarsi pietosa o smorzare la sua natura micidiale neanche davanti a chi si sta timidamente affacciando al mondo, un mondo diverso da quello racchiuso tra le mura casalinghe, ma mai reputato capace di simile atrocità. In un’età estremamente critica, quindi, in cui ci si sente apparentemente in grado di garantirsi la propria incolumità, Diesel si trova spiazzato di fronte all’improvvisa scomparsa della madre e allo sfacelo della sua famiglia, tragedia a cui, soprattutto, non riesce ad attribuire una spiegazione razionale e attendibile. Un esempio disarmante dell’incredulo “svezzamento” del ragazzo è offerto già nelle prime pagine, quando, al loro immediato arrivo nel campo, i prigionieri vengono smistati: coloro a cui è accordato il proseguimento della loro insignificante esistenza a sinistra, divisi da chi è stato reputato inabile al lavoro e quindi destinato a morte certa nei forni crematori. Stretto al padre distrutto, egli assiste alla sistematica eliminazione di centinaia di neonati che, proprio sotto i suoi occhi vergini, spariscono uno dopo l’altro nelle fiamme avvolgenti di enormi fosse scavate appositamente. Eliezer (come il padre lo chiama) arriva a pizzicarsi il volto, sconcertato dalla naturalezza con cui l’umanità resta indifferente ad una violazione così spudorata dei diritti primari dell’uomo, ad uno spettacolo dell’orrore così manifestatamene inacettabile in epoca moderna, a cui le barbarie della storia, come la scelta selettiva degli individui sani e vigorosi a Sparta, avrebbero dovuto lanciare un monito e non servire da venerabile esempio. Questo passaggio è centrale anche per il secondo aspetto che fa della testimonianza di Diesel a una finestra da cui poter guardare alla Shoah da un’angolazione meno scontata: è davanti a questo scenario inverosimile e apocalittico, infatti, che Eliezer inizia a dubitare della legittimità della sua Fede. Parlo di fede con la F maiuscola perché è di quella fiducia incondizionata ed inossidabile nel proprio Dio che ritratta; quello specchio infrangibile su cui riflettere ogni singolo aspetto della propria esistenza, dubitando sempre dell’integrità della propria morale e mai validità del progetto in cui ognuno è stato minuziosamente inserito. Prima di questo momento, infatti, il ragazzo è un “eletto di Dio”, avido di letture talmudiche, ansioso di essere iniziato alla Cabala, consacratosi senza esitazione all’immersione totale nel mistero dell’Eterno. Ma anche coloro a cui è stato concesso ilo dono di una fede del genere possono incorrere nella contaminazione del dubbio, cosa che reputo da un lato positiva perché indice di una più matura e critica accettazione della propria spiritualità, ma dall’altro altamente devastante, in quanto la certezza di una figura Onnipresente ed Onnipotente viene progressivamente a mancare, lasciando spazio ad un vuoto incolmabile. Penso che sia proprio questa ferita più profonda che il campo lascia in eredità al piccolo protagonista, la perdita irreversibile del suo rifugio spirituale. Di un’incisività densa di commozione è l’episodio dell’esecuzione del “pipel”, un ragazzino dal volto di angelo infelice al servizio dell’Oberkapo olandese del 52° commando. Ritenuto colpevole di un presunto sabotaggio alla centrale elettrica di Buna, l’Oberkapo viene fatto sparire, mentre il piccolo pipel viene condannato alla forca senza nessuna pietà. Mentre il ragazzino lotta agonizzante tra la vita e la morte per più di mezz’ora, tutto il blocco di Eliezer è costretto ad assistere: è proprio nel volto di pipel, maschera di coraggioso dolore, che il protagonista riconosce il suo Dio. A questo punto Egli è ufficialmente Morto ed Eliezer non troverà più le parole di ringraziamento e devozione che prima scaturivano così spontanee da ogni piccolo gesto quotidiano. Il titolo che Diesel sceglie è una validissima sintesi di tutto quel che la deportazione ed Auschwitz hanno comportato per l’evolversi del suo avvenire, nonché perno fondamentale attorno al quale ruota tutta la narrazione. E’ infatti la prima notte passata nel campo in cui è stato internato ch’egli non dimenticherà mai, come afferma, “anche se fosse condannato a vivere quanto Dio stesso”; è nelle spire del silenzio sovrano tra le baracche che si estingue il suo desiderio di vivere, nell’oscurità impenetrabile di quel luogo volutamente dimenticato da tutti che il suo Dio viene assassinato, annientato, schiacciato come i suoi sogni, i suoi progetti di ragazzo. Non so spiegare perché mi sentirei più tranquilla se ognuno dedicasse un paio d’ore alla lettura de “la notte”, perché mi sentirei più sollevata al pensiero che ognuno ha ascoltato il richiamo di un libro simile. Potrei banalmente rispondermi dicendo che sarei in pace con me stessa se anche gli altri si rendessero conto dell’alto tasso di tragicità contenuto nello sterminio di un popolo intero. Oppure considerando che di certo non è “lettura da comodino”, di quelle che fanno addormentare tra sospiri, che fanno provare soddisfazione ed orgoglio per sé stessi perché consapevoli di non aver chiuso gli occhi per l’ennesima volta davanti ad un abominio esterno al proprio egoistico presente. Al contrario, perché, come per me, può costituire un’ottima occasione di riflessione non tanto su ciò di cui è capace quell’uomo che si è lasciato sopraffare dalla belva dormiente in ognuno, ma piuttosto su quanto possono sembrare patetiche le insicurezze e le insoddisfazioni a cui deve tener testa una ragazza di diciotto anni come me, quanto effimeri e di poco conto i dolori e i desideri inesaudibili che hanno portato la mia fede alla desertificazione, fino a che punto si può accordare comprensione ad un figlio che deruba il padre della razione di cibo e della dignitosa autorità di cui era investito e quanta stima riservare al protagonista, che fino all’ultimo decide di sacrificare la propria sopravvivenza perché vengano concesse al padre morente poche ore in più prima della Fine.

Recensione di Lappi Valentina