Recensione di Come una rana d'inverno (Daniela Padoan)

Come una rana d'inverno
di Daniela Padoan

"E' accaduto, quindi può accadere di nuovo. Questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire"
Riflessioni sul libro "Come una rana d'inverno"

Ricordare: compito infinito e doloroso sospeso tra storia e tormentate emozioni,ricordare per interrogarsi,per capire, per impedire una seconda shoa. È questo il senso delle testimonianze, espresso chiaramente anche nella celebre frase di Primo Levi. È necessario e doveroso conservare la memoria di quegli eventi per sottrarli alla forza corrosiva del tempo e per non scordare tutte le vittime perdute nel corso della storia. Occorre tuttavia trovare le parole per raccontare tanta violenza, tanta disumanità,forse impossibile anche solo da immaginare per chi non l'ha vissuta. Le parole dello scrittore, dello storico, per quanto fondamentali, non sono sufficienti a traspotare la mente nella viva singolarità di questo evento, si fermano sempre a un passo al di qua dell'incredibile, lasciando al lettore il compito di comprendere fino in fondo. Ascoltare quel dramma spaventoso significa, quindi, entrare nell' unicità delle storie delle persone. Il libro "Come una rana d'inverno" raccoglie proprio tre testimonianze di donne sopravvissute ad Auschwitz - Birkenau .Il filo che lega i racconti di Liliana Segre, Goti Bauer e Giuliana Tedeschi, è dato dalla forte carica emotiva e dal racconto crudo della loro esperienza nel campo di sterminio.Il titolo del libro è tratto da una celebre opera di Primo Levi ed introduce già,con un immagine carica di tristezza e solitudine, la condizione femminile nei campi."Una rana d' inverno fa pensare a una bestiolina che rabbrividisce nuda"spiega Liliana "Mettere un uomo nudo davanti a un altro uomo è senz'altro una cosa umiliante e terribile.. Eppure mi pare che la donna nuda davanti all' uomo armato sia sottoposta a un oltraggio ancora maggiore. Ti insegnano a stare sempre composta, a vestire accollata, a provare pudore del corpo. Poi, di colpo, nello stesso giorno in cui ti strappano ai tuoi familiari, in cui scendi dal treno della deportazione e arrivi in un posto che non conosci, che non sai nemmeno collocare sulla carta geografica, ti ritrovi nuda assieme ad altre disgraziate che come te, non capiscono nulla di quello che sta succedendo."Questa è stata l' esperienza comune delle tre donne seppure in età e condizioni molto diverse. Liliana Segre aveva appena tredici anni, poco più che una bambina, Goti Bauer ne aveva diciannove e Giuliana Tedeschi trenta, una giovane madre con due figlie piccolissime lasciate alla governante.
La dolorosa esperienza di queste tre donne inizia con l' emanazione delle leggi razziali. La decisione di introdurre nel paese una legislazione antiebraica maturò tra la fine del 1935 e il 1936 ma la sentenza fu emanata nel 1938. Goti e Giuliana raccontano la difficile situazione prima della deportazione. Goti ha dovuto affrontare l'espulsione da scuola e l'improvvisa terribile indifferenza delle amiche, la rottura insensata di amicizie che fino a poco prima facevano parte della quotidianità nella sua vita di quattordicenne. Da un giorno all' altro tutto era cambiato e molte cose gli erano diventate proibite, la sopravvivenza era diventata faticosa in mancanza dei guadagni del padre al quale era stato negato l'esercizio dell' attività. Goti ricorda con tristezza quegli anni in cui si viveva alla giornata nella speranza che qualcosa cambiasse in meglio. Per lei tutto è precipitato l'8 settembre del '43 quando i tedeschi hanno invaso il Paese ed hanno esteso le loro leggi antisemite ben peggiori di quelle italiane: gli ebrei iniziarono ad essere arrestati e prelevati dalle case cosi la sua famiglia si trasferì più volte cercando di cambiare identità ma rimase presto coinvolta in un agguato tedesco. Anche per Giuliana, che aveva già due bambine piccole l' impossibilità di lavorare fu causa di difficoltà economiche non indifferenti che la costrinsero a spostarsi più volte e a nascondersi , riuscendo infine a lasciare le figlie in affidamento alla governante. La separazione dai propri familiari è una costante tremendamente dolorosa che ricorre in tutte le testimonianze. Liliana ricorda vivamente l' attimo in cui la sua mano ha abbandonato quella del padre lasciando spazio a vane speranze che si sarebbero dissolte presto dopo aver varcato la soglia del campo. Goti ha subito invece prima l' allontanamento dal padre malato e dal fratello, poi la terribile separazione dalla madre che con un affettuoso saluto si era dovuta allontanare dalla "parte sbagliata". Giuliana è stata strappata non solo dal marito ma anche dalle due figlie che fortunatamente si sono salvate vivendo con la governante Annetta. Liliana fu arrestata con il padre l' 8 dicembre 1943 mentre cerca di attraversare il confine con la svizzera, Goti ebbe la stessa sorte il 1 maggio 1944 e infine Giuliana fu arrestata l'8 marzo 1944 a Torino.
Poi ricorre l' entrata nel campo. Assolutamente sconvolgente. Tutte e tre le donne si soffermano sulla differenza che questo momento, nella sua immensa drammaticità, ha comportato per uomini e donne. Le donne hanno subito l' annullamento totale della femminilità attraverso il pudore tradito,la nudità forzata davanti a sbeffeggianti ufficiali in divisa, la rasatura dei capelli ed è Liliana in particolare che rievoca questo momento.Per un assurdo capriccio non le furono tagliati fino al quarantesimo giorno quando un pidocchio ha fatto scattare i provvedimenti delle SS. "Agli uomini veniva data una divisa a righe che conferiva loro una sorta di identità per quanto ignobile: diventavano prigionieri del campo" racconta Giuliana, mentre alle donne, soprattutto nell' ultimo periodo venivano consegnati casualmente vestiti tutti diversi, trascurandola taglia o la leggerezza in quel clima così rigido. Di colpo si erano trovate tutte uguali "a quei fantasmi coperti di cenci e di stracci....esseri dalla testa rasata che non si poteva indovinare fossero donne, in cui l' unico residuo di umanità balenava negli occhi, grandi e dilatati, dove a tratti si affacciava ancora, misteriosamente, la luce di una qualche realtà interiore" In quello che aveniva non c'era assolutamente mai una logica, anche se all' apparenza tutto era preordinato. Tutto succedeva per caso, per capriccio fuori da qualsiasi schema e questo era per i prigionieri la causa di un forte senso di angoscia, veniva a mancare quella qualità connaturata nell' uomo che è la logica e senza la quale ci si sente persi, come animali. L' altra teribile apparizione era il forno crematorio."L'immagine del forno rappresentava la totalità delle emozioni che si possono vivere" dice Goti. Quell' odore acre che invadeva l'animo ancor prima delle narici, quella fiamma costante che si stagliava alta nel cielo illuminando la notte è rimasta come una cicatrice nelle menti e nel cuore di chi da Auschwitz ne è uscito. Spesso mi chiedo quale forza avesse potuto avere l' animo di queste donne per sopravvivere sopportando un peso tale come la paura costante della morte, nell' oblio della ragione e dei sentimenti.
Anche le relazioni all'interno del campo erano complesse e non sempre si poteva sperare di trovare solidarietà. I rapporti erano regolati da una scala gerarchica che dipendeva dal tempo di permanenza nel campo e dal motivo per cui ci si trovava lì. La condizione degli ebrei era la peggiore, le altre categorie di prigioniere avevano qualunque diritto sulle donne ebree e le trattavano senza alcun riguardo.Ovviamente al di sopra di tutte c'erano le Aufseherin, le donne SS la cui posizione è di assoluta supremazia. Liliana in particolare guarda con timore e stupore queste figure, che "erano personaggi da studiare a fondo". In effetti non si può solo pensare che fossero tutte pazze, si banalizzerebbe la complessità della situazione.Com'è possibile che degli essreri "capaci di dare la vita" si trasformino in spietati collaboratori di morte? Leggendo il libro di Helga Schneider mi ha colpito la fredda risposta della madre (un tempo SS al campo di Auschwitz Birkenau) nella quale senza rimorso spiega alla figlia che aveva il "dovere di obbedire senza discussioni agli ordini superiori" ma poco importava se quegli ordini implicavano la morte di milioni di donne e bambini. Non so spiegarmi da dove possa derivare tanto odio verso persone che di fatto non si sono mai incontrate prima e soprattutto che sono donne, mogli e madri come te. Al di sotto delle SS c'erano le Kapo. Le Kapo generalmente non erano ebree e, come afferma Goti,erano donne con un passato difficile alle spalle, donne inclini alla violenza. La loro condizione era diversa da quella delle prigioniere poichè non rischiavano la camera a gas e potevano svolgere lavori meno pesanti, inoltre potevano ricevere quantità di cibo maggiori e addirittura la posta,che in quel contesto significava molto poichè era l'unico contatto con l'esterno, negato peraltro alle deportate. Goti ricorda soprattutto la violenza che queste donne esercitavano nei loro confronti, una violenza gratuita e senza senso che non ci si aspetterebbe da chi condivide le tue stesse sofferenze. Secondo Giuliana questa carica di odio era inevitabile per chi aveva vissuto lì da tanto tempo, quindi "non si può parlare di vera colpa per le kapo", non si possono giudicare perchè "la vita del Lager le ha portate ad avere delle possibilità che le altre non hanno mai avuto e che loro hanno usato per sopravvivere". Il gruppo del Sonderkommando costituiva un vero e proprio ingranaggio dello sterminio. Era composto da ebree (o ebrei nel campo maschile) addette alle camere a gas o ad altre attività che prevedevano un contatto diretto con gli altri deportati visto che le SS non ne volevano avere . La loro condizione per Goti era la più terribile poichè sapevano benissimo ciò che sarebbe accaduto anche a loro ed inoltre spesso vedevano passare di li parenti e amici senza poter fare nulla per loro.
Tutto era quindi costruito come se lì dovessero vivere delle "non persone". La porta di Auschwitz rappresentava il confine visibile del male, dell' illogicita, dell' assenza di quotidianita e di affetto ma non il confine dei sogni. Come le stelle sopravvivono nell' oscrità dell' universo così i sogni hanno illuminato ,almeno in parte, i pensieri di chi non si poteva permettersi la nostalgia, un' arma terribile "perchè come si faceva a ricordare e sopravvivere senza impazzire?". Per Liliana la "stellina" che brillava alta nel cielo era l'emblema della libertà, ammirandola di nascosto immaginava di non essere li, di essere libera. Spesso nei sogni si trovava la solidarietà delle altre, le prigioniere trovavano infatti la forza, anche per sopraffare la fame sempre più pungente, di scambiarsi ricette e inviti a cena oppure si raccontavano le tradizioni culturali dei loro paesi e città d' origine, si scambiavano opinioni e poesie per allennare la mente a non dimenticare. La resistenza di uomini e donne è stata sicuramente diversa non solo dal punto di vista fisico ma anche psicologico. Gli uomini non avevano la tendenza a unirsi tra loro, abncercare solidarietà nei sogni del compagno, forse preferivano rimanere isolati, resistere a modo loro. Subivano umiliazioni diverse nella forma ma non nella sostanza.
E' difficile però sognare quando le urla tedesche irrompono nella triste consolazione di un agitato sonno come solo ad auschwitz poteva essere. Nella notte del 20 gennaio del 45 "tredici o quattordicimila donne si riversarono sulla strada, fuori dai cancelli di Auschwitz e Birkenau dall' alba al tramonto in una marcia senza fine nella campagna innevata, piatta" iniziando quella che poi sarà chiamata "LA MARCIA DELLA MORTE"da Birkenau a Ravensbruck. La marcia della morte iniziò e finì con un eccidio: non ha alcun senso parlare di tasso di mortalità: fu semplicemente a tutti gli effetti una marcia di sterminio. La marcia coincide ad un periodo in cui le prospettive dei tedeschi erano nere, le istituzioni e i luoghi dello sterminio si modificavano e alcuni campi della morte erano già stati chiusi. Inoltre le marce si moltiplicarono a causa dell'avanzata degli alleati, che minacciano di occupare i luoghi di reclusione degli ebrei, avevano spinto i tedeschi alla scelta di trasferire i prigionieri. In tutto erano in cinquantaseimila. Sembrerebbe impossibile che degli esseri umani tanto provati e debilitati potessero essere ancora tanto attaccati alla vita, che potessero trovare le forze per andare avanti, un passo dopo l'altro "attenti a non calpestare i morti". Nonostante la marcia si sia svolta soprattutto di notte migliaia di occhi hanno visto passare questi fantasmi nelle strade delle citta ma si sono ritirati subito alle grida delle SS:"non avvicinatevi, questi non hanno bisogno di niente stanno benissimo!"
Liliana è stata liberata il primo maggio dagli alleati cosi Goti, Giuliana è riuscita a rifugiarsi in un casolare durante la marcia della morte."impossibile provare qualsiasi tipo di emozione"
Il ritorno a casa per quanto liberatorio non è stato facile. Chi non aveva nessuno ad aspettarlo ha trovato la casa occupata e svuotata di tutti i beni e tutti i ricordi mentre mentre altri hanno dovuto far fronte a difficili condizioni economiche.Anche qui la situazione tra uomini e donne è stata differente, "si dava per scontato che la donna fosse andata a letto con tutti per cavarsela" oppure si pensva fosse diventata kapo per questo, spesso, essa trovava difficoltà maggiori a reinserirsi in società. Liliana racconta soprattutto l' infinito senso di solitudine e l' incomprensione di chi quelle atrocità le poteva solo immaginare ma ancora esplodeva in loro ancora più forte il bisogno di parlare di raccontare, bisogno trascurato fino a 20 anni fa quando la realtà degli avvenimenti ha iniziato a diffondersi anche tra la popolazione. Il lungo silenzio sicuramente avrà influito sulla lucidità dei ricordi ma certe cose non si possono scordare mai."Auschwitz è sempre dentro di noi" ha risposto Goti, anche le piccole cose la riportano alla memoria in qualsiasi momento,è impossibile uscirne.
"Il mondo dopo Auschwitz, non è diventato migliore. Eppure io l'avevo veramente creduto" Termina così la testimonianza di Giuliana, con una triste amarezza, perchè tra le persone non c'è l' attenzione necessaria per capire che in fondo la porta di Auschwitz è ancora aperta, che non si è mai chiusa e che il male continua a fluire. Sta a noi ora ereditare la forza di questi racconti e di queste persone e chiudere le porte del male perche come dice Liliana "bisogna scegliere la vita, sempre fino all' ultimo giorno".

Recensione di Chiara Pazzini
VG Liceo Scientifico A. Serpieri