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NON LO SAPRA' NESSUNO / CHE ABBIAMO VISSUTO. La demolizione dell'Umano nei Lager nazisti.

Attività per l'anno scolastico 2017/2018

Ai 40.000 italiani, uomini uomini, donne e bambini, che per ragioni diverse furono deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti da cui molti non sopravvissero o tornarono segnati per sempre nel fisico e nell’anima. Possa il nostro impegno di tener vivo lo studio della storia servire anche a onorare la loro memoria.

Attività promossa dal Comune di Rimini con la partecipazione dell'Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea della Provincia di Rimini in collaborazione con ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Rimini,  Alcantara Teatro Ragazzi, Associazione Culturale Mare di Libri, Libreria Viale dei Ciliegi 17, Associazione culturale ARE ERE IRE - Cibo per giovani menti, Storia per Tutti

Nella Germania di Hitler il campo di concentramento – struttura di per sé non originale poiché se ne trovano esempi nella storia di vari Paesi, tra cui il Sudafrica e Cuba, già a fine Ottocento - ha rappresentato il tentativo di realizzare una società modello omogenea sotto il profilo ideologico ed etnico-razziale, vale a dire “ripulita” degli elementi ritenuti dal regime indesiderabili, incompatibili o deviati da un modello di normalità assunta a paradigma assoluto ed escludente. Nei Konzentrazionslager (KL) il prigioniero doveva imparare coi mezzi più violenti e coercitivi a incarnare il modello dell’uomo nuovo promosso dall’ideologia nazista, riducendosi ad atomo ubbidiente, privato delle sue caratteristiche di individualità e di umanità.

In altre parole, la concezione del lager presupponeva nell’ottica nazista di immaginare una società-massa assoggettata ad uno Stato padrone, in cui piegare gli individui o ad una adesione totale ai principi inculcati dall’ideologia nazista (per i prigionieri di origine tedesca o comunque considerati “rieducabili”) o all’assoggettamento fisico e psichico come corpi da sfruttare fino alla morte per sfinimento.

 

Il nazismo fece dei campi di concentramento un laboratorio umano per costruire o distruggere individui a seconda che servissero o meno al proprio progetto. Un progetto di dominio da considerare dinamico nel tempo, cioè mutevole, e flessibile, cioè adattabile a seconda delle esigenze contingenti da soddisfare, nonché ai gruppi e alle categorie di persone da isolare e perseguitare. Ecco perché non esiste un'unica storia di un lager, sia perché le memorie dei sopravvissuti furono diverse e talvolta conflittuali, sia perché tra Dachau e Mauthausen ci furono differenze sostanziali importanti, così come tra Buchenwald o tra Dora-Mittelbau e Auschwitz. Infine, perché lo stesso campo differiva profondamente per dimensioni, struttura e funzioni da un anno all’altro. 

Alla fine della guerra, nella primavera 1945, si contavano 27 campi di concentramento principali e centinaia di campi secondari, per un insieme di oltre 1000 lager dislocati in tutto il Reich e territori occupati. Di molti di questi luoghi oggi non si sa quasi nulla e la memoria collettiva è stata plasmata dai racconti dei sopravvissuti o dalle immagini girate al momento dell’arrivo degli Alleati.
Permangono idee errate sui lager e una conoscenza banalizzata o di una presunzione di conoscenza che è opportuno correggere e approfondire.

Col progetto dell’anno scolastico 2017/2018 dell’Attività di Educazione alla Memoria ci proponiamo di affrontare il fenomeno dei lager come laboratorio dell’umano e dell’inumano, sia attraverso la ricostruzione della storia mediante un uso rigoroso delle fonti, sia mediante la lettura e il commento di memorie e testimonianze di coloro che patirono la prigionia dietro il filo spinato. Sarà necessario provare a ricostruire innanzitutto la mentalità dei carnefici, di coloro che pensarono ai campi di concentramento come strumento di demolizione della vita umana nella sua sacralità, combinando logiche di schiavismo, annientamento fisico e psicologico, azioni brutali di violenza e assassinii di massa.

 

Non si tratta solamente di descrivere oggettivamente ciò che fu umano dal disumano, né di dividere l’universo dei protagonisti di quella tragica storia in carnefici e vittime, ma di compiere coi nostri studenti un secondo livello di rielaborazione, vale a dire compiere lo sforzo di capire politicamente, prima che moralmente, come il nazismo abbia promosso a normalità categorie diametralmente opposte rispetto a quelle su cui fondiamo le società che si dicono democratiche e civili.

L’inumano ha significato trasformare uomini e donne comuni in persecutori e carnefici per le motivazioni più diverse e non sintetizzabili nel solo fanatismo ideologico, Oltre a questo, però, la politica dell’inumano applicata a gruppi e individui selezionati tra gli indesiderabili (gli ebrei innanzitutto per il posto che la Shoah ha occupato tra i crimini nazisti) ha comportato la possibilità che l’uomo non fosse nulla per l’altro uomo, non fosse cioè nemmeno più visto come umano, desacralizzando il valore primario della vita a oggetto inutile da distruggere o da far morire e riducendo tutto il significato dell’umano all’uso del corpo, utile o inutile, produttivo o improduttivo, sano o malato, di sangue puro o impuro.

E, di conseguenza, ci proponiamo di lavorare anche sul tema dell’umano, intendendo la capacità dell’individuo di proteggere la propria natura dalla barbarie e dall’atomizzazione imposta dalla logica dei lager anche in situazioni estreme come la deportazione e la Shoah, ovvero resistendo con vari mezzi al male e coltivando la solidarietà, la fede e il coraggio.

Un confronto, laddove possibile, col fenomeno dei GULag durante lo stalinismo ci permetterà di cogliere alcuni elementi di comunanza e di differenza, applicando tali definizioni politiche di umano e inumano anche ad altre categorie di totalitarismi.

Laura Fontana