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QUEL CHE RESTA DI UN UOMO. Vivere, sopravvivere, resistere e morire sotto la dittatura nazionalsocialista (1933-1945). L'esperienza dell'umano e del disumano nei campi di concentramento.

Attività per l'anno scolastico 2015/2016

In memoria di tutti i cittadini italiani, ebrei e non ebrei, che furono deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti, da dove molti non fecero più ritorno.

Opuscolo Attività 2015-2016

Attività promossa dal Comune di Rimini con la partecipazione dell'Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea della Provincia di Rimini in collaborazione con ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Rimini,  Alcantara Teatro Ragazzi, Associazione Culturale Mare di Libri, Libreria Viale dei Ciliegi 17, Associazione culturale ARE ERE IRE - Cibo per giovani menti, Storia per Tutti

Come indica il titolo “Quel che resta di un uomo”, l’Attività di Educazione alla Memoria 2015-2016 prosegue la riflessione sul tema dell’umano, interrogandosi su quello che resta di un uomo durante l’esperienza estrema dei lager nazisti e della Shoah. Il seminario di formazione proposto agli studenti di quinta superiore di tutte le scuole di Rimini - che costituisce anche il fulcro dell’Attività di Educazione alla Memoria - si prefigge pertanto l’obiettivo di approfondire e discutere il tema dell'umano e del disumano sotto la dittatura nazista di Adolf Hitler (e dei suoi collaboratori). Com'è noto, fu in nome di una concezione dell'umanità fondata sul razzismo biologico (cioè non tanto sulla gerarchia tra razze superiori e razze inferiori, quanto soprattutto sull’idea che il sangue costituisca l’identità e il valore immutabile di un individuo e di un popolo), che il regime nazista emarginò, perseguitò e mandò a morire milioni di innocenti. Sotto il Terzo Reich furono numerose e diverse le categorie di persone colpite dalla persecuzione, con destini differenti, a seconda del gruppo di appartenenza (gli oppositori politici, i criminali comuni, i Testimoni di Geova, gli asociali, i disabili, gli omosessuali, gli zingari, i prigionieri di guerra, gli ebrei), ma anche con un vissuto drammaticamente simile per coloro che furono rinchiusi nei campi di concentramento (la fame, le privazioni, le torture, l’umiliazione del corpo, la privazione totale di diritti in un universo incomprensibile di violenza). Se la sofferenza umana e la morte di persone che furono vittime di un’ideologia razzista e di una dittatura totalitaria non sono paragonabili, perché il valore della vita resta incommensurabile, la Shoah, il genocidio di 6 milioni di ebrei mandati a morire per la sola colpa di essere nati, rappresenta un crimine politicamente senza precedenti. Il pensiero che ha dato vita all’idea di Auschwitz, che l’ha nutrito, sostenuto, messo in atto attraverso tutte le componenti di uno stato e di innumerevoli collaboratori e complici (tra i quali il silenzio occupò un posto significativo) continua ad interrogarci, a sollevare domande pregnanti per la nostra appartenenza al genere umano, la nostra fiducia nelle istituzioni, nella democrazia, nei diritti dell’uomo. Che cos’è per noi oggi un essere umano? Qual è il confine che tracciamo tra noi e gli altri? Quanto umano o disumano deve esserci in una vicenda per interpellarci e scuoterci?
I campi di concentramento furono sempre istituiti non lontano dai centri abitati, i loro numeri di telefono erano negli elenchi telefonici pubblici, fornai e agricoltori riforn
ivano i lager di cibo, i prigionieri andavano al lavoro durante il giorno, attraversando villaggi e città. Tutti videro compiersi il male, molti preferirono non lasciarsi interpellare da quelle immagini, rifugiarsi nella loro quotidianità, nelle loro paure, nei loro opportunismi. Furono in pochi a non rimanere indifferenti all’umano diventato disumano e a scegliere di seguire la propria legge morale per prestare soccorso ai perseguitati, o quanto meno a non aderire a un’ideologia che giustificava i peggiori crimini come necessità per la sopravvivenza e per il benessere del popolo tedesco. Il fatto che i Giusti, o comunque i salvatori e i dissidenti, furono una minoranza li rende ancora più preziosi ai nostri occhi perché il loro esempio dimostra che qualcosa poteva essere fatto per contrastare, se non arrestare, il male.

 

In modo particolare, quest’anno è proprio l’esperienza estrema - in quanto eccezionale per la sua a-normalità e per le sue tragiche proporzioni - dei campi di concentramento che ci proponiamo di approfondire. I sopravvissuti che riuscirono a rimanere in vita fino alla fine della guerra conservarono un ricordo traumatico e indelebile della sofferenza e del male patito nei lager, in cui la scala dei valori era rovesciata. Privati di tutto, del proprio nome, sostituito da un numero, e della propria dignità, sottoposti a ogni crudeltà e umiliazione, i prigionieri dei lager si trovarono nella condizione di provare disperatamente a sopravvivere in un luogo infernale dalle regole incomprensibili, talvolta scendendo a compromessi con la propria dignità, talvolta invece preservando con grande sacrificio quel barlume di decenza e di moralità in grado di tracciare un confine con la barbarie indotta dai propri carnefici. Ad esempio, continuare a lavarsi con l’acqua putrida e gelata per contrastare il processo di abbrutimento e degradazione, oppure non rubare il tozzo di pane al proprio compagno quando la fame annebbiava il cervello e prostrava il corpo, erano gesti che richiedevano coraggio e coscienza, capaci di proteggere i deportati dalla sensazione terribile di sentirsi diventati “bestie come i loro aguzzini”. Il giovanissimo Elie Wiesel, deportato nel 1944 come ebreo insieme alla sua famiglia ad Auschwitz e poi a Buchenwald, racconta nel suo libro-testimonianza più celebre, La notte, che un giorno desiderò la morte dell’amato padre, ormai moribondo, per potergli rubare l’ultimo tozzo di pane. Nel momento stesso in cui Elie Wiesel formulò questo pensiero, provò vergogna, chiedendosi fino a che punto il lager lo avesse degradato.

 
Prigionieri ai lavori forzati. Ispezione SS. Dachau 28 giugno 1938

D’altro canto, invece, per i carnefici, la normalità corrispondeva banalmente al "lavoro" dasvolgere: annientare psicologicamente e fisicamente i prigionieri, la cui vita non aveva alcun valore. Portare a termine il proprio compito di persecutori o assassini rientrava in buona sostanza nel loro dovere di dimostrarsi degni di appartenere alla “razza eletta degli Ariani”. Il regime promuoveva un’ideologia affascinante per coloro che stavano dalla parte degli eletti, perché innalzare alcuni (i tedeschi “ariani”) richiedeva “il sacrificio” di escludere e annientare senza pietà tutti gli elementi ritenuti indesiderati, malati, improduttivi, di razza inferiore o pericolosi. I medici nazisti che uccisero senza pietà bambini o adulti malati non furono pazzi o sadici, ma medici che sposarono l’idea di un diritto alla vita solo per alcuni, coloro che potevano dimostrare di essere non solo “ariani”, ma in perfetta salute fisica e psichica.
Il fatto che il comandante del centro di sterminio di Treblinka, Franz Stangl, fosse anche un ottimo marito e un amorevole padre di famiglia, un uomo non violento nella sua quotidianità, beneducato e di una certa cultura, non va visto come contraddizione in sé. La maggioranza dei carnefici furono uomini e donne comuni, spesso cristiani o religiosi, con un’istruzione superiore, individui come tanti che agirono perché compiere il male rappresentava ai loro occhi un dovere nobile e necessario, non un crimine (anche in virtù del fatto che agirono protetti dall’impunità garantita loro dallo Stato nazista).

Ecco allora che torna la nostra domanda di partenza: cosa resta di un uomo in tali condizioni? In circostanze estreme quali furono quelle di una feroce dittatura totalitaria, come risponde l’uomo ai propri dilemmi morali e al peso della sopraffazione? Cosa implica per la vittima dei lager la scelta di provare a rimanere umano in un mondo disumano? D'altro canto, cosa fa di un uomo un carnefice (e il carnefice non è solo colui che materialmente uccide, ma anche colui che pensa il crimine, lo agevola, vi partecipa) e come convivono anche nel peggiore persecutore e assassino componenti che possiamo chiamare di “umanità quotidiana”? Vogliamo interrogarci sui dilemmi umani che ci spingono a reagire o a non reagire al male o, viceversa, a compiere il bene. Ma soprattutto vogliamo discutere di come il valore della vita umana non possa essere materia politica. Cosa ci insegna allora il nazismo, con la sua visione dell’umanità brutalmente razzista e animalista, fondata sia su idee razziali tradizionali che sull’idea del “sangue puro” da non contaminare e da non disperdere? Qual è il legame con la nostra vita di oggi?

In questo tentativo di stare rigorosamente ancorati alla narrazione storica del nazismo – senza la quale nulla si spiega – ma al contempo di ricondurre la tragedia della deportazione e della Shoah all’uomo e all’umano, cercheremo di stimolare i giovani partecipanti al seminario a formulare ipotesi interpretative e giudizi politici (oltre che morali) sull’adesione o, al contrario, sulla resistenza al male, per coerenza con il principio di educazione alla responsabilità individuale che regge tutta l’Attività di Educazione alla Memoria di cui il Comune di Rimini si occupa da oltre mezzo secolo.