La verità storica e le leggi della memoria: il difficile mestiere dello storico

di Laura Fontana

Negli ultimi anni, sembra che fare storia sia diventato un mestiere estremamente difficile e pericoloso al di là delle Alpi. Da tre anni a questa parte, la Francia- una delle democrazie più longeve e forti del mondo, con una solida tradizione di libertà di parola - è animata da un intenso dibattito che contrappone un folto e qualificato gruppo di storici al governo e alla politica del Paese.
Oggetto del contendere è l'autonomia della storia, della sua ricerca e della sua capacità interpretativa rispetto alle esortazioni e alle direttive contenute in una serie a dir poco impressionante di lois mémorielles, leggi della memoria o leggi commemorative.
Se si pensa che oggi sono oltre mille gli storici, i ricercatori, scrittori e docenti universitari (non solo francesi) a scendere in campo per difendere dall'ingerenza statale l'autonomia della propria professione, pare evidente che la questione non sia di poco conto.
Tutto ha avuto inizio nel 2005 a Parigi, quando un gruppo di 19 storici francesi tra i quali Pierre Vidal-Naquet, Marc Ferro, Jacques Julliard, Pierre Milza, fonda un'associazione presieduta da René Rémond (1)(oggi scomparso), il cui nome è già un programma esplicito, Liberté pour l'histoire.
Non spetta allo storico il compito di condannare o di esaltare, ma quello di spiegare, interpretare (2) si legge nel pubblico appello che nel dicembre di tre anni fa compare sul quotidiano "Libération", col quale gli storici protestano contro il legiferare dello Stato in merito a episodi cruciali del passato, ma soprattutto contro un imperativo della memoria imposta dall'alto che rischia di causare seri danni allo sviluppo della ricerca e dell'insegnamento della storia.
L'obiettivo della mobilitazione non è, tuttavia, solo una questione di principio, cioé ristabilire il confine tra i due campi, ricerca storica e politica di Stato, ma è anche pragmatico e squisitamente politico: Libertè pour l'histoire chiede, infatti, l'abolizione di tutte le cosiddette "lois mémorielles", leggi della memoria o leggi commemorative, (in realtà di alcuni articoli specifici di tali leggi) accusate di criminalizzare il passato, condannandolo secondo un'ottica morale o penale, a partire dalla legge più nota di tutte, la loi Gayssot del 1990 (dal nome del suo promotore, il parlamentare comunista Jean-Claude Gayssot).
La forza di tale protesta è tale che solamente pochi giorni dopo la pubblicazione della petizione, nel gennaio 2006, 440 docenti universitari di storia provenienti anche da altre nazioni, si uniscono all'appello, con alcune firme illustri quali quelle di Elie Barnavi e di Saul Friedlander, docenti all'Università di Tel Aviv. Oggi l'associazione è presieduta da Pierre Nora e da Françoise Chandernagor e raccoglie un migliaio di iscritti tra storici, ricercatori e docenti di storia all'università, sia francesi che di altri paesi.

Ora, la Francia non è certo il solo paese che si è dotato di una legislazione che stabilisce quali fatti cruciali del proprio passato sia giusto ricordare pubblicamente, ma probabilmente non tutti sanno che questa nazione dispone di una delle legislazioni antirazziali più avanzate nel mondo. Data addirittura del 1881 la prima legge che limita il diritto di parola e di espressione sancito dall'art.11 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1789 e cinquant'anni dopo, con il decreto-legge "Marchandeau" approvato il 21 aprile 1939, viene stabilito come reato punibile dalla legge la diffamazione e l'ingiuria commesse "nei confronti di un gruppo di persone appartenente, per la loro origine, ad una razza o ad una religione determinata quando abbiano l'obiettivo di incitare all'odio tra i cittadini e gli abitanti".
Ma la legge Gayssot del 1990 resta un pilastro nell'ordinamento legislativo francese e, nonostante le proteste di un gruppo così folto di storici che ne chiedono l'abrogazione, continua ad essere - giustamente - difesa da altri storici, docenti universitari e intellettuali che la ritengono uno strumento indispensabile per combattere il pericolo del negazionismo. E' doveroso ricordare che tale legge non solo punisce la negazione, ma anche la contestazione e il revisionismo dei crimini contro l'umanità, così come sono definiti dall'articolo 6 dello Statuto del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, ma condanna come reato sanzionabile qualunque atto di tipo razzista, antisemita o xenofobo.
Un provvedimento ritenuto da tanti giusto e importante, nella misura in cui uno Stato, attraverso i suoi strumenti legislativi e giurisdizionali, stabilisce un confine tra ciò che è lecito, la libera espressione di ogni cittadino, e ciò che non lo è, il diffondere idee che veicolano concezioni e ideologie pericolose per l'ordine pubblico e la pacifica convivenza, dannose per la comunità e offensive per la memoria delle vittime. Solo tre anni prima l'emanazione della legge, il 13 settembre 1987, in una pubblica intervista televisiva, il leader dell'estrema destra francese, Jean-Marie Le Pen aveva affermato: "non dico che le camere a gas non siano esistite. Non ho potuto vederle di persona e non ho studiato in particolare la questione. Ma credo che sia solo un dettaglio nella storia della Seconda Guerra mondiale".
Concordano sull'opportunità della legge Gayssot, ad esempio il celebre filosofo Bernard Henry-Lévy, che afferma in maniera esplicita: "La mia posizione è diametralmente opposta alla petizione degli storici in Francia. La legge Gayssot sulla Shoah, in vigore dal 1990, non ha mai infastidito uno storico, se ne lamentano solo Le Pen e Dieudonné (3), ma anche lo storico francese Georges Bensoussan, specialista di Shoah e di ebraismo che mette in guardia da una lettura superficiale della norma e dal rischio di una sua strumentalizzazione: Se io nego che la battaglia di Verdun sia mai esistita, passo per un ignorante, al massimo per un ritardato mentale, ma se io, invece, nego che la Shoah sia realmente accaduta non si tratta di una semplice opinione che denota ignoranza dei fatti. Dietro la negazione dello sterminio c'è un pensiero politico preciso e radicale, un'ideologia antisemita e antisionista pericolosa e strisciante che nasconde un odio per gli Ebrei e il rifiuto di riconoscere lo Stato di Israele. E' un pensiero che va assolutamente condannato e fermato, pertanto la legge Gayssot è una legge giusta (4).
Anche Furio Colombo, estensore e primo firmatario della legge che ha istituito anche in Italia il Giorno della Memoria, è convinto che dietro alle pretese scientifiche di chi minimizza le camere a gas si annidi un sottinteso tenebroso: negano per alludere implicitamente al fatto che troppi ebrei sono sopravvissuti(5).
Alla normativa Gayssot hanno fatto seguito le altre leggi della memoria contestate dall'associazione Liberté pour l'histoire, ovvero la legge del 29 gennaio 2001 che riconosce il genocidio degli Armeni del 1915, la legge del 21 maggio 2001 (detta legge Taubira) volta a riconoscere la tratta e la schiavitù dei neri come un crimine contro l'umanità e la legge del 23 febbraio 2005 (detta legge Mekachera) sulla presenza francese nei territori d'oltremare.
Questa legge, in particolare, crea forti tensioni e polemiche, poiché all'articolo 4 così decreta: I programmi di ricerca universitaria accordano alla storia della presenza francese oltre mare, soprattutto nell'Africa del nord, il posto che merita. I programmi scolastici riconoscono in particolare il ruolo positivo della presenza francese oltre mare, soprattutto nell'Africa del Nord (..). (6)
Va rilevato che, a differenza delle prime due, la legge del 23 febbraio non certifica una verità riconosciuta ma esprime un giudizio di valore e una visione politica dei fatti storici che intendono essere anche una opzione storiografica. Quello che è certo è che ognuna di queste leggi corrisponde a una ferita ancora aperta nella memoria individuale e collettiva, privata e pubblica dei Francesi. In particolare la legge Mekachera andava a toccare quel nodo di tensioni, rabbia e passioni che la guerra di Algeria e l'immigrazione degli anni Cinquanta avevano contribuito a creare, una situazione aggravata dalle recenti ondate di immigrazione dai paesi arabo francesi, portatrici di nuove rivendicazioni sociali e politiche. L'associazione Liberté pour l'histoire scendeva in campo per abolire tutto e impedire allo Stato il continuo immischiarsi nella ricostruzione storica della memoria della nazione.
La ricostruzione, la narrazione e l'interpretazione dei fatti storici non possono dipendere dal potere legislativo di uno Stato, sostiene Françoise Chandernagor. Sostituendosi al ruolo degli storici, il Parlamento si è messo a fissare e a dettare la sua visione della storia di Francia (...) non si accontenta più di commemorare o di indennizzare - compito che gli spetterebbe - ma attribuisce valore normativo, imperativo alle proprie analisi del passato. (7)
Gli storici di Liberté pour l'histoire hanno sottolineato in più occasioni che le leggi della memoria, seppur animate dai più nobili propositi e dalle migliori intenzioni, rischiano di stabilire la verità storica per volontà meramente politica, cioé non attraverso gli strumenti tradizionali della disciplina, la ricerca, l'incrocio e la comparazione delle fonti, le diverse interpretazioni degli specialisti, ma con il potere legislativo. Sancire un evento del passato come criminoso e condannabile penalmente, si presta, tra l'altro, anche a imbarazzanti contraddizioni. Cosa pensare, ad esempio, delle fastose celebrazioni, il 2 dicembre 2005, del bicentenario della battaglia Austerlitz che ha onorato Napoleone, artefice di aver ripristinato la schiavitù abolita dalla Rivoluzione francese quando una legge dello Stato francese imponeva l'obbligo di riferirsi alla schiavitù come crimine contro l'umanità?
E che dire della causa intentata da un gruppo di cittadini francesi delle Antille nei confronti di Olivier Pétré-Grenouilleau, autore di un documentatissimo e rigoroso studio sulla tratta degli schiavi (8), ma colpevole, secondo l'accusa, di essere un negazionista di quello che la legge Taubira individua come un crimine contro l'umanità? In realtà, lo storico aveva affermato che non si può considerare la tratta degli schiavi un crimine di natura simile a quello della Shoah, in quanto alla base della schiavitù non c'è mai stato un progetto genocida di uccidere tutti i neri. Anche in questo caso, gli storici francesi, con il sostegno di molti colleghi stranieri, erano scesi in campo per difendere la libertà della ricerca storica, svincolata da questioni di ordine morale.
Infine, la protesta degli storici raggruppati attorno a Liberté pour l'histoire è stata rilanciata lo scorso 11 ottobre 2008, quando Pierre Nora ha presentato, con un articolo pubblicato su "Le Monde", un altro appello pubblico, "l'appello di Blois", dal nome della città francese che ogni anno ospita un prestigioso convegno di studi storici. I firmatari, fra i quali numerosi storici di livello internazionale e di orientamento diverso, come ad esempio i francesi Jacques Le Goff, Marie-Anne Matard Bonucci, gli italiani Enzo Traverso, Carlo Ginzburg e Stefano Romano, o i britannici Timothy Garton Ash e Eric Hobsbawm, contestano che la politica possa dire qualcosa sui temi storici, imponendo delle verità e, di fatto, creando i presupposti per danneggiare sia la libertà di ricerca, sia la libertà intellettuale in generale, sia libertà civili più ampie. che vede tra i primi firmatari. «In uno Stato libero -- scriverà Nora in quel periodo -- non appartiene ad alcuna autorità politica il compito di definire la verità storica e restringere la libertà dello storico sotto la minaccia dell'azione penale».
Alla base della decisione di Nora di dare un respiro internazionale alla protesta stava la preoccupazione per il progetto di una legge quadro per indirizzare la ricerca storica in base ai principi della lotta al razzismo e alla xenofobia, votato per iniziativa del ministro della Giustizia tedesco Brigitte Zypries dal Parlamento di Strasburgo, ma non ancora approvato dal Consiglio europeo per la giustizia e gli affari interni. Obiettivo della legge era quello di esortare tutti i paesi dell'UE a dotarsi di opportuni strumenti normativi per perseguire penalmente qualunque atto di condanna o negazione pubblica di crimini di genocidio o di crimine contro l'umanità. Una questione quanto mai controversa e spinosa, se si pensa che in ogni Paese la memoria storica è diversa, basti pensare alla memoria in Polonia o in Germania sulla Shoah, ma anche alla memoria in Lettonia, Estonia e Lituania in cui crimini sovietici e crimini nazisti contribuirono a creare una nebulosa e a consentire l'appropriazione di una memoria nazionale capace di mascherare il livello di complicità e di collaborazionismo della popolazione locale nel compiere il genocidio degli Ebrei. Il progetto di legge della Zypries, mosso ancora una volta da buone intenzioni, lasciava a ogni Paese il compito di stabilire cosa esattamente costituisse un reato sanzionabile, quali opinioni esattamente, contro quali fatti storici? Tanto più che sullo stesso concetto di crimine di genocidio e di crimine contro l'umanità le definizioni sono ampie e molto diverse.
Alla protesta animata da Nora e dal suo gruppo, aveva risposto una contro protesta, mediante una pubblica lettera firmata da 31 illustri personalità del mondo culturale francese, storici, docenti, scrittori (fra i quali Yves Ternon, Raymond Kévorkian, Serge Klarsfeld, Joël Kotek, Claude Lanzmann, i colleghi del Mémorial de la Shoah Iannis Roder e Tal Brutmann) intitolata Ne mélangeons pas tout (Non confondiamo il tutto). Il pericolo, sostenevano i firmatari, sta nell'amalgamare su di uno stesso piano l'articolo della legge Mekachera, volto a inserire nell'insegnamento scolastico il ruolo positivo della colonizzazione francese nei territori oltre mare - provvedimento del tutto inadeguato e da abrogare - con le altre tre leggi della memoria che, invece, non esprimono un'opinione politica di parte sul passato, ma riconoscono i genocidi degli Armeni e degli Ebrei d'Europa come fatti storici comprovati, nonché la tratta dei neri come un crimine contro l'umanità, prefiggendosi lo scopo di combattere il negazionismo e di tener viva la memoria e la dignità delle vittime di tali crimini. Queste leggi non sanzionano delle opinioni, ma riconoscono e nominano dei crimini che, allo stesso riguardo per il razzismo, la diffamazione o la diffusione di informazioni false, minacciano l'ordine pubblico, si legge nella lettera pubblicata il 20 dicembre 2005 sui quotidiani francesi.
Il risultato di queste vivaci proteste e levate di scudi contro le lois mémorielles fu che due mesi dopo, esattamente il 15 febbraio 2006, la legge Mekachera, emanata solamente un anno prima, venne abrogata. Rimasero in vigore le altre tre, dunque anche la legge Gayssot, che fu pioniera nel campo della condanna del negazionismo.
E' interessante rilevare che nel novembre 2008, il Parlamento francese ha deciso di non approvare più leggi di questo tipo. Da ora in poi, lo Stato francese si limiterà a predisporre delle risoluzioni, rinunciando a stabilire a colpi di leggi delle verità storiche.

Ma la situazione di conflitto tra storia e politica, tra storia e memoria collettiva, non è certo limitata alla sola Francia. Da alcuni anni in tutti gli Stati europei assistiamo a un inquietante moltiplicarsi di leggi della memoria che impongono come un dovere istituzionale lo studio e la commemorazione di fatti del passato della storia nazionale. L'Italia, oltre alla legge che ha istituito il Giorno della Memoria (legge 211/2000) ha approvato la legge per il Giorno del Ricordo (legge 92/2004) e un anno fa la legge per ricordare le vittime del terrorismo e delle stragi (legge 56/2007). In Spagna, invece, le associazioni dei familiari delle vittime del franchismo hanno chiesto ufficialmente di dichiarare il 2006 l'anno della «memoria repubblicana» e l'Asociacion por la Recuperacion de la memoria Historica (ARMH) ha sollecitato una legge per proclamare una «giornata della memoria» per la condanna del franchismo. Notevoli polemiche ha suscitato di recente la protesta di Zapatero di riconoscere con una legge le vittime del franchismo.
Forse non tutti sanno che il 2 ottobre 2006, il presidente dell'Ucraìna Viktor Yushenko ha fatto approvare una legge secondo cui tutti i cittadini ucraini, quindi anche gli storici, vengono condannati a una multa sino al 15 per cento dello stipendio, se negano la definizione di olocausto all'holodomor, la terribile carestia del 1932-33 provocata da Stalin. Con buona pace della storiografia che la pensa diversamente.

In conclusione, però, merita una riflessione la spaccatura tra le diverse posizioni degli storici e il punto sul quale la polemica si è arenata, che mi pare essere il confine tra lo studio della del passato, che è prioritariamente compito della storia, dell'insegnamento e dell'educazione e non può essere influenzato dalle Giornate istituzionali della Memoria, e la legge statale come strumento per reprimere e sanzionare il delitto di diffamazione, di diffusione di idee razziste, antisemite e negazioniste.
Negare la Shoah è un reato punibile in molti Paesi del Mondo, dal momento che non si tratta di semplice ignoranza. In Europa, oltre alla Francia, anche in Germania, Austria (il 20 febbraio 2006,lo storico britannico David Irving, fervente negazionista della Shoah,è stato condannato da un tribunale di Vienna a 3 anni di carcere per aver negato l'esistenza delle camere a gas e dello sterminio degli Ebrei), Belgio, la legge sanziona chi nega lo sterminio, mentre in Italia un'analoga proposta di legge, avanzata nel 2007 dall'allora Ministro della Giustizia Clemente Mastella, ha suscitato un violento dibattito e non ha trovato concretezza, anche per l'opposizione di oltre 200 storici, fra i quali i maggiori esperti di storia contemporanea (ad esempio Gustavo Corni, Marcello Flores, Anna Rossi Doria, David Bidussa, Giovanni Miccoli...), i quali hanno scritto : È la società civile, attraverso una costante battaglia culturale, etica e politica, che può creare gli unici anticorpi capaci di estirpare o almeno ridimensionare ed emarginare le posizioni negazioniste.
Abortito il progetto iniziale, la legge Mastella divenne una generica condanna della diffusione di idee sulla superiorità razziale o degli atti discriminatori commessi per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi, sessuali o di genere, mentre il reato autonomo di negazionismo è scomparso dal testo.
Eppure, permane una miopia politica e intellettuale nel non vedere che negare la Shoah non è come negare l'esistenza della battaglia di Verdun e delle sue migliaia di morti.
Minimizzare l'esistenza delle camere a gas e delle uccisioni di massa nasconde un pericoloso sottinteso: "negano per alludere implicitamente al fatto che troppi ebrei sono sopravvissuti», ha dichiarato Furio Colombo, quando venne interrogato sull'ipotesi di dotare tutti i Paesi di una legge che condanni la negazione della Shoah. Dietro l'opinione negazionista non c'è un cervello che vuole semplicemente dire il suo pensiero su di un fatto, c'è il pericolo della riattivazione della politica nazionalsocialista. Un pericolo che in Germania, Austria e Francia ha assunto proporzioni allarmanti. La negazione dell´Olocausto si coniuga di frequente con selvagge aggressioni e violenze di tipo nazista nei confronti degli immigrati, ma soprattutto nei confronti degli Ebrei. Perché dietro il pensiero negazionista c'è sempre un retro pensiero politico che vede nella Shoah un'esagerazione, una manipolazione della verità da parte del giudaismo mondiale, ma soprattutto -e qui sta la miopia e l'ipocrisia di gran parte della sinistra democratica, anche italiana - c'è la volontà di delegittimare lo Stato di Israele, contestando il sionismo che è stato innanzitutto il movimento di liberazione di un popolo.
Il negazionismo, di recente sempre più rinvigorito e diffuso, anche su istigazione dal fondamentalismo islamico, non è che il segnale di un'antica tendenza che torna attuale e che ha in Ahmadinejad uno dei suoi pericoli più forti, che ogni democrazia che si rispetti non dovrebbe sottovalutare.

Forse, a ben guardare, Pierre Nora, malgrado non sia condivisibile in toto la sua polemica contro le lois mémorielles, ha ben ragione quando sostiene che "en démocratie, la liberté pour l'Histoire est la liberté de tous" (in democrazia, la libertà per la storia è la libertà di tutti).

Note:
1) René Rémond è autore di Quand l'Etat se mêle, edito da Stock, 2006
2) vedere il sito dell'associazione www.lph-asso.fr
3) Corriere della Sera, 23/1/2007
4) intervista a Georges Bensoussan di Laura Fontana, Bruxelles 8 dicembre 2008
5) Corriere della Sera, 23/7/2007
6) Il testo originale dell'art. 4 è il seguente : "Les programmes de recherche universitaire accordent à l'histoire de la présence française outre-mer, notamment en Afrique du Nord, la place qu'elle mérite.
Les programmes scolaires reconnaissent en particulier le rôle positif de la présence française outre-mer, notamment en Afrique du Nord, et accordent à l'histoire et aux sacrifices des combattants de l'armée française issus de ces territoires la place éminente à laquelle ils ont droit".
7) P.Nora, F. Chandernagor, Liberté pour l'histoire, CNRS éditions, 2008
8) Olivier Pétré-Grenouilleau, La tratta degli schiavi, Il Mulino, 2006

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