La Shoah, nel contesto della storia degli ebrei d'Europa

Tra storiografia e didattica di Francesco Maria Feltri

 

LA SHOAH, NEL CONTESTO DELLA STORIA DEGLI EBREI D'EUROPA
Tra storiografia e didattica

Premessa didattca: la preparazione remota
Una monografia didattica sullaShoah non si improvvisa; non è affatto sufficiente, insomma, ad un certo punto del quinto anno leggere qualche passo di Primo Levi o vedere qualche filmato, per dire che è stato studiato il tema dello sterminio degli ebrei. Perché l'intervento risulti corretto e incisivo, occorre partire dalla Terza e dalla Quarta, introducendo in certi punti nodali del Programma di Storia, destinato a quelle classi, alcuni fondamentali concetti, di tipo propedeutico.
Anzi, data l'attuale scansione dei programmi di Storia nelle scuole superiori italiane, potrebbe persino essere utile il contributo dell'insegnante del Biennio, in modo tale che la preparazione remota tocchi un ventaglio di tematiche il più ampio possibile.
A titolo esemplificativo, suggerirei dunque le seguenti tappe:

Classe 2^
Prerequisito 1:
L'Editto di Teodosio e la cristianizzazione dell'impero romano
Prerequisito 2:
La prima crociata

Classe 3^
Prerequisito 1:
La peste del 1347-1350
Prerequisito 2:
La conquista dell'America

Classe 4^
Prerequisito 1:
La piena emancipazione civile,
a seguito della Rivoluzione francese
Prerequisito 2:
La conquista italiana di Roma,
nel 1870

Come si vede, si tratta di passaggi ineludibili: tematiche che nessun insegnante può escludere dal proprio percorso didattico. Anche se, naturalmente, un docente particolarmente preparato o sensibile può introdurre vari altri temi (dall'affaire Dreyfus ai pogrom russi degli anni 1881-1913), in sede didattica, quello che ritengo indispensabile non è affatto una serie di approfondimenti di storia ebraica (più o meno specialistici, e quindi fuori dalla portata e dalle competenze di un insegnante medio); al contrario, è sufficiente una serie di leggere deviazioni e precisazioni, in certi punti centrali del normale itinerario didattico.
L'obiettivo è quello di far sì che gli ebrei non compaiano improvvisamente, nel 1933, come dei marziani, ma che i giovani:
- si rendano conto della loro presenza nella storia europea;
- assumano consapevolezza del fatto che l'antisemitismo nazista non è un'improvvisa esplosione di follia, bensì è stato preceduto da una terribile storia di lunga durata.
Detto in altri termini, avremo fatto un primo elementare passo nella direzione di collocare la Shoah nel contesto della storia degli ebrei d'Europa. Si tratta di una logica che chiamerei quasi autoreferenziale, perché non ha bisogno di strumenti particolarmente raffinati, esterni al normale circuito scolastico. Eppure, da queste prima semplicissima operazione, tutta didattica, abbordabile da parte di tutti i docenti, e pertanto condivisibile persino in sede di riunione di dipartimento emergerà comunque:
- che la cristianizzazione dell'impero romano ha comportato il declassamento degli ebrei a cittadini di seconda categoria, sempre più discriminati nel corso del tempo;
- che in occasione della prima crociata (1096) il fervore e l'intolleranza religiosa si scaricarono, prim'ancora che sull'infedele lontano, sul nemico interno, l'ebreo, oltre tutto ben più noto, raggiungibile e vulnerabile, rispetto all'avversario musulmano;
- che in occasione della peste nera, vera apocalisse demografica per l'Europa intera, gli ebrei furono accusati di aver avvelenato i pozzi e uccisi a migliaia;
- che la cosiddetta scoperta dell'America si verificò in un clima di formidabile intolleranza, che nel medesimo 1492 provocò l'espulsione di tutti gli ebrei dai regni di Castiglia e d'Aragona;
- che la Rivoluzione francese, non senza resistenze, nel 1791 concesse agli ebrei di Francia la piena equiparazione giuridica, dando inizio ad un processo che poi si diffuse all' Europa intera (con la sola eccezione dell'impero zarista);
- che in Italia, il processo di unificazione comportò la fine di tutte le discriminazioni civili nei confronti degli israeliti e infine permise la chiusura dell'ultimo ghetto, quello di Roma.

Il posto della Shoah nella storia dell'antisemitismo
Proviamo ora a spostarci, da questo primo elementare livello, ad un piano leggermente più elevato, cercando di fissare alcuni punti fermi storiografici che ci permettano di riempire di contenuti storiografici un po' più sostanziosi il nostro discorso e di trarre alcuni spunti di riflessione dallo sforzo di contestualizzare la Shoah nella più vasta storia dell'ebraismo in Europa.
La prima questione che vorrei precisare molto rapidamente riguarda il fatto che la Shoah si colloca come un'importantecesuranella storia dell'antisemitismo europeo, o meglio nelle relazioni che le istituzioni religiose e politiche avevano storicamente istituito con le comunità ebraiche. E vorrei iniziare dall'analisi di alcune affermazioni molto precise e calibrate, che Raul Hilberg, intervistato da Claude Lanzmann, ha formulato nel contesto del filmShoah:

Ho considerato il processo burocratico di distruzione - tale fu infatti - come un seguito di tappe che si susseguivano in un ordine logico e che dipendevano soprattutto dall'esperienza, l'esperienza passata. Ciò vale tanto per le misure amministrative quanto per l'arsenale psicologico e anche per la propaganda. Incredibilmente fu inventato poco, fino al giorno in cui, naturalmente, si dovette andare al di là di tutto quello che era già stato fatto e gassare quella gente, cioè annientarla in massa. Allora quei burocrati divennero degli inventori. [...]
Che cosa hanno preso dal passato i nazisti?
Il contenuto stesso delle leggi che promulgarono, per esempio l'esclusione degli ebrei dagli incarichi pubblici, il divieto dei matrimoni misti, il divieto di impiegare domestiche ariane di meno di quarantacinque anni, i decreti di marcatura, in particolare la stella gialla, il ghetto obbligatorio, la messa sotto tutela di ogni testamento di ebrei redatto allo scopo di escludere dall'eredità un cristiano. Un buon numero di queste misure erano state elaborate nel corso dei secoli, in più di mille anni dalle autorità della Chiesa, poi dai governi secolari che seguirono le loro tracce. E l'esperienza così accumulata divenne una riserva cui essi attinsero in verità in modo sorprendente. [...]
Inventarono con la Soluzione finale. Fu la loro grande invenzione ed è qui che l'intero processo fu diverso da tutto ciò che l'aveva preceduto. Sotto questo aspetto, ciò che accadde quando fu adottata la Soluzione finale, o per essere più precisi, quando la burocrazia se ne impadronì, fu una svolta nella storia (1) .

La prima espressione di Hilberg che merita di essere commentata è processo di distruzione. Con essa, sia in questa intervista che, a maggior ragione, nella sua opera più famosa (2), lo storico americano ha voluto sottolineare che il genocidio nazista fu condotto per via amministrativa e burocratica. Proprio per questo, a suo giudizio, l'operazione di sterminio fu condotta in modo particolarmente razionale, pianificato e, quindi, molto più radicale di qualsiasi tumulto antisemita del passato. Questa valutazione è stata ripresa e amplificata da un celebre libro di Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto, nel quale il grande sociologo sottolineava la radicale diversità esistente tra un pogrom tradizionale e un moderno sterminio burocratico:

Le emozioni sono notoriamente instabili e possono essere ribaltate. Una folla assetata di linciaggio è inaffidabile, talvolta può essere sopraffatta dalla compassione, ad esempio di fronte alla sofferenza di un bambino. Estirpare unarazza equivale fondamentalmente a uccidere quel bambino. Un omicidio accurato, globale, definitivo richiedeva la sostituzione della folla con la burocrazia, della furia collettiva con l'obbedienza all'autorità. Tale necessaria burocrazia sarebbe stata comunque efficace, a prescindere dal fatto che fosse costituita da antisemiti estremisti oppure moderati, il che allargava considerevolmente l'ambito dei potenziali esecutori; essa avrebbe governato le azioni dei propri membri non suscitando passioni, ma organizzando procedure di routine; avrebbe operato soltanto le distinzioni previste, non quelle che i suoi membri potevano essere indotti a fare, ad esempio, tra bambini e adulti, intellettuali e ladri, innocenti e colpevoli; avrebbe risposto alla volontà dell'autorità finale attraverso una gerarchia di responsabilità, non importa quale fosse il contenuto di tale volontà. Ira e furore sono strumenti di distruzione di massa ridicolmente primitivi e inefficienti. Di solito scemano prima che il compito sia stato portato a termine. Sulla loro base è impossibile costruire grandi progetti. [...] L'omicidio di massa contemporaneo si distingue, da una parte, per l'assenza pratica di spontaneità e, dall'altra, per il prevalere del progetto razionale, accuratamente calcolato. Esso si caratterizza per una quasi completa eliminazione della contingenza e del caso, e per l'indipendenza da emozioni collettive e motivazioni personali. È contraddistinto dal ruolo meramente fittizio o marginale - mistificante o decorativo - della mobilitazione ideologica (3) .

1 C. Lanzmann, Shoah, Torino, Einaudi, 2007, pp. 73-74.
2 Cfr. R. Hilberg, La distruzione delgi Ebrei d'Europa, Torino, Einaudi, 1995.
3 Z. Bauman, Modernità e Olocausto, Bologna, Il Mulino, 1992, pp. 132-134.

Esamineremo fra poco i limiti e i rischi di questo approccio interpretativo. Per il momento, mi interessa far notare il suo maggiore punto di forza. Mentre da un lato sottolinea la specificità tutta moderna del genocidio nazista, il modello di Hilberg e Bauman riesce a mettere a fuoco la radicale novità della Shoah rispetto all'intera precedente storia dell'ostilità antiebraica, al punto che l'espressione stessaprocesso di distruzione finisce per risultare unossimoro assolutamente inedito.
Assumiamo che processo indichi l'azione dello Stato (più o meno moderno, più o meno dotato di un'efficiente burocrazia, per ora non importa), e che distruzione designi l'uccisione di massa degli ebrei, la loro completa eliminazione fisica. Fino alla Germania nazista, questi due elementi non si erano mai incontrati: anche se Hilberg (4) giustamente parla di progressione logica che giunse a maturazione in quella che si potrebbe chiamare una culminazione>>, nessuna autorità, né lo Stato né la Chiesa, si erano comunque mai, in nessuna parte d'Europa, fatti carico di un simile obiettivo e tanto meno avevano cercato di realizzarlo.
In effetti, prendendo le mosse dal principio teologico agostiniano del popolo testimone, Stato e Chiesa erano ricorsi a discriminazioni di vario genere, oppure avevano obbligato le comunità ebraiche su cui avevano potere di intervento all'emigrazione forzata. L'espulsione in massa era stato, nella lunga storia dell'ebraismo europeo, il più drastico provvedimento legale (dotato del crisma della ufficialità) che si fosse in precedenza abbattuto sulle comunità. Ma, rapportato agli eventi degli anni del Terzo Reich, è come se l'intera vicenda della Shoah si fosse fermata, per così dire, al maggio del 1941, cioè alla discriminazione degli ebrei in Germania, alle pressioni per farli emigrare da Reich, alla reclusione forzata degli israeliti polacchi nei ghetti e alla loro marchiatura con un distintivo, simile a quello previsto per gli ebrei dal Concilio Lateranense IV del 1215.
Nella lunga storia dell'antisemitismo pre-nazista, le stragi furono tipiche di periodi di crisi dell'autorità, oppure si verificarono in situazioni in cui l'autorità stessa si mostrava incapace di tenere sotto controllo una massa più o meno ampia, decisa ad eliminare il maggior numero possibile di ebrei. Questo discorso vale per i grandi massacri verificatisi nella valle del Reno al tempo della prima crociata (1096), che in larga misura furono perpetrati tra le mura di palazzi vescovili, all'interno dei quali gli israeliti di Spira, di Colonia o di Magonza si erano rifugiati, a seguito delle promesse di protezione che i vescovi stessi avevano loro rilasciato. Si legga, ad esempio, il brano seguente, tratto dalla cronaca che Alberto d'Aix stese come resoconto della Crociata. Pur non nutrendo particolare simpatia per gli ebrei, il cronista condanna il loro massacro da parte dei fanatici guidati dal conte Emicho di Leiningen.

Di là, non so se per giudizio di Dio o per qualche errore del loro animo, cominciarono ad infierire crudelmente contro gli Ebrei dispersi in alcune città e ne fecero crudelissima strage, specialmente in Lorena, asserendo che questo era il modo giusto di cominciare la spedizione e ciò che i nemici della fede cristiana meritavano. Questa strage di Ebrei cominciò a opera dei cittadini di Colonia che, gettatisi d'un tratto su un piccolo gruppo di essi, ne ferirono moltissimi a morte: poi misero sottosopra case e sinagoghe, dividendosi il bottino. Vista questa crudeltà circa duecento (Ebrei) di notte, in silenzio, fuggirono con delle barche a Neuss; ma i pellegrini e i crociati, imbattutisi in essi, li massacrarono fino all'ultimo e li spogliarono degli averi. Poi, senza indugio, (i crociati) si riversarono in gran folla su Magonza, come avevano stabilito. Là il conte Emicho, un nobile potentissimo in quella regione, aspettava con una forte schiera di Tedeschi l'arrivo dei pellegrini che confluivano sulla via reale da parecchie direzioni. Gli Ebrei di quella città, avendo saputo della strage dei loro fratelli e comprendendo di non poter sfuggire a una così forte schiera, si rifugiarono sperando di essere salvati presso il vescovo Rotardo, e gli affidarono in custodia i loro enormi tesori e la loro stessa fiducia; speravano molto nella sua protezione, dal momento ch'egli era il vescovo della città. Il presule nascose con cura il molto denaro affidatogli e sistemò gli Ebrei in uno spaziosissimo nascondiglio nella sua stessa dimora, lontano dal conte Emicho e dai suoi, affinché in quel luogo sicuro restassero sani e salvi.
Ma Emicho e gli altri, consigliatisi, assalirono sul far dell'alba gli Ebrei in quel medesimo nascondiglio con lance e frecce. Spezzate porte e chiavistelli, ne massacrarono circa settecento che cercavano disperatamente di resistere all'attacco di tante migliaia; uccisero anche le donne, e passarono a fil di spada perfino i bambini d'ambo i sessi. Allora gli Ebrei, vedendo che i cristiani non risparmiavano neppure i piccolini e non avevano pietà per nessuno, si gettarono essi stessi sui fratelli, sulle donne, sulle madri, sulle sorelle e si uccisero vicendevolmente. E la cosa più straziante fu che le stesse madri tagliavano la gola ai figli lattanti oppure li trapassavano, preferendo ch'essi morissero per loro propria mano piuttosto che uccisi dalle armi degli incirconcisi (5).

4 C. Lanzmann, op. cit., p74
5 F. Cardini, Il movimento crociato, Firenze, Sansoni, 1972, pp. 75-76

Oppure, in tempi più recenti, si pensi alla guerra civile traBianchi e Rossi nella Russia post-rivoluzionaria, ove i massacri di intere comunità dell'Ucraina o della Galizia furono condotti nella totale assenza di qualunque Stato, da milizie che si riconoscevano - semmai - in uno Stato defunto o aspiravano a costruirne uno nuovo (tradizionalista e reazionario) sulle ceneri del potere proletario che avrebbero voluto distruggere.
Il discorso comparativo si fa più complesso, se esaminiamo i pogrom russi degli anni 1881-1913, dietro i quali sicuramente troviamo una regia della polizia dello Stato; resta comunque l'impressione che, anche in questo caso, l'obiettivo ultimo non sia mai stata l'eliminazione fisica degli ebrei dell'impero, bensì la loro emigrazione di massa (insieme al rafforzamento del pericolante sistema zarista). Allo stesso modo, durante la guerra tra polacchi e sovietici del 1920-1921, i soldati della neonata repubblica di Polonia compirono numerose violenze antisemite, ma si trattò di eccessi e di episodi sporadici.
Anche se furono praticati con il tacito consenso delle autorità e dei vertici militari, essi furono privi di sistematicità. Certo, negli anni Trenta, la Polonia fu un paese caratterizzato dall'emanazione di varie norme antisemite e dalla tolleranza di varie pratiche ostili agli ebrei. Tuttavia, ancora una volta, i due filoni - l'antisemitismo di un'autorità statale e la finalità sterminatrice - non si fusero, procedettero per così dire in parallelo, cosicché, al massimo, il governo polacco sognò il trasferimento dei propri ebrei in Madagascar, secondo il progetto che poi sarebbe ripreso da Eichmann. Ma di nuovo, per così dire, ci fermiamo all'inizio del 1941.
Da quel momento in avanti, il fatto veramente nuovo, nella storia dell'ostilità antiebraica, fu che per la prima volta le comunità israelitiche dovettero rapportarsi con uno Stato i cui dirigenti avevano assimilato in modo fanatico un'ideologia antisemita radicale (demonologica ed eliminazionista, la chiamerebbe Goldhagen), paragonabile a quella dei crociati popolari assassini del 1096, animati da un fortissimo impulso millenaristico, e quindi dalla volontà di purificare una volta per tutte il mondo dal Male e dalle sue innumerevoli manifestazioni terrene.
Siamo al punto più debole della lettura di Bauman: nel processo di distruzione degli ebrei d'Europa, l'ideologia non svolse affatto un ruolo >, ma in qualche modo fu sempre l'elemento motore, il vero combustibile dell'intero meccanismo. Fu questa fusione di ideologia millenarista e Stato a generare l'inedita unione di processo (burocratico) e didistruzione e a costituire la specificità della Shoah nella storia dell'antisemitismo europeo: per la prima volta, il più tipico attributo dello Stato moderno, il monopolio della violenza legale,
- si votava ad uno scopo genocida,
- mettendosi al servizio di un'ideologia millenaristica all'interno della quale l'ebreo occupava il posto della negatività assoluta.
Ma poiché questo fatto era davvero radicalmente nuovo, esso lasciò le comunità ebraiche d'Europa completamente spiazzate e prive d'ogni difesa, in quanto nessuna delle strategie precedentemente utilizzate ai fini della salvezza si poteva adesso, nel nuovo frangente, rivelare di qualche utilità. Caduta ogni protezione da parte delle autorità,
- non si poteva pensare di ricomprarla a peso d'oro (prassi comune nel Medioevo, per evitare l'espulsione o per ottenere un rinnovato permesso di permanenza);
- non si riusciva a far leva sull'utilità economica della presenza ebraica;
- tanto meno (si pensi alla Russia zarista o alla Spagna del 1492, ove tutte le considerazioni economiche furono accantonate) si poteva procedere all'emigrazione.

Antisemitismo, ebraismo assimilato, Shoah

A livello storiografico, contestualizzare la Shoah nella più vasta storia dell'ebraismo in Europa porta poi a scoprire che, per moltissimi israeliti, la nuova ondata di antisemitismo che si diffuse nel continente dopo la prima guerra mondiale fu una tragica sorpresa, un brusco risveglio dopo decenni di illusioni. Naturalmente, il discorso vale in primo luogo per i cittadini israeliti degli Stati dell'Europa occidentale. Gli ebrei che si trovarono a vivere nella neonata repubblica di Polonia, o almeno i più colti e i più influenzati dalla cultura moderna laica, probabilmente restarono delusi dall'antisemitismo strisciante o ufficiale che caratterizzò il nuovo Stato; tuttavia, è lecito affermare che molti di loro non restarono affatto stupiti di quanto accadeva.
Molto diverso il quadro dell'ebraismo italiano, tedesco e francese. In queste comunità, fino agli anni Trenta, il sionismo aveva suscitato un entusiasmo decisamente scarso. Ciò era segno dell'ottimo livello di integrazione raggiunto da queste minoranze israelitiche, del fatto che esse si sentivano a pieno titolo parte della nazione. In Francia, neppure un evento del calibro dell'affaire Dreyfus aveva scosso la fiducia degli ebrei nella possibilità di essere considerati francesi a pieno titolo; allo stesso modo la pensavano gli ebrei italiani, passati indenni rispetto alle tempeste antisemite scatenate alla fine del secolo XIX dalla Civiltà Cattolica e, proprio per questo, certi di essere dalla parte del progresso, di camminare - contro il tradizionalismo cattolico più retrivo ed integralista - in piena sintonia con le componenti più dinamiche (liberalismo, sviluppo industriale diretto da una borghesia laica e progressista, socialismo...) della società moderna.
Cosa ancora più importante, il discorso vale anche per gli israeliti tedeschi, cosicché una contestualizzazionedella Shoah su uno scenario cronologicamente più vasto lascia emergere l'aspetto meno convincente del discorso di Goldhagen, convinto che l'odio per gli ebrei fosse universalmente presente da più di un secolo in tutti i settori e i segmenti della società germanica e fosse una componente decisiva e ineliminabile dellacultura(intesa in senso lato, antropologico) tedesca. Al contrario, come ricorda M. Ferrari Zumbini, al termine della sua monumentale indagine, nel 1912, con oltre 4 milioni di voti, il partito socialista divenne il primo partito tedesco e riuscì passare da 43 a 110 parlamentari, corrispondenti a circa il doppio di tutti i deputati conservatori. Più in particolare queste elezioni - polemicamente definite dagli antisemiti comeJudenwahlen, le elezioni giudaiche, per il fatto che vennero eletti alReichstag ben 20 parlamentari di origini ebraiche - segnarono il tracollo dei partiti programmaticamente ostili agli ebrei.
Sulla base di questa elementare constatazione (sul piano elettorale, i partiti antisemiti non vennero assolutamente sostenuti e premiati dall'opinione pubblica tedesca, che indirizzò invece il suo voto, soprattutto, verso la socialdemocrazia) Ferrari Zumbini giunge ad affermare che la storia dell'antisemitismo organizzato in Germania, nel periodo guglielmino (1871-1918), è in sostanza la storia di una sconfitta. Ma ci sia permesso, data l'importanza e la delicatezza della posta storiografica in gioco, citare direttamente l'autore:

I tanti fallimenti elettorali - scrive Massimo Ferrari Zumbini - non sono un incidente di percorso sulla via maestra di una graduale, costante, inarrestabile penetrazione dell'antisemitismo nella società tedesca. La sensazione di fallimento diffusa tra gli antisemiti negli anni immediatamente precedenti alla guerra non è soltanto il lamento di chi sperava troppo e troppo presto, ma anche la realistica constatazione di una sconfitta. E così non è soltanto un'unica, grande illusione il convincimento di gran parte dell'ebraismo tedesco dell'epoca, che spesso avverte le difficoltà e i pericoli, ma li inserisce e li valuta in un quadro complessivo che presenta molti altri elementi di segno opposto e di efficacia ben maggiore. Lo stato autoritario d'anteguerra - che è ancora in grado di limitare l'azione dei movimenti di massa e comunque ogni slittamento verso azioni violente - non è l'ultimo, unico diaframma che si interpone tra una minoranza continuamente minacciata ed una popolazione di oltre 67 milioni di abitanti che attende o addirittura prepara la resa dei conti con il nemico interno. [...]
L'antisemitismo del periodo imperiale non è certo un fenomeno superficiale o transitorio, ma per spiegare l'avvento di Hitler non c'è bisogno di immettere nella società tedesca d'anteguerra più antisemitismo di quello realmente presente. Semmai, sarebbe auspicabile che la ricerca storica sulla diffusione dell'antisemitismo nella società tedesca approfondisse maggiormente il periodo della Repubblica di Weimar, in particolare con l'analisi delle strategie, dei percorsi (diretti e indiretti) e dei modelli usati dall'antisemitismo (non solo nazista) e della loro effettiva recezione nella società tedesca del dopoguerra (6) .

In queste note conclusive del suo studio, Ferrari Zumbini mette a fuoco alcuni nodi storiografici fondamentali, ai fini di una verifica (o meglio, di una falsificazione ) del paradigma esplicativo proposto da Goldhagen. Osserviamo innanzi tutto lo scarso entusiasmo nutrito dagli ebrei tedeschi nei confronti del sionismo. Chi ricordi i toni appassionati dell'appello di Theodor Herzl resta colpito dal senso di angoscia che pervade le pagine iniziali di Lo stato ebraico, che parte dall'ipotesi secondo cui l'antisemitismo è assolutamente inestirpabile dal suolo europeo. Gli ebrei tedeschi non nutrono alcun sentimento simile: in Germania si sentono a casa loro, al sicuro, protetti non solo dallo Stato autoritario (capace di bloccare sul nascere i tumulti di popolo), ma da un clima, da un'atmosfera che non percepiscono affatto come pericolosa. La mentalità degli ebrei tedeschi integrati nell'impero guglielmino non è dominata dall'ansia, dal senso di una terribile minaccia incombente: di qui la loro freddezza verso il sionismo, percepito più come un'avventura romantica che come una soluzione capace di salvare gli israeliti di tutta l'Europa da un'imminente catastrofe.
In parte, il discorso vale persino per l'immediato dopoguerra. Quando Gersom Scholem, nel 1923, sentendosi a disagio in Germania, decide di andare in Palestina per ricercare una nuova identità ebraica (che, nel caso dello stesso Scholem, doveva poi portarlo fino a scandagliare il misticismo della qabbalah e a presentarla come una delle componenti più vitali dell'ebraismo, rinnegando lo sforzo di intere generazioni di ebrei tedeschi, che si erano invece identificati nell'ideale a un tempo borghese ed illuminista dellaBildung) è ancora un'eccezione, non la regola. >(7) . Anzi, letto col senno di poi, il quadro che Scholem dipinge della propria famiglia ha un che di surreale, basti pensare a come l'autore entrò in possesso del primo quadro che raffigurava Theodor Herzl:

In realtà, molti aspetti dello stile di vita degli ebrei assimilati, tra i quali sono cresciuto, erano piuttosto confusi. Così venni in possesso in modo davvero singolare del ritratto di Theodor Herzl, [fondatore del movimento sionista[, che per molti anni restò appeso nella mia stanza a Berlino e a Monaco. Nella nostra famiglia si cominciò già all'epoca dei miei nonni, quando la confusione ebbe inizio, a festeggiare il Natale con arrosto di lepre o d'oca, con l'albero debitamente decorato, che mia madre comprava al mercato natalizio presso la Petrikirche, e con il tavolo coperto di regali per i domestici, i parenti e gli amici. Si diceva allora che si trattava di una festività popolare tedesca, alla quale noi partecipavamo non in quanto ebrei, ma come tedeschi. Una zia suonava al pianoforte Astro del ciel per la cuoca e la cameriera mentre alcuni degli invitati ne cantavano addirittura la struggente melodia. Da bambino la cosa mi pareva naturale ma nel 1911, quando cominciai a imparare l'ebraico, partecipai alla festa per l'ultima volta. Sotto l'albero di Natale trovai il ritratto di Herzl in una cornice nera. La mamma commentò: >. Da allora trascorsi il Natale fuori casa (8) .

6 M. Ferrari Zumbini, Le radici del male. L'antisemitismo in Germania da Bismarck a Hitler, Bologna, Il Mulino, 2001, pp. 887-888.
7 G. Scholem, Da Berlino a Gerusalemme. Ricordi giovanili. Nuova edizione ampliata, Torino, Einaudi, 2004 (si tratta della traduzione italiana della versione ebraica, pubblicata nel 1982).
8 G. Scholem, op. cit., pp. 29-30.


Letta in un'ottica di più lunga durata (cioè, di nuovo,contestualizzata) la Shoah non appare come un eventoinevitabile, profetizzabile o addirittura atteso o auspicato. Certo, Vittorio Foa intuì che il massacro degli armeni prefigurava il destino degli ebrei europei, qualora fosse scoppiato un nuovo conflitto mondiale, e giunse a scrivere: I quaranta giorni del Mussa Dagh ho trovato una descrizione abbastanza fedele di quello che sarebbe il trattamento degli ebrei in Mitteleuropa e forse anche nelle sue dipendenze [l'Italia], se dovesse scoppiare una guerra contro l'Occidente. È la descrizione della deportazione e dei massacri degli armeni da parte dei turchi nell'estate del 1915>> (9) . Com'è noto, la principale somiglianza tra questo evento e la Shoah consiste proprio nel fatto che, in entrambi i casi, l'agente principale del processo genocida fu lo Stato, che promosse e coordinò l'azione. Il testo, però, è del settembre 1938, cioè fa tesoro non solo della drammatica esperienza del primo conflitto mondiale, ma addirittura della realtà delle prime violenze naziste e delle leggi razziali fasciste.
Per cogliere la radicalità del mutamento che il nuovo clima sorto dopo la Grande guerra (e, a maggior ragione, gli anni Trenta e la Shoah vera e propria) introdussero nel modo di sentire degli ebrei europei assimilati, possiamo confrontare tra loro le testimonianze di Walther Rathenau e Jean Amery. Il primo, il 6 marzo 1897, pubblicò su Die Zukunft un saggio intitolato Höre, Israel!, che esordiva con un'esclamazione forte e chiara: >. Tuttavia, subito dopo tale squillante dichiarazione d'apertura, Rathenau si rivolgeva a quei suoi correligionari che - come l'autore stesso - volevano uscire dal ghetto e diventareveri tedeschi:

Nel bel mezzo del mondo tedesco (vive) una razza di uomini strani, isolati, focosi e sempre vestiti in un modo a dir poco stravagante... strettamente uniti tra di loro ma anche del tutto isolati dal resto del mondo; così essi vivono in un ghetto invisibile, in parte da essi stessi voluto, non come una parte viva del popolo ma piuttosto come un corpo ad esso estraneo... Ma io so che tra di voi ci sono alcuni che soffrono per questo e si vergognano di essere considerati degli estranei o dei cittadini di seconda classe, e desiderano più di ogni altra cosa abbandonare l'aria soffocante e pesante del ghetto per quella limpida e pura delle montagne e delle foreste tedesche. Solo a costoro io mi rivolgo. [...]
Che altro deve accadere, dunque? Un evento senza alcun precedente storico: lo sforzo spontaneo e cosciente compiuto da una razza allo scopo di adattarsi altrui aspettative. Adattamento non nel senso darwiniano di mimicry, che è la capacità di alcuni insetti di cambiare colore a seconda dell'ambiente, ma nel senso di una sostituzione progressiva di quei caratteri etnici - non importa se positivi o negativi - che suscitano l'ostilità dei concittadini... Il punto di arrivo di tale processo non può essere costituito da pure e semplici copie dei tedeschi, bensì da ebrei con educazione e caratteri tedeschi (10) .

9 M. Sarfatti, Gli ebrei nell'Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Torino, Einaudi, 2000 p. 131.
10 H. Kessler, Walther Rathenau, Bologna, Il Mulino, 1995, pp. 54-55.

Di segno molto diverso le parole di Jean Amery, o meglio di Hans Mayer, ebreo austriaco che assunse quel particolare pseudonimo dal suono francese dopo essere emigrato in Belgio e infine essere entrato nella resistenza antinazista, a seguito dell'occupazione tedesca del 1940. Amery restò silenzioso per circa vent'anni, dopo la traumatica esperienza della tortura della Gestapo e della deportazione ad Auschwitz. Infine, nel 1966, uscì la prima edizione di Intellettuale ad Auschwitz, in cui al saggio che dà titolo all'intera opera si affiancavano altre riflessioni tra cui Obbligo e impossibilità di essere ebreo. L'aspetto paradossale di queste osservazioni è il completo capovolgimento della prospettiva di Rathenau, in cui troviamo:
- una fiera dichiarazione identitaria d'apertura,
- accompagnata da singolare appello alla totale assimilazione.
Il testo di Amery, all'opposto, in una specie di chiasmo:
- si apre con la completa negazione di un'identità ebraica da parte dell'autore (che si dichiara totalmenteassimilato),
- accompagnata da un appassionata assunzione di responsabilità, ovvero da unadichiarazione identitaria che è un puro dovere etico

Se oggi, non appena un ebreo con legittima naturalezza mi inserisce nella sua comunità, affiora il disagio, non è perché io non voglio essere ebreo: ma solo perché non posso esserlo. [...] Essere ebreo potrebbe essere il risultato di una libera scelta. Chi mai potrebbe impedirmi di imparare la lingua ebraica, di leggere testi di storia e storie ebraiche, di partecipare, anche senza fede, al rituale ebraico che è al contempo religioso e nazionale? Ben provvisto delle dovute nozioni culturali ebraiche, dai profeti a Martin Buber, potrei emigrare in Israele e farmi chiamare Yohanan. Mi si assicura che ho la libertà di scegliere di essere ebreo e che in essa consiste il mio onore strettamente personale e generalmente umano. Ma è proprio vero che godo di questa libertà? Non credo. Yohanan, l'orgoglioso titolare di una nuova identità liberamente scelta, grazie alla presupposta approfondita conoscenza dello chassidismo, il 24 dicembre davvero non penserebbe più ad un albero di Natale adornato con noci dorate? [...] È possibile riagganciarsi a una tradizione che si è perduta. Il problema è che non è possibile inventarsela. Dato che non ero ebreo, non lo sono; e dato che non lo sono, non potrò mai esserlo. [...]
Posso parlare solo per me stesso: e forse, seppure con prudenza, per quei milioni di contemporanei sui quali l'essere ebrei calò all'improvviso, al pari di un cataclisma, e che debbono farvi fronte senza dio, senza storia, senza speranze di ordine messianico-nazionale. Per loro, per me, essere ebrei significa sentire in sé il pondo della tragedia di ieri. [...] La solidarietà di fronte alla minaccia è tutto ciò che mi lega ai miei contemporanei ebrei, ai credenti come ai non credenti, a quelli di tendenze nazionali come a quelli favorevoli all'assimilazione (11) .

A metà strada tra i due, a dramma ormai iniziato, incontriamo Ernst Kantorowicz, medievista di fama internazionale che insegnava all'università di Francoforte. Fervente nazionalista tedesco, accolse con sgomento i primi provvedimenti antisemiti nazisti, tra cui il paragrafo ariano, che obbligava di fatto tutti i pubblici dipendenti ad abbandonare il proprio posto di lavoro. Il testo seguente è del 20 aprile 1933.

Sebbene, in qualità di volontario di guerra sin dall'agosto 1914, di combattente di prima linea durante tutto il conflitto e di combattente postbellico contro la Polonia, contro gli spartachisti e contro la Repubblica dei Consigli [degli operai e dei soldati] a Poznan, Berlino e Monaco, non debba necessariamente attendermi il licenziamento a causa delle mie origini ebraiche; sebbene alla luce delle mie pubblicazioni sull'Imperatore Hohenstaufen Federico II, non abbia bisogno di alcun attestato per l'altro ieri, ieri e oggi riguardo il mio atteggiamento nei confronti di una Germania orientata in senso nazionalistico; sebbene al di là di qualsivoglia e avvenimento immediati il mio atteggiamento fondamentalmente positivo nei confronti di un Reich governato centralmente non sia stato scalfito neanche dai più recenti avvenimenti; e sebbene non debba certo attendermi che gli studenti disturbino ed interrompano il mio lavoro - di modo che la questione di un lavoro scevro da intralci al livello di tutta l'università non sia da considerarsi nel mio caso - in qualità di ebreo mi vedo nondimeno costretto a trarre le conseguenze di quanto è accaduto e ad abbandonare il mio insegnamento per il prossimo semestre estivo (12) .

11 J. Amery, Intelettuale ad Auschwitz, Torino, Bollati Boringhieri, 1987, pp. 136-139. 152. 158.
12 S. Friedländer, La Germania nazista e gli ebrei. Volume I: Gli anni della persecuzione, 1933-1939, Milano, Garzanti, 1998, p. 63.

Nel mondo degli ebrei orientali
L'antisemitismo montante del primo dopoguerra sbriciolò e mandò in pezzi ovunque in Italia, in Francia e in Germania) un mondo di sicurezze (che può essere allargato anche a vari altri paesi, dall'Austria alla Boemia e all'Ungheria). I tempi furono diversi, ma di volta in volta, a seconda dei casi, negli anni Venti, Trenta o Quaranta, ritroviamo la stessa formula più o meno standardizzata: >.
Incontriamo un analogo processo di riscoperta della propria identità ebraica anche in numerosi ebrei orientali, che avevano assunto il comunismo come veicolo di assimilazione e di completa integrazione nella società diasporica in cui erano inseriti. Le figure più interessanti, a questo proposito, sono quelle che ruotavano a vario titolo intorno al Comitato antifascista ebraico. Creato dalle autorità sovietiche nel 1942, al fine di rendere più efficace e duraturo il sostegno americano nei confronti dell'URSS in pericolo, questo organismo di fatto raccolse e diede espressione ad un sentire comune che andava crescendo e maturando, man mano che risultavano chiare le dimensioni dello sterminio nazista ed appariva con nitidezza sempre maggiore che il popolo ebraico era stato scelto come bersaglio per un'operazione genocida senza precedenti.
Lo scrittore Ilya Erenburg diede voce a questo comune sentire - che non era affatto nazionalismo, e tanto meno voleva assumere toni e finalità antisovietiche - quando affermò di essersi improvvisamente ricordato che sua madre si chiamava Hannah, e che a farglielo tornare in mente erano stati i nazisti. Con un altro slogan ad effetto, lo stesso Erenburg ebbe a dire, nel 1944, >. A identiche conclusioni giunse anche un altro grande scrittore, Vasilij Grossman, che giustamente viene in genere ricordato per la sua appassionata denuncia del GULag, della deportazione dei kulaki e della carestia in Ucraina, ma che è pure uno straordinario narratore della Shoah e acuto analista dell'antisemitismo staliniano.
Insieme, Erenburg e Grossman costruirono il Libro nero, una vasta raccolta di testimonianze giurate, destinate a servire come prove al futuro procedimento giudiziario che avrebbe dovuto essere celebrato contro i criminali nazisti. Il Libro neroè la prova più evidente di una rinnovata autocoscienza ebraica, maturata dopo un serio confronto con la Shoah. Il testo, però, alla fine fu vietato dalla censura e non vide mai la luce in Russia, fino a tempi recenti. Fu l'atto iniziale di una vasta campagna antisemita, che avrebbe raggiunto il suo culmine con il processo che, nel 1952, provocò la morte di quattordici intellettuali a vario titolo legati al Comitato Antifascista Ebraico, e con l'affare dei camici bianchi, un gruppo di medici ebrei accusati di aver tentato di avvelenare Stalin. Solo la morte del dittatore, a quanto pare, impedì nel 1953 che il processo ai dottori fosse il prologo di una vasta opera di deportazione.
Quanto al Grossman narratore, il testo più celebre in cui lo scrittore (ricordando indirettamente la propria madre uccisa in Ucraina dai nazisti) rivendica la propria identità ebraica si trova nel monumentale romanzo Vita e destino. L'ultima notte prima della fucilazione, la madre del protagonista scrive al figlio una lettera appassionata; il testo inizia con la consueta constatazione della riscoperta obbligata del proprio essere israeliti, frutto della sinergia che viene a crearsi tra violenza nazista e tradizionale antisemitismo nazionalista ucraino:

Quella stessa mattina mi venne ricordata una cosa che avevo dimenticato durante gli anni del potere sovietico, che sono ebrea. I tedeschi attraversavano la città sui camion e urlavano: Juden Kaputt!>>. Nel frattempo me l'avevano ricordato i vicini. La moglie del portinaio era in piedi sotto la finestra e diceva a una vicina: >. [...] Non mi sono mai sentita un'ebrea, sin dall'infanzia sono cresciuta tra amiche russe, tra tutti i poeti preferivo Puskin, Nekrasov, e l'opera teatrale sulla quale ho pianto insieme a tutti gli spettatori della sala, al congresso dei medici rurali, è stataLo zio Vanja con Stanislavskij. E una volta, Viten'ka, ero una ragazzina di quattordici anni, la nostra famiglia si preparava ad emigrare nell'America del Sud. Ed io dissi a papà: > e non partii. Ed ecco che in questi giorni tremendi il mio cuore si è riempito di tenerezza materna per il popolo ebraico. Prima non conoscevo questo amore. Mi ricorda il mio amore per te, amato figlio mio (13).

Dopo aver ricevuto la lettera, anche la reazione di Strum, il protagonista del romanzo, va nella stessa direzione, che rispecchia l'esperienza autobiografica dell'autore, che iniziò a riflettere sul fatto di essere ebreo dopo la morte della propria madre, in Ucraina:

Mai, prima della guerra, Strum aveva pensato al fatto di essere ebreo, che sua madre fosse ebrea. Mai sua madre ne aveva parlato con lui, né quando era bambino né quando era studente. Mai al tempo dei suoi studi all'università di Mosca, nessuno studente, nessun professore, nessun insegnante ne avevano parlato con lui. Mai prima della guerra gli era capitato di sentire all'Istituto dell'Accademia delle Scienze discorsi a questo proposito. Mai una volta gli era venuto il desiderio di parlare di ciò a Nadja [sua figlia - n.d.r.], di spiegarle che sua madre è russa e lui ebreo (14).

13 V. S. Grossman, Vita e destino, Milano, Jaka Book, 1998, p. 83 e 88-89. Traduzione di C. Bongiorno. Nel dicembre 2008, è uscita una nuova edizione italiana di Vita e destino, per la casa editrice Adelphi. La nuova traduzione è a cura de C. Zonghetti.
14 V. S. Grossman, op. cit., pp. 93-94.


Nelle ultime righe della lettera inviata a Strum dalla madre, il tono si fa più commosso e malinconico, al pensiero che la Shoah ha cancellato un intero mondo, che l'intero universo degli ebrei orientali, con la loro cultura e la loro lingua, è stato completamente spazzato via:

Oggi è un giorno drammatico. [...] Abbiamo saputo da un contadino che passava vicino al recinto del ghetto che gli ebrei mandati a raccogliere patate stavano scavando delle fosse profonde, lungo la strada per Romanovka. Vitja, ricordati questo nome; là troverai la tomba di famiglia; là giace tua madre. [...] Dicono che i bambini sono il nostro futuro, ma che dire di questi bambini? Non è per loro diventare musicisti, calzolai, tagliatori. E questa notte mi sono immaginata con chiarezza che tutto questo mondo rumoroso di papà con la barba, indaffarati, di nonne brontolone, di mamme che fanno il pan pepato al miele e cuociono colli d'oca, questo mondo di usanze di nozze, di proverbi, di sabati di festa, se ne andrà per sempre sotto terra, e dopo la guerra la vita ricomincerà con i suoi rumori, e noi non ci saremo, saremo estinti, estinti come gli aztechi (15) .

Queste parole del 1964 rievocano un drammatico resoconto (Ucraina senza ebrei) che Grossman pubblicò in lingua yiddish sul giornale del Comitato Antifascista Ebraico,Eynikayt, il 25 novembre e il 2 dicembre 1943. Dopo aver constatato che >, prosegue precisando che è stato > 16 .
In effetti, il mondo dell'ebraismo ucraino, polacco e lituano più umile, cancellato dai nazisti, a differenza di quello degli ebrei assimilati che vivevano nella borghese Europa occidentale, o avevano aderito agli ideali della rivoluzione sovietica, era caratterizzato da una profonda religiosità.Contestualizzare la Shoah nella più ampia vicenda dell'ebraismo significa anche riconoscere che gli ebrei credenti degli shtetl e quelli assimilati vissero in modo diverso il trauma dello sterminio o della deportazione. Per cogliere questa sfumatura (e comprendere l'importanza che la fede aveva per gli ebrei orientali) può essere utile un passo di Salmen Gradowski, che scrisse clandestinamente vari manoscritti nel 1944 e poi li seppellì nei pressi del Crematorio IV di Auschwitz II-Birkenau. Con grande finezza, Gradowski delinea i vari atteggiamenti, assunti dai numerosi membri delSonderkommando, di fronte al problema religioso. Malgrado tutto, anche gli atei e gli agnostici traevano conforto dalla tenacia con cui un piccolo gruppo di praticanti si ostinava a praticare i riti tradizionali, cosicché la loro eliminazione da parte dei nazisti creò un vuoto psicologico enorme.

In seno a questa famiglia di cinquecento anime [= il Sonderkommando - n.d.r.], credenti, non credenti, amareggiati o indifferenti, si è creato dall'inizio un piccolo gruppo di uomini sempre più numeroso con il passar del tempo, che recita tutte le preghiere giornaliere inminyan[= gruppo di 10 maschi adulti, numero minimo per la preghiera comunitaria - n.d.r.]. Capitava sovente che un camerata non praticante fosse trascinato da questi canti e da queste preghiere. Un suono, il motivo di un canto tradizionale del venerdì sera giungeva sino a lui e lo strappava alla tragica atroce realtà. Le agitate onde dei ricordi lo riportavano al mondo di un tempo. Tornava indietro, nuotava verso gli anni passati. Si rivedeva a casa sua. [...] Io rimpiango i miei fratelli, perché sono miei fratelli, e li rimpiango perché tutta una parte di questa mia esistenza nell'inferno è legata a loro. Giro lo sguardo verso l'angolo dove se ne stavano raccolti in preghiera. Un torpore di morte proviene di lì. Nessuno, non c'è più nessuno. Scomparse le vite, spenti i canti. - Un rimpianto in più, un altro dolore ancora si aggiunge alla mia profonda infelicità.
Noi rimpiangiamo i nostri fratelli, perché sono nostri fratelli. Noi li rimpiangiamo, perché c'è venuta a mancare, ci manca la luce, ci manca il calore, ci manca la fede, ci manca la speranza che proveniva dalla loro presenza. Con la loro scomparsa, se ne è andata l'ultima consolazione (17) .

15 V. S. Grossman. op. cit., pp. 91-94.
16 A. Salomoni, L'Unione Sovietica e la Shoah. Genocidio, resistenza, rimozione, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 175.
17 S. Gradowski
, Sonderkommando. Diario di un crematorio di Asuchwitz, 1944, Venezia, Marsilio, 2002, pp. 195-201.

Non è nostra intenzione affrontare direttamente in questa sede il tema del concetto di Dio dopo Auschwitz, che lasceremo alla riflessione dei filosofi e dei teologi; ci preme solo ricordare che, nel 1970, Emil Fackenheim compì a questo proposito una radicale opera di contestualizzazione della Shoah nell'intera vicenda ebraica, e mise in evidenza che tutte le spiegazioni elaborate in precedenza per giustificare la sofferenza di Israele risultavano assolutamente inadeguate: non si andava molto lontano ricorrendo a concetti come punizione del peccato (la pena, infatti, era tragicamente sproporzionata) o martirio (visto che i nazisti uccisero tutti gli ebrei senza distinzione, compresi gli atei e i convertiti).
Tuttavia, per Fackenheim, questa vera e propria paralisi dell'interpretazione non doveva spingere ad abbandonare la fede tradizionale: un'eventuale scomparsa della religione ebraica a seguito della Shoah sarebbe stata una clamorosa vittoria postuma di Hitler, un successo che non gli andava in alcun modo concesso. Pertanto, lanciando una provocazione complementare, rispetto a quella di Amery, Fackenheim proclamò che da Auschwitz promanava una specie di nuova voce imperativa, la quale ordinava agli ebrei di sopravvivere, di non concedere alcuna vittoria postuma ad Hitler, di restare ebrei, nonostante tutto, di non porre fine alla loro millenaria storia negando l'esistenza di Dio e troncando ogni legame con la fede dei padri.

Che cosa comanda la voce di Auschwitz? Gli ebrei non hanno il diritto di concedere a Hitler delle vittorie postume. Essi hanno il dovere di sopravvivere come ebrei, perché il popolo ebreo non abbia a perire. Essi non hanno il diritto di disperare dell'uomo e del suo mondo e di trovare rifugio sia nel cinismo sia nell'aldilà, se non vogliono contribuire ad abbandonare il mondo alle forze di Auschwitz. Infine essi non hanno il diritto di disperare del Dio di Israele, perché l'ebraismo non perisca. Un secolarista ebreo non può trasformarsi in un credente per un semplice atto di volontà, né gli si può imporre di farlo... Ed un ebreo religioso che è stato fedele al suo Dio può essere costretto ad un nuovo rapporto magari rivoluzionario con lui. Una possibilità comunque è del tutto impensabile. Un ebreo non può non rispondere al tentativo di Hitler di distruggere l'ebraismo cooperando egli stesso a tale distruzione. Nei tempi antichi il peccato impensabile per gli ebrei era l'idolatria. Oggi consiste nel rispondere ad Hitler compiendo la sua opera (18) .

Dunque, contestualizzare la Shoah nella più vasta storia ebraica significa guardare non solo al passato (per cogliere somiglianze e differenze con altri episodi di violenza antisemita, oppure per comprendere come il nazismo ha sconvolto le illusioni dell'ebraismo assimilato dell'Ottocento e del Novecento), ma anche riflettere sul futuro, sulle cicatrici che questa lacerazione ha lasciato nella vicenda umana, culturale e religiosa di Israele e (per suo tramite) dell'umanità intera.

Francesco Maria Feltri

18 E. Fackenheim, La presenza di Dio nella Storia. Saggio di teologia ebraica, Brescia, Queriniana, 1977, pp. 111-12.