Introduzione alla conferenza magistrale di Georges Bensoussan

di Laura Fontana


Anti-Lumières et violences de masse. Le tournant du XXè siècle

(Anti-Illuminismo e violenze di massa. La svolta del XX secolo)

La ringrazio, Professor Cantelli Forti, a nome mio personale e della mia Amministrazione Comunale, per avere ospitato nella sede dell'Università questa conferenza, condividendo con il Comune il progetto di invitare nuovamente a Rimini il professor Bensoussan in occasione della presentazione dell'edizione italiana del suo libro Genocidio. Una passione europea.
E' per me un grande piacere e un onore introdurre questa conferenza che sicuramente ci offrirà numerosi spunti di riflessione su argomenti cruciali per la formazione della nostra coscienza civica.

Dandole un caloroso bentornato a Rimini, la ringrazio molto, professor Bensoussan, e le sono davvero grata per aver scelto la nostra città per una delle sue poche conferenze in Italia.

Permettetemi di dare il mio più cordiale benvenuto a voi che siete qui in quest'Aula e un saluto particolarmente affettuoso a coloro che mi piace chiamare i miei studenti, i ragazzi e le ragazze delle scuole medie superiori di Rimini che partecipano o hanno partecipato negli anni passati, con tanta passione e attenzione, al nostro progetto educazione alla memoria. Sono venuti qui ad ascoltarla, professor Bensoussan, liberi da vincoli scolastici o obblighi di compiti e a me pare un gran bel segnale vedere qui oggi anche tanti giovani tra il pubblico.

Non mi dilungherò certo nel presentarvi il nostro relatore, poiché la maggior parte di voi ha già avuto diverse occasioni di ascoltare le sue lezioni.
Bastino pochi cenni per ricordare che è considerato uno degli storici contemporaneisti più autorevoli a livello internazionale, specialista di storia della Shoah, dell'ebraismo, del sionismo, anche se probabilmente è riduttivo limitare il suo campo di studi a questi ambiti. Definito come uno "storico delle idee", anche se non saprei dire quanto si riconosca in questa categoria, Bensoussan è stato per molti anni docente di storia, è attualmente direttore della Revue d'Histoire de la Shoah e responsabile editoriale al Mémorial de la Shoah di Parigi. E' autore di numerosi studi, pubblicati in varie lingue, tiene lezioni e conferenze in diversi Paesi europei oltre che in Israele.

In Italia, la sua notorietà è soprattutto legata alla pubblicazione nel 2002 di L'eredità di Auschwitz, un libro considerato ancora oggi una pietra miliare nella riflessione sulla Shoah, in cui Bensoussan metteva in luce l'esigenza irrinunciabile di svincolare la Shoah dagli aspetti commemorativi, dai rituali di una memoria trasmessa al tempo imperativo, esortando a riportare Auschwitz dentro la storia, a prendere in considerazione le questioni politiche che questa storia solleva, soprattutto facendo dell'insegnamento della Shoah un insegnamento critico, politico, capace di rimettere in discussione i nostri valori, i nostri schemi mentali, i nostri modelli democratici, la nostra idea di modernità.
Nel 2007 è stata tradotta in italiano la sua imponente opera in due volumi sul sionismo. Una storia politica e intellettuale, uscita in Francia nel 2002, nella quale ha smontato una serie di idee preconcette su questo fenomeno assolutamente poco studiato nel nostro Paese. Si tratta di un libro davvero importante, di uno studio monumentale al quale Bensoussan ha dedicato molti anni di ricerca, che non ha solamente il merito di colmare un'ignoranza abissale su questo periodo che va dal 1860 al 1940, ma che soprattutto ha rimesso polemicamente in discussione numerosi clichés divenuti opinione comune davvero difficile da sradicare, quali ad esempio l'idea che di Israele nata come operazione di colonizzazione degli ebrei ai danni delle popolazioni arabe, la convinzione che il sionismo sia stata una reazione di fuga all'antisemitismo in Europa e non un movimento intellettuale prima che politico con una sua vitalità e una sua autonomia, e infine che lo Stato di Israele sia nato come conseguenza diretta della Shoah, come atto di risarcimento e frutto del senso di colpa dell'Europa, colpevole di aver abbandonato gli ebrei al loro destino di distruzione.
In particolare, quest'ultimo tema, Bensoussan lo riprenderà in maniera più specifica 5 anni dopo, dedicando a Israele e al suo legame storico, politico e culturale con la memoria della Shoah uno studio dettagliato intitolato Un nom impérissable. Israël, le sionisme et la destruction des Juifs d'Europe, già tradotto in lingua italiana e che uscirà per Utet tra qualche mese.

E un mese fa, in occasione del Giorno della Memoria, Marsilio ha pubblicato Genocidio. Una passione europea, traduzione italiana di Europe. Une passion génocidaire uscito in Francia nel 2006, opera che oggi ci verrà presentata in occasione di questa conferenza e sulla quale vorrei dire qualcosa.

Per prima cosa, il saggio di Bensoussan appare nel panorama di una bibliografia sulla Shoah che definire ricca è dire poca cosa, ma non ha molto in comune con altri testi in circolazione, per lo meno in lingua italiana, ma forse nemmeno in Francia, dal momento che questo saggio venne definito dalla critica d'oltralpe come un'opera iconoclasta, per la potenza della critica dell'autore che sovverte i principi, le idee, le convenzioni che regolano la nostra società, il nostro modo di pensare la storia.
Il lettore non si aspetti, pertanto, l'ennesima ricostruzione storica della Shoah, perlomeno non nel senso con cui normalmente intendiamo la storia di un evento.
Genocidio. Una passione europea - anche se confesso di preferire il titolo in lingua originale, anche se i francesisti sapranno che una traduzione letterale sarebbe stata una forzatura, non essendo "genocidio" un termine che in italiano abbia prodotto l'aggettivo "genocidario", per lo meno non nell'uso comune -è, invece, un saggio di storia culturale, come indica esplicitamente la copertina dell'edizione francese, di vasto respiro e scritto con un'esuberanza verbale e argomentativa che io trovo quasi incantatoria in alcuni passaggi, per la potenza della persuasione, arricchita da esempi tratti da innumerevoli altri testi e discorsi che appartengono ad un periodo lunghissimo, un saggio che ha nella precisione estrema e nella limpidezza del linguaggio la sua caratteristica peculiare.

Prima di commentare alcune chiavi di lettura che questo studio ci offre e che io ho liberamente scelto per questa mia introduzione, vorrei fare alcune considerazioni preliminari su come il libro di Bensoussan è strutturato, perché chi conosce ed ha letto i suoi lavori, sa quanto per lui la forma non sia mai un elemento decorativo o puramente retorico.

Prima annotazione: in un libro che nella versione originale ha 463 pagine, non c'è nell'indice nessun capitolo dedicato in maniera esplicita alla Shoah, eppure basta addentrarsi nella lettura e immergersi nelle sue riflessioni sull'impatto e sulle conseguenze che la Grande Guerra, con la sua concezione di guerra totale e di igiene del mondo, di sterminio del nemico, di brutalizzazione, di abbassamento della soglia dell'accettabile, ha avuto sugli animi e sugli intelletti di tutta una generazione europea per cogliere immediatamente i germi che attecchiranno di lì a poco in una guerra di ben altro ambito.

Seconda annotazione: il libro si apre con un prologo e non un'introduzione e tutti sappiamo che i due termini non sono sinonimi, poiché rispondono a due esigenze narrative completamente diverse.
Il prologo serve all'autore per orientare il lettore, avvertirlo sul cammino che intraprenderà, dargli un codice, una chiave di lettura per affrontare l'opera, ma anche tracciare il confine entro il quale l'opera intende iscriversi, sgomberare il campo dagli equivoci.
Io leggo i suoi prologhi, così frequenti nei suoi testi, come una raccomandazione, come il consiglio di colui che ti prende per mano avvisandoti che il percorso sarà forse difficile, non scontato, ma utile per arrivare ad una maggiore consapevolezza e conoscenza.
E tutto questo appare subito fin dalle primissime righe che lei firma.
L'avvertimento è il seguente: non possiamo cercare di comprendere la storia dei genocidi, della violenza di massa del XX secolo, solamente alla luce della razionalità, del modello cognitivo logico-consequenziale, del determinismo, del vincolare l'ermeneutica all'individuazione di un perché che spieghi l'orrore del massacro, l'indicibile del crimine di massa.
Léon Poliakov, riferendosi al genocidio degli ebrei, disse che quando un evento ha una molteplicità di cause, è impossibile conoscere la causa dell'evento.
A tal proposito, Professor Bensoussan, lei insiste sul fatto che non bisogna confondere il contesto, il terreno, le radici, con le cause della Shoah e ci insegna che nessuna genealogia, da sola, costituisce una spiegazione del perché un evento è accaduto.
Perché non ci sono mai cause che da sole possano spiegare un genocidio, ma c'è, invece, un terreno intellettuale, una serie di tappe preliminari che occorre mettere in luce e saper individuare, senza tuttavia leggere queste cause come una progressione logica e continua.
E' sempre nel prologo che lei dunque ci avverte - e vorrei citare esattamente le sue parole - "che cercare di far luce sui germi che hanno fertilizzato il terreno del genocidio, tentare di chiarire la gestazione intellettuale dello sterminio biologico degli ebrei d'Europa, non significa sacrificarsi al più piatto dei determinismi."
Siccome siamo abituati a focalizzare l'insegnamento della Shoah sulla fine dell'evento, (cioè lo sterminio di massa con il gas), cadendo spesso nella trappola della semplificazione che ricostruisce la storia con le sue cause, come una catena di "perciò" e di "siccome", forse non ci rendiamo nemmeno più conto di come tutto ha avuto inizio, ma soprattutto non riflettiamo a sufficienza sul fatto che la Shoah, avrebbe anche potuto non prodursi, non era cioè un evento inevitabile, prevedibile.

Ed è sempre nel prologo, professor Bensoussan, che lei avanza le sue argomentazioni sulle quali svilupperà poi tutta l'analisi del libro: non si può capire nulla della Shoah, ma in genere dei genocidi, se non si è disponibili a prendere in conto il peso dell'irrazionale, del delirio, della paura, la potenza sugli intelletti di generazioni e generazioni delle rappresentazioni immaginarie dell'"Altro", di colui che diventa il nemico da uccidere.
Gli ebrei sono stati al centro di un immaginario cristiano che li ha demonizzati, idealizzati, mitizzati, ignorandoli sempre nella loro esistenza concreta, fatta di carne ed ossa - e ho citato letteralmente dal suo libro.
Il pregiudizio, l'odio nei confronti dell'ebreo è un'eredità dell'Europa cristiana con la quale dovremo fare i conti ancora per molto tempo.

Una terza annotazione: riguarda invece l'impianto dell'opera che non segue una progressione rigidamente cronologica, ma tematica, in cui lei professor Bensoussan, indaga le tappe della storia che costituiscono la tela di fondo dei genocidi del XX secolo e ci invita a rivolgere lo sguardo molto più addietro nel tempo, ad esempio al Medioevo con la sua paura irrazionale e inconfessabile del diavolo, alla Spagna cattolica del XV secolo, della Santa Inquisizione e dello statuto della limpieza de sangre, con l'ossessione della purezza del sangue e nell'isteria del contagio, all'Ottocento con il diffondersi del pensiero eugenetico, con i concetti di vita senza valore e vite indegne di essere vissute.
Dobbiamo accettare di addentrarci in quella parte di ombra della storia, quell'anti-illuminismo che contraddice ogni valore positivo attribuito ingenuamente alla cultura, al buon senso, alla civiltà dei costumi, al processo di modernizzazione e al pensiero democratico.
In questo modo, ecco allora che la Shoah viene inserita in un tempo di gestazione molto più lungo, che affonda le radici soprattutto nel perdurare di quell'antigiudaismo di matrice cristiana- un elemento che lei definisce professore come necessario ma non sufficiente per spiegare la preparazione ideologica del genocidio.

Colpisce la ricorrenza dei temi attraverso i vari capitoli, dal momento che lei riprende più volte un concetto già annunciato, ma sempre per affrontarlo sotto una nuova angolatura e riproporlo come uno dei tanti fili che insieme annodano la matassa.
E il lettore la segue, incantato, affascinato dai suoi ragionamenti, incuriosito dai suoi molteplici collegamenti, senza tuttavia evitare di sentirsi, talvolta, inadeguato, smarrito nella sua non conoscenza, sgomento nel vedersi smontate tutte le sue certezze e le sue credenze, quasi angosciato con tanti fili in mano, fili che lei riprende e riannoda per tenere insieme il gomitolo di qualcosa di difficile comprensione come la Shoah, quella nebulosa, la cui intelligibilità sembra sfuggirci completamente, lasciandoci ogni volta frustrati e depressi per non aver mai totalmente compreso il perché sia accaduto.

Infine, ultima annotazione: quest'opera, come del resto tutte le altre che lei professor Bensoussan ha scritto, contiene un numero incredibilmente alto di note. Il che non è un vezzo, uno sfoggio di erudizione, ma un amplificare ulteriormente il ragionamento, nonché uno strumento per richiamarci continuamente alla necessità di un approccio pluridisciplinare, che tenga conto dei contributi della storiografia, ma anche della letteratura, della filosofia, della teologia, della religione. Genocidio. Una passione europea è certamente uno studio molto ricco di spunti, ben documentato, che riprende numerosi lavori sull'antigiudaismo, il biopotere, il darwinismo sociale, l'Europa dell'anti-illuminismo.

Nei pochi minuti che mi rimangono per questa introduzione, vorrei ora commentare brevemente due temi, tra i tanti che questo libro offre alla nostra riflessione, che mi hanno particolarmente colpito e sui quali, professor Bensoussan, noi abbiamo avuto anche diverse occasioni di confronto.

Il primo è il tema della violenza
e del fallimento della cultura come diga alla barbarie. A tal proposito, nella riflessione che lei conduce su questo aspetto assolutamente centrale per capire cosa si intenda per fallimento dell'illuminismo - e vi prego di tenere conto del refuso che è stato segnalato nel libro alla pagina 230 - c'è un punto che vorrei richiamare.
Nella celebre conferenza dedicata alla questione della tecnica, Heidegger, uno dei maggiori filosofi del Novecento, metteva in guardia dal credere che la tecnica sia solamente uno strumento nelle mani dell'uomo. In altre parole, Heidegger smonta l'idea preconcetta che la tecnica possa essere svincolata dal pensiero, che possa esistere un utilizzo meramente neutrale della tecnica.
Credo che questo sia per Lei, professor Bensoussan, uno dei concetti fondanti del ragionamento che sta alla base del suo lavoro, dal momento che in diversi punti della sua opera, ma non solo in questa, Lei sottolinea l'esigenza di essere consapevoli che la tecnica è, di per se stessa, una concezione del mondo.
A me pare che il XX secolo, definito da un altro grande filosofo, il ceco Jan Patocka, come "il secolo della guerra", che ha prodotto due guerre mondiali, che ha progettato e utilizzato la bomba atomica e una serie di genocidi spaventosi, di cui uno, la distruzione degli Ebrei d'Europa, condotto su scala industriale come una gigantesca opera di disinfestazione del mondo, questo XX secolo è stato anche il secolo in cui il pensiero, la filosofia, gli intellettuali, hanno poco dibattuto in merito alla domanda "che cos'è la guerra?". In altre parole, "che cos'è ontologicamente la violenza?".
Sì, è vero, centinaia di persone, specialiste e non, parlano della guerra e delle guerre in svariate occasioni e contesti, dai convegni ai talk show e ai salotti televisivi, ma sempre - a me pare - presupponendo che il concetto di che cosa sia, per natura, la violenza sia stato assodato.
Se guardiamo retrospettivamente al secolo passato, pare che la filosofia contemporanea abbia rinunciato, salvo qualche eccezione, ad analizzare questo concetto che pure sta alla base di qualunque ragionamento sui genocidi.
Ebbene, chi ha tentato di indagare questo tema - e qui mi collego ad un'altra idea che lei professor Bensoussan dibatte nel suo libro , ma che è ben presente, ad esempio, anche ne L'eredità di Auschwitz - chi ha cercato di riflettere su che cosa sia politicamente e filosoficamente la violenza, si è imbattuto nel pregiudizio ben radicato nella civiltà europea, dunque in noi tutti, che esista un progresso continuo e lineare nella storia dell'umanità, dalla barbarie incontenibile della preistoria alla civiltà moderna, intendendo pertanto la cultura come sinonimo di civiltà e contenimento del male. Si tende a credere che dalla Révolution française, dalla Dichiarazione americana dei Bill of Rights, insomma dal Secolo dei Lumi, esisterebbe un progresso continuo nelle società occidentali, in grado, tra le altre cose, di condurre a un controllo degli impulsi omicidi, a una mitigazione della violenza, alla riduzione degli istinti distruttori in un ambito circoscritto.

Insomma, noi esseri pensanti, figli dell'Illuminismo, vogliamo credere di essere finalmente capaci, grazie al progresso della ragione, di tenere a freno la nostra parte malvagia, i nostri impulsi primitivi, perfettamente in grado di usare la violenza, la pratica della guerra solamente come strumento temporaneo, come rimedio estremo ma talvolta necessario, cioè come uno strumento che sappiamo benissimo come accendere e spegnere, in virtù della nostra intelligenza, educazione e del nostro senso della misura.

Se veniamo, allora, privati del conforto della nostra capacità di capire gli eventi solamente con uno schema deterministico, dobbiamo allora accettare di tenere in mano questo filo che lei, professor Bensoussan, srotola nella sua analisi, il filo della cultura che non protegge affatto l'uomo dalla barbarie.
Norbert Elias ci ha insegnato che se il processo di civilizzazione ha arginato la violenza, non l'ha però sradicata dalle nostre società, tanto essa è un elemento costitutivo della vita stessa. E questo è un punto cruciale, un ragionamento cardine sul quale lei tornerà più volte nel corso di questo studio ed è anche probabilmente un punto sensibile che come adulti, come educatori, come insegnanti, come genitori, ci mette profondamente in crisi, ci rende quasi nudi di fronte alle giovani generazioni.
La civiltà, la cultura - sebbene lei faccia una distinzione sottile tra ciò che è l'una e ciò che è l'altra - non ha alcun potere di diminuire, cancellare la violenza, al massimo può dissimularla, canalizzarla, darle una forma che la renda quasi accettabile, necessaria per un fine superiore.
Sembrerebbe un ragionamento azzardato, per certi versi incomprensibile o inaccettabile per noi esseri che ci crediamo dotati del senso del bene e del male e molto lontani dai carnefici, dagli assassini, dagli esecutori dei genocidi, e invece questo ragionamento ci riporta alla Shoah.

E qui arrivo al secondo tema che non è altro che una declinazione di quello appena discusso. Mi riferisco al tema della cosiddetta "violenza addomesticata" per riprendere Elias. Nel caso della Shoah, uno degli elementi chiave che hanno permesso la realizzazione di un genocidio condotto non solo su vasta scala, ma concepito in termini di efficacia, rapidità, economicità, avvalendosi dell'apporto tecnologico e industriale del mondo moderno, è stata la burocrazia, con il suo potere di controllo e di coercizione sul singolo, la burocrazia che indubbiamente costituisce una delle caratteristiche fondanti dell Stato moderno che rafforzandosi, e qui la cito letteralmente, ha affidato la violenza alle mani di un qualche apparato repressivo.
Alla burocrazia non interessa lo scopo finale del processo amministrativo, la burocrazia non si interroga sulla finalità, frammenta i compiti, spezzetta i livelli di responsabilità del singolo, separa l'esecutore dal destinatario finale del processo, spersonalizza l'atto, lo rende anonimo, di routine, in un certo senso anche neutro, inoffensivo, grazie all'utilizzo di un linguaggio ricco di eufemismi, e ho citato dalle pagine del suo libro.
Basterebbe ricordare quanti impiegati hanno compilato liste, certificati, documenti che hanno segnato la condanna a morte di milioni di persone.

Certo, lei professor Bensoussan - e con questo concludo la mia introduzione -ci mette in guardia dall'adottare scorciatoie e sintesi del pensiero. Individuare la burocrazia come nuova forma di coercizione, come violenza addomesticata e dissimulata che permette all'uomo comune di svolgere anche un lavoro di persecuzione come un compito amministrativo, non significa certo che da sola la burocrazia sia stata la causa sufficiente a spiegare il genocidio degli ebrei. Ma forse ci aiuta a smitizzare il ruolo della cultura, a ricostruire almeno una delle modalità che hanno permesso alla Shoah di compiersi, a capire e a far capire ai nostri studenti che dovranno diventare cittadini consapevoli, che la vera differenza non la fa la cultura, ma la capacità critica di saper pensare alle proprie azioni e ai propri comportamenti, anche se siamo solo anelli di una catena.

I fili che lei individua e intreccia in quest'opera sono molteplici, non uno da solo basterebbe a formare la matassa, quel groviglio difficile da districare, quel grumo di domande che la Shoah ci pone, ma se vogliamo capire qualcosa abbiamo bisogno di srotolare tutti questi fili.
E' certo molto più difficile tentare di spiegare un avvenimento ricostruendo il suo contesto mentale, rispetto alla semplice ricostruzione cronologica dei fatti.
La tesi che lei professor Bensoussan ci ha presentato in questo libro è molto coraggiosa, oltre che brillante e particolarmente convincente.
Le sue riflessioni, ma soprattutto i molteplici collegamenti che lei stabilisce, questi fili che snoda e riannoda, aprono prospettive nuove per lo studio della genesi della Shoah e ci aiuteranno a reimpostare la nostra organizzazione mentale nel mettere insieme quello che già sapevamo, quello che non sapevamo ancora, quello che credevamo di avere capito e quello che ancora dobbiamo rielaborare e comprendere appieno.
Non saprei dire se le sue riflessioni costituiscano una trasformazione copernicana dell'argomento, non mi pare che le sue idee abbiano il significato di uno stravolgimento di quanto finora la storiografia ci ha presentato in materia, non credo che questo sia il suo intento, però a me pare che la sua analisi abbia indubbiamente il grande merito di attribuire alla storia dei genocidi europei una profondità credo ineguagliata finora.

Io credo che, grazie anche al contributo che lei professor Bensoussan ha dato con quest'opera, sia urgente e davvero importante per noi ricominciare a interrogarci sul "senso" della storia e questo a mio parere significa se non altro accedere di nuovo alla sua complessità, rifuggendo dai ragionamenti sintetici, da ottimismi e moralismi semplicistici, da esigenze consolatorie che spesso vedono nella memoria della Shoah un antidoto alla ripetizione dei tragici eventi, un vaccino contro il male...
Nel ringraziarla ancora per essere qui a Rimini oggi, voglio salutarla con questa frase che pronunciò il grande poeta tedesco Heinrich Heine:

Lo storico è un profeta, ma un profeta che guarda all'indietro

Perché è con il nostro rapporto con il passato che riusciamo a pensarci e a costruirci come essere umani in divenire.

A lei la parola, professore, grazie.

 

Rimini, 26 febbraio 2009