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Comprendere le immagini degli Alleati realizzate alla "liberazione" dei campi di concentramento e di sterminio (1)

Dossier di approfondimento di Laura Fontana, responsabile Italia Mémorial de la Shoah di Parigi
 

Quello che viene comunemente chiamata “la Liberazione dei campi di concentramento e di sterminio” fu un fenomeno molto complesso, non ascrivibile ad un momento cronologicamente preciso coincidente con l’ingresso dei soldati alleati nei lager, né un fenomeno che può essere compreso come un evento festoso che pose immediatamente fine alle sofferenze degli internati, dal momento che moltissimi ex prigionieri morirono nel giro di pochi giorni o mesi dall’arrivo dei liberatori, mentre per la maggioranza dei sopravvissuti il rientro a casa e il ritorno alla vita non furono indenni da ulteriori patimenti, delusioni, incomprensioni e traumi. «Avevo sempre pensato e immaginato tra me e me che questo momento avrebbe avuto qualcosa di particolarmente entusiasmante, magari di sconvolgente, ma soprattutto di festoso. Non provai nulla di tutto ciò. Nessuna felicità, nessun entusiasmo, solamente un vuoto disperante e una paura terribile, paura di andare a casa, paura suscitata dalla domanda di che cosa vi avrei trovato, chi avrei atteso invano. Questo occupava la mia testa (...). Ero incapace di essere felice» (Lisa Scheuer, liberata a Mauthausen dagli Alleati).2

Soprattutto la Liberazione avvenne con modalità molto diverse da luogo a luogo, influenzate sia da circostanze locali che dall’evolversi dello scenario bellico, in un caos generale di spostamenti di soldati e popolazioni civili, ma anche di ordini contraddittori da parte dei vertici del Reich relativamente al trattamento da riservare ai prigionieri ancora vivi nei campi di concentramento e di lavoro. Intuendo la fine imminente del regime e le punizioni degli Alleati, Berlino si interrogava se procedere con l’assassinio di massa sul posto degli internati e poi mettersi in salvo, se liberarli sperando in una mediazione dell’ultima ora coi vincitori della guerra, oppure fuggire ma portandosi dietro tutti i detenuti in grado di camminare. L’evacuazione dei lager costituì la decisione prevalente e tra gennaio e febbraio 1945 oltre 150.000 detenuti furono obbligati dalle SS ad abbandonare Auschwitz, Gross-Rosen e Stutthof, i campi più vicini al fronte orientale, mentre i prigionieri malati o più deboli erano generalmente lasciati a morire sul posto. Tuttavia in diversi casi migliaia di prigionieri furono uccisi a ridosso della partenza, senza che l’arrivo imminente dei soldati russi rendesse la violenza nazista meno feroce.

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1 Per approfondire il tema la bibliografia è molto corposa. Per una sintesi di insieme, si veda il sito tematico del Mémorial de la Shoah, La libération des camps,
http://liberation-camps.memorialdelashoah.org/jalons/pedagogie.html e il catalogo della mostra "Filmer la guerre. 1941-1946. Les Soviétiques face à la Shoah", Mémorial de la Shoah, 2015, il sito tematico : http://filmer-la-guerre.memorialdelashoah.org/introduction.html

2 Testimonianza di Lisa Scheuer citata da Dan Stone, La liberazione dei campi. La fine della Shoah e le sue eredità, p. 69. La testimonianza originale proviene da L. Scheuer, Vom Tode, der nicht stattfand: Theresienstadt, Auschwitz, Freiberg, Mauthausen: eine Frau überlebt, Rowohlt, 1983.

Didascalia immagine:
Ricostituzione della liberazione di Auschwitz per una foto di propaganda scattata dai Sovietici
Auschwitz, Polonia, dopo il 27 gennaio 1945
© Mémorial de la Shoah /
Coll. Panstwowe Muzeum Auschwitz-Birkenau Oswiecim.